Ricatti femminili sul lavoro: pronto il DDL per legalizzarli

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Valeria Valente

di Giorgio Russo – Galoppa su vie parlamentari preferenziali il DDL 1597 concepito per contrastare le molestie sessuali sui luoghi di lavoro. Si tratterà di molestie subite da chiunque, a prescindere dal sesso, giusto? Sulla carta sì, nella pratica, come già tante altre leggi (Codice Rosso, legge anti-stalking), sarà qualcosa di riservato alle donne nell’applicazione pratica che le darà la magistratura, ormai invasa dai tentacoli dell’ideologia femminista. Il fatto che il DDL nasca come frutto dei lavori della “Commissione Parlamentare sul femminicidio”, poi, la dice già lunga, da questo punto di vista: uno strumento istituzionale fondato su una fattispecie giudirica (appunto il “femminicidio”) inesistente cosa potrà mai partorire? Vediamolo nel dettaglio.

Il nuovo reato di molestie sessuali sul posto di lavoro punirà chi, con minacce atti o comportamenti indesiderati a connotazione sessuale, in forma verbale o gestuale, molesta o reca disturbo a qualcuno, violandone la dignità. La pena prevista va dai 2 ai 4 anni di reclusione, che possono diventare 3 o 6 se dal fatto commesso nell’ambito di un rapporto di educazione, istruzione, formazione, lavoro, apprendistato, reclutamento o selezione, o se commesso abusando dell’autorità o di relazioni d’ufficio da cui derivi un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante o offensivo. Il delitto è punibile a querela irrevocabile della persona offesa, che può essere presentata entro 12 mesi dal fatto.


Se ci mette dodici mesi, o è tarda o è in malafede.


Tre cose importanti da notare. Quali sono gli atti a connotazione sessuale? Ne esiste un elenco esaustivo? No, naturalmente. Tutto sarà quindi delegato all’intima percezione della persona presunta molestata. Un’occhiolino d’intesa o un complimento sulla nuova tinta di capelli potrebbe turbare la collega e far scattare la denuncia. Certo i giudici, non fossero già indottrinati in questo senso, potrebbero obiettare con oggettività che non si tratta di gesti molesti. “Sì, ma io mi sono sentita violata lo stesso”. E che rispondi a una che dice così? Mandi avanti la denuncia, ovviamente, mica vuoi le vagine armate a manifestare davanti alla Procura, no? Dunque sia il magistrato giudicante a smazzarsi il problema. Funziona così sul 50% delle denunce del genere (l’altro 50% viene archiviato), perché non dovrebbe funzionare su una legge come questa sulle molestie sul lavoro?

C’è poi da notare l’irrevocabilità della querela. Un punto nodale per il femminismo d’assalto: il ripensamento o la riappacificazione non possono e non devono essere ammessi. Troppe sono le denunce, dicono loro, che vengono ritirate e non va bene. Anche perché di solito al ritiro corrisponde uno scambio di denaro su cui, avvenendo tra privati, le organizzazioni femministe non possono mettere le mani e questo è male, molto male. Dulcis in fundo: i ben 12 mesi di tempo per presentare la querela. Uno sproposito rispetto alla necessità di raccogliere eventuali prove “a caldo” del fatto delittuoso (prove che, comunque, come già detto, non saranno richieste, basterà la percezione della presunta vittima). Tuttavia è lecito chiedersi quale sia la ratio. Ma quanto serve a una persona per rendersi conto di essere stata molestata sessualmente? Se ci mette dodici mesi o è tarda di cervello o ha solo bisogno di tempo per costruire bene la falsa accusa.


“O mi aumenti lo stipendio… o mi dai la promozione… o ti denuncio per molestie”.


A contorno di quest’arma impropria messa in mano alle donne lavoratrici, ci sono poi altre disposizioni da Gestapo in gonnella. Nelle Pubbliche Amministrazioni l’applicazione della legge verrà vigilata da appositi Comitati unici, l’Ispettorato del Lavoro verrà potenziato su questi aspetti per quanto riguarda le aziende private. Ciliegina: il Governo viene delegato dal DDL ad assumere ulteriori misure contro le molestie sul lavoro. In particolare a pensare incentivi alle aziende che istituiscano al proprio interno “gruppi di lavoro a prevalente componente femminile” con il compito di monitorare la correttezza dei comportamenti aziendali e prevenire molestie o violenze sul posto di lavoro. Soldi per chi organizza delle kapò in ufficio, insomma. E se ancora si avevano dubbi sulla natura discriminatoria dell’iniziativa di legge, si specifica che il gruppo di lavoro dev’essere a prevalente componente femminile. Qualcuno ricorda ancora l’Art.3 della Costituzione?

Che questa proposta di legge sia la solita aberrazione nata dal fanatismo di soggetti come Valeria Valente & Co. appare più che chiaro. E’ un’ulteriore violenza al sistema dei diritti diffusi e dello Stato di Diritto, già di suo abbastanza agonizzante su questi temi. Una violenza che ha un solo bersaglio: gli uomini. E in particolare gli uomini al lavoro. Con la quantità di false denunce che, in quest’ambito, si ha in Italia, far passare una legge del genere infatti significherebbe legalizzare il ricatto: “o mi aumenti lo stipendio… o mi dai la promozione… o ti denuncio per molestie”. Oppure, a ruoli invertiti (e accade, oh se accade…): “o me lo dai… o mi scopi… o ti denuncio per molestie”. Quando il ricatto non sarà più sostenibile, la denuncia partirà, e con essa il licenziamento immediato dell’uomo, mentre la presunta vittima potrà per legge starsene a casa per tre mesi a stipendio pieno pagato da fondi pubblici gestiti dal sindacato UIL (art.24 Dlgs.80 del 15/06/2015 come rettificato da circolare n.65 del 15/04/2016).


Il tentacolo femminista nelle istituzioni.


In queste condizioni, alla lunga alle aziende converrà assumere soltanto donne, sempre che ne trovino di disponibili e qualificate a sufficienza da sostituire impiegati e dirigenti nel frattempo finiti in carcere o ai domiciliari. Perché questo capiterà in un paese dove si vuole andare a legiferare su un fenomeno delle cui proporzioni non si ha un’idea chiara. E il fatto che l’ISTAT abbia stimato nel 2016 in millemila le donne vittime contribuisce solo a rendere più opaco e non misurabile il fenomeno. Che a guardare le statistiche reali (non le stime ideologiche dell’ISTAT) sul reato di molestie generiche del Ministero della Giustizia, è certo, vedrà un numero risibile di condanne a fronte di un numero spropositato di denunce. Una realtà dei fatti che la propaganda femminista non accetterà mai e che anzi nega a colpi di leggi liberticide e folli promosse dal suo potente tentacolo nelle istituzioni: la “Commissione sul femminicidio”.


NO AI LOCALI GRATUITI ALLA CASA DELLA DONNA DI MILANO

(firma la petizione su change.org)

 


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