Separazione e colpa: per i giudici c’è foto e foto

di Giorgio Russo – È difficile trovare una persona che non abbia mai fatto un selfie in vita sua. C’è chi spende buona parte della propria esistenza a farsene per poter poi mostrare l’immagine sui propri canali social. È il modo di esistere di oggi e davvero pochi ne sono immuni. Eppure le fotografie hanno un valore significativo in molti casi. Uno di questi, il più tipico, è il tradimento. Non a caso uno degli strumenti di lavoro dell’investigatore privato è proprio la fotocamera e i maggiori datori di lavoro degli investigatori sono proprio i mariti o le mogli gelosi.

Questo perché secondo il nostro codice civile ancora il tradimento può essere causa di addebito di colpa all’uno o all’altro coniuge in sede di separazione. Non è vero sempre e non in tutti i tribunali. La percezione dell’importanza della “colpa” della separazione, specie se collegata a un’infedeltà, varia da giurisdizione a giurisdizione, quasi da giudice a giudice. Di sicuro, chi si presenta con le prove di un’infedeltà del coniuge è, per legge, messo in posizione di vantaggio in una separazione non consensuale. Ecco allora che le fotografie assumono anche un grande rilievo.


Niente colpa per la signora.


Ma quando una foto dimostra il tradimento? Tutto dipende da cosa è rimasto immortalato nell’immagine. Con l’espressione “atteggiamenti intimi” si può intendere qualunque cosa, dal bacetto sulla guancia alla gangbang, e all’interno di questo ventaglio la giurisprudenza italiana sembra perdersi un po’. Non molto tempo fa, ad esempio, la Corte d’Appello de L’Aquila aveva respinto il ricorso di un uomo verso una sentenza di primo grado che non aveva riconosciuto la colpa dell’ex moglie, a dire dell’uomo dimostrata da alcuni selfie che si era fatta insieme a un uomo sdraiato a torso nudo sul letto matrimoniale.

“Se le fotografie non mostrano alcun atteggiamento intimo e di particolare vicinanza tra le parti non possono provare la relazione extraconiugale”, sentenziarono i giudici aquilani. E in effetti dai selfie pare non si vedesse la donna praticare una fellatio all’uomo o quest’ultimo cavalcare la fanciulla come Tex con il suo stallone Dinamite, purtuttavia un estraneo a torso nudo sul letto coniugale, per quanta affettuosa amicizia potesse esserci tra i due, qualcosina avrebbe potuto suggerire. Invece no: i selfie, dissero i giudici, rientrano ormai nelle abitudini degli utenti dei social network e non possono di per sé dimostrare un rapporto intimo con la persona con la quale vengono scattati. Né rappresentano un’offesa alla dignità dell’altro coniuge. Dunque niente colpa per la signora e l’uomo ha dovuto continuare a pagare il mantenimento.


L’uomo se ne va con le pive nel sacco.


Per discutibile che sia, la decisione della Corte d’Appello de L’Aquila dà comunque una linea di indirizzo, in qualche misura fa giurisprudenza, dunque, a meno che non si tratti di un’immagine veramente esplicita, gli autoscatti non sono più un’arma da usare in tribunale. A meno che… A meno che non arrivi la Cassazione, che mesi dopo la Corte d’Appello de L’Aquila emette un’ordinanza (n. 4899/2020) che lascia un po’ spiazzati. La storia è la stessa, ma a parti invertite: l’ex moglie ha foto dell’ex marito in “atteggiamenti intimi” con una donna. Con quelle ottiene l’addebito della separazione. Il marito paga ma fa opposizione, arrivando appunto fino agli ermellini.

Che però dissentono dai colleghi de L’Aquila. Sebbene anche in quelle immagini non ci siano scabrosità tali da dimostrare una relazione sessuale tra i due, e sebbene l’uomo assicuri che si tratta di blande intimità con una donna di cui è solamente amico, i giudici non hanno dubbi: “le produzioni fotografiche sono state valutate correttamente dal giudice di prime cure, a dimostrazione della violazione del dovere di fedeltà coniugale”. Anche in questo caso l’uomo se ne va con le pive nel sacco: dovrà continuare a mantenere l’ex moglie e pure la figlia, sebbene maggiorenne e già impiegata.


La sublime giustizia in tempi di patriarcato…


Ora, si può presumere con qualche certezza che costui non sia stato così cretino da andare in Cassazione avendo sul groppone foto esplicite in possesso dell’ex moglie. È presumibile che quelle immagini potessero essere interpretate come “intimità tra amici”, un po’ come la signora de L’Aquila e il suo amico villoso sul letto. Facile pensare anzi che conoscesse quella sentenza e si fosse rassicurato sul fatto che i giudici avrebbero valutato coerentemente. Si sbagliava però, a conti fatti.

E i conti fatti sono presto fatti. Le due vicende si somigliano e, posto che per dare una valutazione sicura occorrerebbe vedere le rispettive foto incriminate, non si può fare a meno di notare che la differenza più evidente sta nel sesso della parte infedele della coppia. A L’Aquila si trattava di lei, nel caso della Cassazione si trattava di lui. E, come sempre nei tribunali italiani, i due sessi inducono i giudici all’uso di due misure diverse: trattamento di favore per madama e mazzate a pioggia per il bruto. Non a caso la conclusione in entrambi i casi è la stessa: lei ne esce pulita e linda e lui paga, da cornuto in un caso, da sporco traditore dall’altro. Ah, la sublime giustizia in tempi di patriarcato…


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