Per “La Nuova Sardegna” un piagnisteo è più degno di altri

La Nuova Sardegna, sezione Nuoro, pubblica il 29 agosto un articolo estremamente curioso: “Perseguitata dall’ex marito: non voglio finire cadavere” (con foto drammatica d’ordinanza). Insomma che c’è questa donna, separata dal marito ormai da diversi anni, che qualche giorno prima (il 26 agosto) ha presentato una denuncia proprio contro l’uomo. Reo, a suo dire, di tormentarla e minacciarla di morte. Dopo la separazione, con affido dei due figli ovviamente a lei (camuffato da “condiviso”, come tutti gli altri), è dovuta ricorrere al tribunale perché lui non sborsava. Non si spiega perché non lo facesse, né se ora, dopo l’intervento del giudice, lo fa. Ma il problema non è quello.

La donna sostiene di essere tormentata, torturata, perseguitata, minacciata da costui, pur se sono passati anni dalla separazione, e per questo ha paura di finire nella lista dei “femminicidi”. Anzi, come dicono tutti i media, di essere l’ennesimo “femminicidio” (il “femminicidio” è ontologicamente ennesimo, non scordatelo). Dunque sporge denuncia e, nononstante il tanto sbandierato “Codice Rosso”, pare che le autorità non reagiscano granché. Come mai? Be’, come prove della persecuzione che sta subendo la donna porta… nulla! Qualche danneggiamento all’auto, della spazzatura davanti alla porta di casa. Niente che non accada tra vicini che si stanno antipatici.


Per i media il “femminicidio” è ontologicamente ennesimo…


La nuova sardegnaInsomma un po’ poco anche per le usualmente solertissime forze dell’ordine, che in genere si muovono come panzer anche solo sulla base di lamentele iperteoriche. Pure i vicini di casa non la sostengono, anche se pare impossibile che non abbiano mai visto nulla (forse perché di fatto nulla è accaduto?). Detto questo, la giornalista, se la si vuole generosamente chiamare così, de La Nuova Sardegna, conclude con la giaculatoria d’ordinanza del professionismo antiviolenza, per cui bisogna “cambiare la cultura”, credere all’istante alle donne, anche se non portano prove, e bla bla bla. Il solito facile repertorio. Molto più facile che dire che in media all’anno in Sardegna ci sono 29 colpevoli di omicidio (dato che include autori donne e uomini insieme, verso non si sa quanti uomini e donne) e 51 di atti persecutori (dato sempre complessivo di uomini e donne), e che dunque la signora statisticamente ha pochissimo da temere.

Certo il quotidiano sardo non è nuovo alle mistificazioni di questo tipo, però… però il dubbio rimane. Esattamente lo stesso dubbio che attanaglia le forze dell’ordine. Zero prove, zero testimoni, contesto pochissimo credibile, eppure hai visto mai che invece non sia tutto vero? E se poi ci scappa davvero il morto, che figura si fa? Motivo per cui presto o tardi si muoveranno e andranno a pescare l’ex marito facendogli passare un po’ di guai. A loro non costa niente (alla comunità sì, però…), fanno il loro dovere e si parano le spalle da eventuali critiche, a spese di uno che magari non ha fatto nulla di male (nel 95% dei casi di denunce è esattamente così).

Ben inteso, all’ex marito della signora A.F. dico: se in ciò che la donna denuncia c’è anche solo uno 0,1% di vero, ebbene falla finita. Sia perché non si fa, sia soprattutto perché ogni piccola cazzata da imbecille che fai tu, in questa Italia malata di fanatismo ricade automaticamente su tutti gli altri 25 milioni di uomini per bene. Ma soprattutto alla giornalista de La Nuova Sardegna chiedo: con tutto il profluvio di denunce giornaliere che arrivano su questi temi, perché proprio al piagnisteo della signora A.F. si dà così tanto risalto? Il suo ingiustificabile articolo cos’è, un atto di amicizia? O meglio, a ripensarci mi viene una domanda più pertinente: la signora A.F. esiste davvero? Sincero: io sono convinto di no. Esistono solo gli spazi da riempire e i click da acchiappare. Sbaglio?


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