Selvaggia Lucarelli e la leggerezza d’essere influencer

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LA FIONDA

https://www.lafionda.com

di Alessio Deluca. Un influencer è tale se riesce appunto a “influenzare” un numero molto grande di persone. La cui massa rappresenta anche una ricchezza sia in termini di introiti pubblicitari, spesso, sia in termini di potere contrattuale personale. La redazione X o il sito Y decidono di pagare fior di soldi una collaborazione con l’influencer tal dei tali nella speranza che “porti con sé” il proprio seguito di followers, da trasformare in acquirenti o visualizzatori di inserzioni pubblicitarie. Chiaro che, in questi termini, più hai “seguaci”, meglio è. Oltre ad avere un potere enorme tra le mani, ad esempio quello di scatenare gigantesche shitstorm contro chi ti sta sulle scatole, hai anche la garanzia di potertela giocare bene dal lato economico. Ecco perché l’influencer ha una vera e propria smania di dire pubblicamente cose che piacciano al più alto numero di persone. Non importa che siano sensate, basta che siano popolari a sufficienza da garantire likefollowrepostretweet e tutte quelle altre diavolerie lì. Due esempi li abbiamo menzionati giusto ieri.

Una delle maggiori influencer italiane è Selvaggia Lucarelli. In passato abbiamo sottolineato e condannato come vili e inappropriate alcune sue operazioni che a noi erano parse di bullismo gratuito nei confronti di inermi, per quanto spesso stupidi, utenti ordinari di Facebook. L’abbiamo fatto più volte commentando i suoi post con ragionamenti pacati e argomentati che, alla fine, ottenevano più like del post stesso. Risultato: bannati a vita. Gli influencer non tollerano commentatori di successo, che sottraggono consenso. Ci sta, non è un problema. Ma non abbiamo smesso in ogni caso di osservarla, ritenendola finora non particolarmente significativa nei suoi interventi, dunque non meritevole di commenti particolari. Qualche giorno fa ci siamo ricreduti, perché la Selvaggia nazionale ha prodotto questa chicca:


Se incontrate la Lucarelli per strada, fermatela e chiedetele qualcosa…


Il Prof. Raffaele Morelli

È un post che si presta a molteplici critiche e interpretazioni. Al di là della battutina sarcastica e acchiappa-like (più di 30 mila al momento di questo screenshot!), impressiona che un’osservazione così superficiale attiri così tanto consenso. Impressiona e spiega molto del contesto culturale in cui viviamo. Sì, perché la Lucarelli conclude che in Italia impera il maschilismo per il comportamento di alcune persone: il prof. Morelli, Vittorio Sgarbi e i ragazzi di Udine finiti nella bufera per una maglietta con scritto “centro stupri”. Il meta-messaggio è che costoro rappresentano, nel loro “maschilismo tossico”, tutta la popolazione maschile nazionale. Un po’ come se, viaggiando lungo un viale dove si espongono diverse prostitute, si dovesse concludere sui facili costumi delle donne italiane. L’idiozia è la stessa, eppure, se detta da un influencer, attira un sacco di like.

E li attira sebbene si menzionino fatti che non hanno nulla a che fare con il maschilismo, ma anzi con il femminismo. Al prof. Morelli, l’abbiamo detto ed è evidente a chiunque abbia visto la registrazione, sono semplicemente saltati i nervi perché non riusciva a elaborare un ragionamento, interrotto com’era dalla prepotenza e dal sarcasmo supponente dell’iper-femminista Michela Murgia. Se incontrate la Lucarelli per strada, fingetevi giornalisti, fermatela e chiedetele qualcosa, tipo intervista al volo… un parere sul governo Conte, sul coronavirus, qualunque cosa, non è importante. Appena comincia a parlare interrompetela a raffica, ripetendo ciò che ha appena detto con tono sprezzante, come se fosse una deficiente. Probabilmente, se non vi pianterà un tacco a spillo nel cranio, vi intimerà di tacere ed ascoltarla, chiedendovi: “che mi chiedi a fare, se poi non ascolti?”. Perché l’arroganza è arroganza, infastidisce tutti. E la mancanza di professionalità nel fare un’intervista è trasversale ai sessi. Ma è noto che chi intervista dall’alto dei propri pregiudizi femministi risulti ancora più arrogante e ancora meno professionale che in altri casi. Nonostante ciò, la Lucarelli cita la vicenda Morelli-Murgia come prova di maschilismo.


Su di loro ora indaga niente meno che la DIGOS.


Vittorio Sgarbi

Parla poi di Sgarbi, anche qui sposando la versione carfagnana di quanto accaduto. Al momento, l’abbiamo detto, non sono emerse testimonianze o registrazioni che provino che Sgarbi abbia insultato lei o la collega con parole sessiste. Lui smentisce, annuncia querele, dice di aver dato a entrambe delle “traditrici” (e sul piano politico ci sta). In ogni caso l’allontanamento forzato di un parlamentare resta cosa grave, mai capitata prima nemmeno in caso di risse o di sbarellamenti, specie se femminili (si pensi alla Taverna…). Rimane curioso che sia accaduto a un politico che aveva appena detto cose scomode, e che per giustificare quella scena da finta democrazia sudamericana si siano usate accuse di parole sessiste, senza alcuna prova che fossero davvero state pronunciate. L’uomo paga la propria libertà sulla base della parola di un paio di donne, una delle quali da poco ha proposto una doppia tassazione, vantaggiosa per le ariane (le donne) e svantaggiosa per gli ebrei (gli uomini). Il copione delle false accuse che mina i nostri tribunali penali e civili, insomma, è stato replicato anche in Parlamento. Eppure per la Lucarelli anche quello è la prova del maschilismo italiano.

C’è poi il fatto di Udine: un gruppo di ragazzotti che, pensando di fare una cosa goliardica, ha prodotto e indossato magliette con scritto “centro stupri”. Una cretinata di pessimo gusto, una zingarata adolescenziale molto stupida, per la quale un paio di calci in culo da parte dei titolati, i genitori, potevano bastare e avanzare. Cosa che per altro è avvenuta: i ragazzotti sono stati puniti e hanno chiesto pubblicamente scusa. Ma alla macchina dell’odio femminista non basta: a qualcuno viene in mente di denunciarli per istigazione a delinquere e apologia di reato. Su di loro ora indaga niente meno che la DIGOS. E sui genitori è piovuta e sta piovendo una shitstorm devastante promossa dai centri antiviolenza locali e, ça va sans dire, dalle maggiori influencer del settore. L’avvocato di quelle famiglie ha parlato di “ignobile l’accanimento che stanno subendo i genitori”. Insomma si è di nuovo passato il segno, come con Crepaldi, per un atto sicuramente sbagliato ma alla fine non così irreparabile.


È fatale che il marciume venga a galla. Che le astute influencer lo vogliano o no.


Oppure è grave? Diciamo di sì, proviamo a seguire lo stream proposto dagli influencer, Lucarelli in primis. Quelle magliette sono apologia di reato e istigazione a delinquere, giusto che ci si metta la DIGOS, quindi, e che i ragazzi paghino per il loro contributo a quella cosa orribile che è la “cultura dello stupro”. Bene, ma se pagano loro allora devono pagare con la stessa moneta anche le attiviste di “Non Una di Meno”. Quelle che periodicamente mettono in scena nelle piazze d’Italia il loro balletto “Lo stupratore sei tu” che, nel testo, dice cose come “il patriarcato è il magistrato / che ci giudica impunito”, o ancora “Lo stupratore sei tu / Sono i poliziotti / I giudici / Lo stato / Il presidente”. Robina che in uno Stato che mobilita la DIGOS per i ragazzi di Udine dovrebbe comportare lo scioglimento coatto di “Non Una di Meno” e l’arresto di tutte le scemette ballerine con l’accusa di vilipendio al Presidente della Repubblica e ad altri organi dello Stato, oltre che di attività sovversiva. Come dici, Lucarelli? Ah, ma loro sono donne, loro sono “innocue”, è il loro modo creativo per lottare per la “parità”, so’ ragazze, ecchessarà mai, giusto?

Il doppio standard, il mito della donna sempre vittima, la leggenda del maschilismo imperante nel nostro paese sono, per il momento, il metodo più rapido ed efficace per influencer o aspiranti tali di raccattare i loro adorati like e i loro indispensabili seguaci. Ne facciano scorpacciata finché il contesto glielo consente. Noi siamo qui per fare in modo che, al più presto possibile, non gli sia più consentito, e che anzi provandoci ottengano o un corale “ebbasta, ci avete scassato…” o una più prosaica ed efficace pernacchia. Perché le bugie, anche quando ben dette e ben rette nel tempo, hanno comunque le gambe corte e la verità gliele taglia ulteriormente. La verità è che se un problema ha il nostro paese, è proprio il contrario del maschilismo. Ovvero il femminismo. Ed è fatale che il marciume venga a galla. Che le astute influencer lo vogliano o no.


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