Piccole femministe fanatiche e impaurite

di Giorgio Russo. L’abbiamo già detto di recente, senza scendere in troppi dettagli: il femminismo è in crisi. In crisi nera. Vero, i giornali pullulano sempre di balle ma, l’avrete notato, sono sempre più tirate per i capelli, sempre più parossistiche. Più che articoli sono urla per attirare ancora l’attenzione come prima. “Ehiiii! Siamo quiii! Siamo ancora noiiii!!!”. Vero anche che la politica va a traino, sparandole sempre più grosse, dal “Piano Colao”, di cui abbiamo parlato, alla cretinata del Presidente Conte dei 500 euro alle donne manager. Annunci però, solo annunci: parole sulla carta, vittorie di Pirro. Un marketing ossessivo che sta ottenendo, specie ora che si iniziano a scontare gli effetti economici della quarantena, solo un diffuso senso di saturazione per le stronzate da finta parità, buttate lì come fuoco di sbarramento per coprire la reale intenzione: l’assalto alla diligenza e al forziere.

La gente ne ha le scatole piene e i “think-tank” femministi, abilissimi a fiutare il vento, se ne sono resi perfettamente conto. Complice anche un sistema che non risponde più come una volta. Di tanto in tanto la macchina s’inceppa, creando disastri non da poco. L’ISTAT, ad esempio, tornato nelle salde mani femministe di Linda Laura Sabbadini, sfugge al controllo e fa un dispettone grosso così facendo uscire un po’ di risultanze sulle “dilaganti” violenze durante il lockdown. Conclusione: denunce crollate, omicidi al minimo storico e tante tante segnalazioni, Queste ultime certificate da una onlus che s’è fatta una pubblicità martellante durante la crisi sanitaria. Conclusione: hanno chiamato in tante, la pubblicità ha funzionato. Deprimente. E molto eloquente. La gente sta cominciando a capire. E mezzi di consapevolezza, più che di comunicazione, come questo blog e tanti altri, hanno un ruolo decisivo in questo. Non a caso la cannonata più forte che ha colpito il femminismo è stata la sua shitstorm feroce contro Marco Crepaldi, che per altro ha deciso di far partire un po’ di querele (bravo!).


C’è ancora gente convinta che si possa continuare a massacrare gli uomini senza avere alcuna reazione.


Detto in parole povere: a forza di scavare abbiamo trovato e intaccato le fondamenta di sughero del femminismo, che ora su in superficie traballa, litiga, si divide in fazioni, e le querelle intanto scoppiate nel campo dell’alleato arcobaleno non aiutano. È questa situazione che sta richiamando nei ranghi le più consapevoli e attente (nonché le più tossiche) tra le femministe italiane. Che da qualche settimana hanno iniziato a fare qualcosa che prima evitavano accuratamente: parlare del movimento antifemminista. La loro strategia è sempre stata quella di ignorare, far finta che non ne esistesse uno. Con la potenza di fuoco mediatica in loro possesso, questo garantiva che nulla trapelasse mai dell’ampio mondo che vede il femminismo per ciò che è: un’ideologia totalitaria e pericolosissima per tutti. Non parlandone, non esisteva. Se non che l’antifemminismo, dopo tanti sforzi, è uscito allo scoperto e si sta accreditando. Sempre più persone, uomini e donne, alzano la testa e dicono no alla follia degli argomenti femministi. Non di rado lo fanno con i contenuti e il linguaggio del movimento antifemminista. Che così sta cominciando ad esistere per una fetta sempre più ampia di opinione pubblica. È l’antifemminismo che sta vincendo, ma anche il femminismo che sta perdendo. Non se ne può davvero più delle sue modalità di comunicazione (su cui ci siamo sentiti di comporre questa breve parodia…).


Che qualcuno risponda per le rime e metta il femminismo all’angolo è cosa del tutto inaccettabile, per le nostre amate fanatiche della finta parità. Che allora, per ora alla chetichella, scendono in campo e parlano di noi. Corrono il pericolo di legittimarci ulteriormente, perché facendolo ci permettono la qualifica dell’esistenza, pur di provare anche loro ad attaccarci alle fondamenta, perché per loro i pericolo è troppo grande. Solo che, da brave femministe, mirano malissimo e colpiscono del tutto fuori bersaglio. Basta andarsi a leggere alcuni articoli (che qui non linkeremo, per ovvi motivi), usciti di recente su siti e blog teoricamente dedicati alla tecnologia, ma ormai dediti all’opinionismo più ampio, dove sedicenti esperte in “gender studies” dicono la loro mescolando “Men’s rights activists”, redpill, incel in un pastone di cui poi pretendono di fare un’esegesi risolutiva. Che si conclude, al solito: sono uomini, bianchi, etero, violenti, misogini e pure un po’ fascistelli. Mistificazione concepita male e realizzata peggio, con una malafede di fondo che riesce a mandare puzza di marcio già attraverso il monitor del PC. Perché, ad esempio, alla fuffa degli “incel terroristi” non crede più nessuno. Sono persone che, è vero, parlano e ragionano spesso in modo bislacco, ma pongono sul tavolo problemi veri e profondi, che mettono in discussione tutti interi l’essere uomo e l’essere donna oggi, mica noccioline. E, cosa che più conta, hanno iniziato a esporsi senza vergogna, ribellandosi alla colpevolizzazione e criminalizzazione. Uno dei maggiori forum incel, infatti, ha risposto per le rime ai vari articoli diffamatori, con un colpo a sorpresa che nessuno si attendeva. C’è ancora gente convinta che si possa continuare a massacrare gli uomini senza avere alcuna reazione, ma solo applausi. Spiacenti, è sempre meno così.


L’invito dunque è a non smettere di opporci con orgoglio.


Ci si imbatte anche in articolesse interminabili di influencer o blogger di noti quotidiani nazionali, arzigogolate e psichiatriche fin dai loro titoli e sviluppate all’interno con un’accozzaglia di dogmatismi, luoghi comuni, asserzioni non comprovate, da far immaginare le autrici a delirare esattamente come la predicatrice di “The mist” nella clip che abbiamo sottotitolato qua sopra per mera satira. Sono articoli faticosi da leggere per chi si pone dal nostro lato della barricata. Anzitutto perché spereremmo di trovare una controparte capace di metterci in difficoltà con ragionamenti, fatti e prove. Invece ci si ritrova sempre davanti alla solita accozzaglia di stupidaggini un po’ lamentose un po’ fascistelle e a un ampio esercizio di falsificazione della realtà che sono parecchio deprimenti. Siamo destinati ad avere avversari viscidi e di bassissimo livello. Peccato. Ma la lettura è faticosa anche perché sembra davvero il discorso di un alienato: c’è uno sforzo costante di dimostrare che l’antifemminismo sia il male e tutto il resto, in particolare il femminismo, sia il bene. Quando la paura di perdere la propria primazia si coniuga con un approccio schifosamente manicheo, ecco che il prodotto sono appunto articoli come quelli recentemente partoriti dalla mente stressata di queste influencer o blogger femministe. Così evidentemente ideologici e in malafede da faticare a raccogliere plausi pure dal loro stesso campo.

Quello che conta, però, è che ci siamo. Siamo sempre più legittimamente parte del confronto, siamo usciti dall’area dei paria, e quanto più cercano di ricacciarci in profondità, più rimbalziamo fuori (effetto Crepaldi). Questo le fa impazzire, rende ancora più isterico il loro fanatismo. Ed è per questo che occorre proseguire con decisione sulla strada tracciata: non smettere mai di portare elementi alla indispensabile pars destruens, quella che smentisce, fa debunking e denuda le streghe additandone la bruttezza interiore; ma non smettere nemmeno mai di contribuire alla pars construens, che è forse quella che le spaventa di più. Sanno che, per quante prove e fatti si possano portare a dimostrazione che il “femminicidio” non è un’emergenza, che il divario salariale non esiste, eccetera, si tratta comunque di dogmi saldamente installati nell’opinione pubblica e che ci vorrà il lavoro paziente e radicale di un malware potente per ripulire il sistema. Quello che non hanno previsto è che l’altra realtà, quella che si sono prese il diritto di raccontare e qualificare come deteriore, violenta, oppressiva, avocasse a sé il racconto di se stessa, sottraendo loro il giocattolo che tanto si divertivano a maltrattare. Radio Londra, Il Racconto Maschile, gli incel che rispondono pubblicamente alla loro ingiusta criminalizzazione, semplici utenti dalle idee chiare che rintuzzano il parlamentare o il giornalista che scrive sciocchezze, persone qualunque che fanno muro orgogliosamente ai sintomi del virus femminista ovunque si manifesti tra le conoscenze o i familiari. Tutto questo è un alzare la testa che non avevano previsto. Ritenevano che la colpa di cartapesta caricataci sulle spalle ci avrebbe compresso per sempre. Scoprire che abbiamo iniziato a farci le barchette di carta le sta irritando fuori misura. L’invito dunque è a non smettere di opporci con orgoglio, di raccontarci con sincerità e fierezza, convincendoci come prima cosa che quella colpa secolare è un’invenzione e che dunque siamo perfettamente innocenti. Fatto questo, non resta che armarsi dei popcorn e di una birra e assistere goduriosamente allo spettacolo della Bestia che divora se stessa attraverso lunghi e penosi articoli da reparto psichiatrico.


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