Prima le donne (ma solo quando conviene)

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LA FIONDA

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di Giorgio Russo – Che il femminismo e i suoi portavoce fossero capaci di sostenere tutto e il contrario di tutto già si sapeva. Lo si è visto bene durante la quarantena, dove si è riusciti a far convivere due narrazioni in contraddizione: da un lato le chiamate ai centri antiviolenza più che dimezzate, a causa degli aguzzini che tengono le povere vittime a una sorta di 41bis, dall’altro le notizie di chiamate di soccorso in aumento al 1522 e ai centri antiviolenza stessi. Opuscoli in farmacia e codici da agente segreto (“mascherina 1522”) per far attivare i soccorsi, un senso di allarme generale, numeri non verificati e la Polizia di Stato che continua a non dare alcun dato ufficiale sul ricorso alla app “YouPol” per casi di violenza domestica. Tripli salti carpiati della logica che nessuno nota, nessuno denuncia (a parte questo blog e pochi altri).

Tutto viene fatto passare grazie al concetto fondante del women first, prima le donne. Sempre e comunque, anche e soprattutto forzando la realtà delle cose. Come nel caso del coronavirus, della quarantena e delle procedure per un graduale rientro alla normalità. E’ noto, è nei numeri e nei fatti, che la pandemia abbia fatto strage più di uomini che di donne, in un rapporto di 8 a 2. Le cause di questa discriminazione nella mortalità non sono ancora chiare, le ipotesi sono tante, ma è accertata una maggiore resistenza femminile al contagio e al decorso mortale. Non è un dato irrilevante: quando si manifestano condizioni critiche per un’intera comunità, è normale e in un certo senso giusto, mandare avanti, in prima linea, chi è più attrezzato ad affrontare la situazione. In trincea, non a caso, sono sempre stati mandati gli uomini, fisicamente più performanti e resistenti delle donne.


Una vera e propria chiamata alle armi.


Questo non è accaduto durante la pandemia. Logica avrebbe voluto che le più resistenti operatrici sanitarie (medici, infermiere, eccetera) venissero messe sulla frontline della lotta al virus, a contatto diretto con i malati e contagiati, tenendo gli operatori di sesso maschile protetti su posizioni più arretrate e riparate, più di supporto che operative. Così non è stato e l’Italia ha lasciato sul campo un gran numero di dottori e infermieri. Non solo non c’è stata alcuna parità, ma la disparità positiva che avrebbe richiesto il frangente non è stata attuata. Forse perché è normale che gli uomini si sottopongano a pericoli e muoiano, mentre persistono molte remore, in circostanze uguali, a trattare allo stesso modo, con uguaglianza, anche le donne. Insomma, anche quando c’è una guerra che può essere efficacemente combattuta dalle sole donne, a esporsi e crepare ci sono comunque anche uomini.

La musica sembra non cambiare ora che piano piano si dovrebbe tornare a una specie di normalità. Interi settori produttivi vengono inviati verso una riapertura, sebbene non ci sia ancora alcuna certezza che la pandemia sia terminata. La fase acuta appare superata, come dimostrano le tante terapie intensive non più sotto pressione, specie al nord, ma che il covid-19 sia ancora in circolazione è certo. Dunque si comincia a riaprire, d’accordo, ma il pericolo resta. Ed è di nuovo questa una straordinaria occasione per le donne per mostrare la superiorità di cui le femministe parlano tanto, la loro capacità di reggere sulle proprie spalle la ripartenza di un’intera comunità, nonché il loro ardimento ad affrontare rischi grandi pur di proteggere tutti. Ci si attenderebbe dalle femministe una vera e propria chiamata alle armi: “donne, offritevi volontarie per sostituire i vostri mariti al lavoro, fin tanto che la pandemia non è completamente passata!”.


Il femminismo è il peggior nemico delle donne.


Per altro, un richiamo del genere incrocerebbe con successo anche il tanto mistificato tema del divario salariale. Affrontando con coraggio il rischio di un contagio, comunque molto più basso grazie ai loro estrogeni, le donne avrebbero l’occasione di “pareggiare il conto”: mariti e fidanzati a casa a far le pulizie e a badare ai pupi, loro fuori a lavorare affrontando la tempesta virale e il rischio di una seconda ondata, sebbene protette da una statistica di mortalità particolarmente favorevole. Ancora: il dato drammatico della disoccupazione femminile così sicuramente migliorerebbe, anche se per il tempo necessario a spegnere definitivamente la pandemia. Dopo la quale le donne avrebbero fatti e risultati da porre sul tavolo per esigere una maggiore attenzione da parte del mondo produttivo e delle istituzioni per le loro potenzialità. Insomma, il rientro potrebbe essere un’occasione d’oro per il femminismo e i suoi dogmi, una condizione win-win tutta da cogliere. Invece no. Ecco il triplo salto carpiato, ecco il tutto e il contrario di tutto.

“D.I.Re. Donne” se ne esce infatti con una lettura a modo suo di una ricerca della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro. Vengono isolati i dati relativi agli impieghi dove le donne sono maggioritarie: il 77,4% dei servizi personali ed estetici e l’88,5% dei servizi domestici; il 60% di esercenti e addette alla ristorazione; il 65,3% di tecnici e personale qualificato del settore sanitario; il 62,1% di professioni definite “di prossimità” (cioè a contatto con altre persone). Già ci si immagina un’armata di amazzoni, determinate e attrezzate per far ripartire interi settori economici mostrando il petto resistente al coronavirus. Già ci si attende “D.I.Re. Donne” e le altre trombettiere del femminismo a suonare la carica. Invece il messaggio veicolato è schizofrenico: da un lato la lamentela “le donne sono più esposte al contagio”, dall’altro la protesta “dateci voce” per rivendicare battendo i piedi e poi ottenere da Giuseppe Conte che ci siano più donne nei posti di potere (task-force e dintorni) nella gestione del ritorno alla normalità. Sì, proprio così. E, lasciatecelo dire con parole molto maschili, cascano le palle: com’è, come non è, anche di fronte a occasioni d’oro, il femminismo non dà alcuna spinta affinché le donne si mettano in gioco, anche a costo del pericolo, per dispiegare pienamente i loro talenti e aspirazioni. No, il femminismo opta per il piagnisteo e la vittimizzazione delle donne comuni, suggerendo per esse il rifugio in sicurezza (di cui poi potersi lamentare chiamandola “oppressione”), mentre le loro élite provano la scalata al potere. Una prova ulteriore che il femminismo è il peggior nemico delle donne oltre che dell’umanità in generale.


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