Siete davvero convinti di vivere in un paese libero?

di Redazione. Questo sarà un articolo-sommario. Metteremo insieme alcuni fatti e alcune notizie recenti di cui abbiamo dato conto (scusandoci per chi già le conosce) per far sì che, come i grani di un rosario demoniaco, possano mostrare chiaramente che abbiamo tutti un bel criticare la Cina, la Turchia, l’Arabia Saudita, l’Iran o altri stati a libertà limitata o limitatissima: il nostro paese è allo stesso punto, se non peggio, quanto a libertà individuali e collettive. Il nostro sommario spiegherà anche il motivo per cui l’Italia è al 43esimo posto nella classifica dell’indice per libertà di stampa, nientemeno che tra Taiwan e il Botswana. Diversamente da altre aree, però, la compressione della nostra libertà e l’inesistenza fattuale della nostra democrazia non derivano da regimi ufficialmente autoritari, per questioni ideologiche o religiose, bensì da un potere violento e oppressivo che scorre come un fiume carsico, torbido e melmoso, impregnando con la sua ideologia tossica le istituzioni e i gangli del potere politico, mediatico ed economico, pur apparendo in superficie e agli occhi di tutti limpido e puro: il femminismo. È uno “Stato nello Stato”, un potere informale che, per esistere, ha bisogno che si diffonda soltanto la sua rappresentazione (falsata) della realtà. E che le altre alternative, solitamente vere, vengano soffocate, cancellate, nascoste, zittite. Questo accade ormai sistematicamente in Italia. Non ci credete?

Restando sugli eventi più recenti: a metà maggio la giornalista e criminologa campana Francesca Beneduce organizza una diretta Facebook del suo programma “Il Monito” con il titolo “Controcorrente: uomini maltrattati”. Ospiti un avvocato, un giudice e un uomo-padre vittima di violenze e stalking da parte dell’ex moglie, quasi rovinato economicamente e, naturale, oggetto di ripetuti tentativi di alienazione parentale. Come si svolge la trasmissione, l’abbiamo raccontato qui. Non ci ripeteremo, diremo soltanto che è andata come al solito, il concetto che passa è: non esistono problemi per gli uomini. Se ci sono, sono irrilevanti. Il vero problema è per le donne. Durante la trasmissione Francesca Beneduce appare turbata: svelerà poi di aver subito pressioni violentissime dai centri antiviolenza e dalle associazioni femministe affinché non facesse quella puntata. Proprio lei che di centri antiviolenza ne ha diretti diversi e che è stata Consigliera di Parità per la Regione Campania, finisce nel mirino di chi esige che di certe cose non si parli, perché rischiano di smentire la versione della realtà che serve all’ampia e ramificata organizzazione di interessi e potere legata al femminismo. La Beneduce non cede, fa ugualmente la sua trasmissione, sebbene molto turbata. Pochi giorni dopo la puntata viene cancellata da Facebook e da ogni altra piattaforma. Scomparsa, polverizzata, come se non fosse mai esistita. Non l’ha cancellata la Beneduce: sono arrivate pressioni e chi poteva cancellarlo ha ceduto e l’ha eliminato. Normale che cose del genere accadano in Iran, non nel nostro paese.


Normale che cose del genere accadano in Venezuela, non in Italia.


Passa poco più di un mese, si arriva ai primi di giugno. Il notissimo “vlogger” Marco Crepaldi posta alcuni pensieri, accompagnati da fonti scientifiche, sulle storie di Instagram. Si tratta di una critica che parte dal fenomeno “Black Lives Matter” e dalla sua tendenza a negare che anche gli uomini bianchi ed etero possano subire discriminazioni e vivere una vita infelice. Crepaldi ha alle spalle una storia di piccole sortite di analisi critica verso il femminismo. Niente di sconvolgente: blande osservazioni riservate al “femminismo radicale”, sottintendendo che ne esista uno moderato e buono. Insomma, discorsi pacati ma soprattutto prudentissimi e di fatto innocui. Il femminismo l’ha lasciato giocare per un po’, poi si è stufato e ha colto l’occasione di quelle “stories” su Instagram per massacrarlo con una shitstorm colossale, fatta di insulti e minacce. Spiazzato e incredulo, Crepaldi vede il mondo come se l’era immaginato crollargli addosso. Scopre che il femminismo è tutto e interamente male, altro che correnti e parità. Rilascia allora un video dove ufficializza per sé l’uso, prima esecrato, del termine “nazifemministe”, e annuncia la resa: “non tratterò più l’argomento femminismo”. Troppo pericoloso, secondo lui. Il clima è troppo teso. Dunque lascia il campo di battaglia (pur essendo rimasto di fatto sempre nelle retrovie). Poco dopo annuncerà querele per chi l’ha minacciato, ma intanto una voce, anche se blandamente critica, viene cancellata con una violenza sfrenata. Di fatto a una persona che presentava proprie idee e opinioni in modo civile e argomentato viene proibito di parlare. Normale che cose del genere accadano in Cina, non nel nostro paese.


Una manciata di settimane dopo, un parlamentare di nome Vittorio Sgarbi pronuncia in Parlamento un’intemerata sui giudici, la magistratura e il caso Palamara. Il noto critico d’arte può piacere come no, può star simpatico come no, poco importa. Restando ai fatti, dice molto chiaramente che “una parte” della magistratura è sicuramente corrotta da un sistema maligno che andrebbe indagato e propone una commissione d’inchiesta (che in un paese normale si sarebbe insediata in realtà già da tempo). Torna al suo posto, si alza una deputata di Forza Italia, donna, ex magistrato, e lo bacchetta per aver detto che “tutta” la magistratura è mafiosa. Sgarbi non accetta che il suo pensiero venga mistificato e protesta com’è nel suo stile: si agita, grida, urla, insulta. Sosterrà poi che i suoi improperi, diretti alla collega e poi alla Vice Presidente della Camera Mara Carfagna, erano “traditrice”, “venduta” e simili. Roba che in Parlamento si sente regolarmente (anzi si sente di peggio) e che, pur se fuori luogo, avevano senso in quanto indirizzati a una deputata di Forza Italia che difendeva la magistratura (!). Tuttavia la collega e la Carfagna dicono che Sgarbi abbia usato insulti sessisti (“puttana”, e simili). Non ci sono registrazioni o testimoni a comprovarlo. Sgarbi giurerà di no: non ha interesse a insultare la donna ma la parlamentare. In ogni caso, con l’accusa non provata degli insulti sessisti, Mara Carfagna fa portare via di peso Vittorio Sgarbi dall’aula. Insieme a lui, rimuove l’unica voce che abbia avuto il coraggio di denunciare il marciume della magistratura, usando il pretesto dell’offesa alla donna inquantodonna. Una scena mai vista in Parlamento. Normale che cose del genere accadano in Venezuela, non nel nostro paese.


La domanda resta la stessa, da quattro anni a oggi: quousque tandem…?


Pochi giorni dopo si viene a sapere che una delle donne-simbolo dell’antiviolenza, la giornalista Eleonora De Nardis, è stata condannata per lesioni aggravate, per aver accoltellato undici volte l’ex compagno, l’Avvocato Piero Lorusso. Anni prima quest’ultimo era finito su tutti i media, accusato di essere un violento proprio dalla De Nardis, che aveva tentato di giocarsi la carta dell’autodifesa. Un danno d’immagine enorme, specie per un avvocato, le cui richieste di rettifica erano state accettate da qualche media locale e niente più, mentre la De Nardis girava l’Italia a presentare i propri libri contro la violenza maschile, anche ospitata con tutti gli onori in Senato. A sentenza di condanna emessa, Lorusso vorrebbe che i media gli restituissero, anche per deontologia, la reputazione che in precedenza avevano sporcato. Manda comunicati, fa telefonate, qualcuno promette, ma poi non mantiene. “Sono arrivate delle pressioni da Roma per non parlare della vicenda”, gli dicono. Trova sponda nuovamente solo in un paio di piccole testate locali pugliesi e in questo blog, che fa uscire un articolo corredato da una sua intervista. Quello stesso articolo viene ripreso una settimana dopo da Antonietta Gianola, che rilancia la notizia della sentenza su “Il Primato Nazionale“. La notizia resta online per qualche giorno, poi scompare. Per vie traverse si viene a sapere che la redazione ha ricevuto delle pressioni e l’ha tolto “per non avere problemi”. Nel frattempo la De Nardis ancora gira l’Italia a presentare libri sulla violenza maschile ospitata, e non stupisce, dalla Casa Internazionale della Donna. Normale che cose del genere accadano in Turchia, non nel nostro paese.

Non passa nemmeno un mese e, storia recente, si ha la vicenda di ParmaPress24, testata giornalistica finita nella bufera per aver pubblicato un articolo dove si ventilava timidamente l’ipotesi che un uomo accusato di stupro fosse innocente, anche alla luce dei messaggi e delle foto che la presunta vittima gli aveva mandato dopo il presunto abuso. I centri antiviolenza e l’associazionismo femminista non ci stanno, fanno esposti, dichiarazioni di condanna e tutto lo sciacallame che si portano dietro si scatena online in un “cimitero di insulti” e minacce. Che prendono corpo anche in alcuni volantini minatori fatti recapitare alla Direttrice della testata, Francesca Devincenzi. Che, contrariamente ad altri, tiene duro, non cancella l’articolo e dichiara apertamente di non avere paura, ma intanto il gioco oppressivo e censorio del movimento femminista è scoperto. E tutto questo riguarda notizie degli ultimi mesi. Andando a ritroso c’è tutta una storia costellata di vicende del genere: Umberto La Morgia massacrato per aver detto la verità; giornalisti, presentatori, sportivi rimossi o puniti per una loro opinione; più in piccolo, il fondatore di questo blog impedito nel parlare in pubblico perché in passato denunciato (e mai condannato) per stalking, mentre una condannata per lesioni va in giro a tenere conferenze… e di contro femministe che possono dire le peggiori cose (“uomini come mafiosi”, Michela Murgia; “uomini e padri pezzi di merda”, Finocchiaro-Dandini, solo per citare le più note), senza che nessuno dica o faccia nulla. Cose che possono capitare solo in un paese a libertà limitata, solo sotto un regime. Non si tratta nemmeno di essere più o meno “aperti” verso il femminismo. Qui sono in ballo questioni basiche come la libertà in generale, in particolare quella di opinione e parola, oltre che la già traballante democrazia del nostro paese. Il moralismo del terrore e la sua “cancel culture“, come ora viene chiamata, specie quella declinata dalle femministe, stanno dilagando e solo dei fessi o degli illusi possono, anche alla luce del DDL Zan in discussione, non vederlo e continuare a pensare che viviamo in uno stato democratico e libero. La domanda resta la stessa, da quattro anni a oggi: quousque tandem…?


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