Silvia Romano rientra. E il femminismo si liquefa

Silvia Romano
Silvia Romano

di Giorgio Russo – Il rientro di Silvia Romano in Italia è stato salutato come un successo da alcuni e ha indignato altri. Le ragioni dell’indignazione sono diverse e articolate, hanno a che fare con l’operazione messa in atto per il rimpatrio della ragazza, con aspetti politici, religiosi, economici e di comunicazione. In ogni caso a chi ha critiche argomentate da proporre al dibattito non è consentito parlare. Tutto l’apparato mediatico italiano ha alzato un vero e proprio muro di fuoco che vieta l’accesso a punti di vista che non siano glorificanti dell’operato del governo, della giovane cooperante e di tutto ciò che vi è correlato. A riprova che l’articolo 21 della nostra Costituzione ormai può tranquillamente essere cancellato per obsolescenza.

Chiaramente il bassissimo livello dei commenti di molti sui social network, considerati impropriamente come “l’agenzia stampa dellaggente”, facilita il compito ai censori. Così, per colpa di qualche legione di imbecilli, il cittadino ragionante non può più porsi o porre domande legittime senza sentirsi dare dell’ignorante, disumano, mestatore, fomentatore d’odio e tutto il noto armamentario. E’ uno dei motivi per cui siamo stati indecisi a lungo se trattare la tematica o meno, in aggiunta al fatto che di per sé aveva ben poco a che fare con gli argomenti che stanno a cuore a queste pagine. Perché alla fine il rientro di Silvia Romano attiene solo ai giochetti politici di un governo spaventato dal rientro post-quarantena, con un bisogno folle di distrarre l’attenzione pubblica verso altro. Manovrette da politica italiana fuori dal campo di applicazione di questo blog.


Vittimismo di mestiere atto a mettere a tacere gli innocenti.


Se non fosse che anche su questa vicenda il femminismo in mobilitazione permanente ha voluto dire la propria, utile anzitutto in termini di sbarramento. Tra gli insulti possibili verso chi ha una visione critica si è infatti quasi subito aggiunto quello di essere “sessista” o “maschilista” e di attaccare la cooperante “in quanto donna”. Ne è chiara testimone Federica Seneghini, che sul Corriere della Sera sostiene che l’odio diffuso verso la Romano è dovuto al fatto che è “laureata. Giovane. Idealista. Libera. Ma soprattutto: donna”. Ed ecco servito sul piatto il vittimismo di mestiere atto a mettere a tacere gli innocenti. Che così diventano colpevoli di una colpa impalpabile e del tutto teorica, quando non fantasiosa.

Secondo Seneghini, essendo noi un paese “in cui il 71 per cento degli uomini e il 63 per cento delle donne pensa che, va bene lavorare, ma quello che vogliono davvero le donne dalla vita sia una casa e dei figli, Silvia Romano è la nemesi dell’italiano medio”. La giornalista trae le sue percentuali da un’indagine recente dell’ISTAT, dove uomini e donne si sono mostrati poco propensi ad abbracciare un modello di vita liquido, disgregato, sradicato e mondialista. Il che, naturalmente, secondo lei è male. Ma soprattutto l’accusa di essere retrogradi gira che ti rigira cade implicitamente sul maschio, sull’uomo, quel medievale soggetto sopra a cui si Seneghini fa stagliare monumentale l’immagine della donna libera Silvia Romano.


Un femminismo che intanto si polverizza nella contraddizione.


Silvia Romano, prima e dopo

Non è l’unica, Seneghini. Spulciando gli house organ femministi nazionali, si sprecano i canti glorificanti per la cooperante, per come ha espresso la sua libertà, ma si sprecano anche le condanne senza appello contro chi osa criticarne scelte e condotta. Ed è così che il femminismo comincia a liquefarsi, imprigionato nelle sue contraddizioni e nel suo modo buffamente goffo di celarle. La contraddizione sta nel fatto che si tratta dello stesso femminismo schierato contro la posizione oppressa della donna nei paesi islamici, furioso contro la violenza del velo o del burqa, indignato di fronte alle adultere lapidate o alle “spose forzate” o ai divieti di guida o di voto attivo e passivo, schifato per la poligamia maschile e la generale cultura arretrata in fatto di diritti delle donne in molti paesi musulmani. Solo un anno fa, ad esempio, l’On. Mara Carfagna ha fatto carte false, rovesciato tavoli e fatto capricci perché venisse inserito nel “Codice Rosso” il divieto ai matrimoni forzati, anche contratti all’estero, pratica tipica di molte aree a maggioranza islamica (e di minoranze islamiche immigrate).

Nonostante questo, per tutte costoro ora Silvia Romano è un simbolo di libertà e di autodeterminazione femminile, con la sua veste, il suo cambio di nome e di religione. Prima di partire per la Somalia era un’italiana libera di vestirsi come voleva, di prendere le scelte di vita che preferiva, di diventare casalinga o business-woman, di fare il giro del mondo o non uscire dal suo quartiere; ora che è tornata, quelle libertà non le ha più. Aisha, nuovo nome di Silvia, ora può al massimo vestire abiti che la umiliano e la costringono, prendersi una pioggia di sassi addosso se colta a tradire il marito estremista (sempre che sia vero che si è sposata), condividere quest’ultimo con altre mogli, non lavorare, non occuparsi della vita pubblica e sottomettersi a un Islam che prende davvero in parola il significato del proprio nome (“sottomissione”). Costei di tutto questo è ora un simbolo, altro che della libertà e autodeterminazione di cui straparla un femminismo che intanto si polverizza nella contraddizione.


Il femminismo è solo uno strumento di oppressione.


bavaglioIn realtà nessuno in Italia sta criticando Silvia Romano “in quanto donna”. Le ragioni delle critiche sono di altra natura, molto articolate e diversificate e qua non interessa affrontarle. Il problema, per noi, è che tra gli strumenti usati per zittire chi vuole esprimere una posizione critica, si è posizionata anche l’arma della censura femminista, che contribuisce a imporre la mordacchia generale pur partendo da una contraddizione che grida vendetta. Il femminismo per primo, se fosse davvero per le donne e non un mero strumento oppressivo, dovrebbe gridare a Silvia Romano di tornare libera, respingendo una cultura che umilia la donna e contro cui il femminismo si è sempre apertamente schierato. Ma il femminismo non è per le donne, è per il potere. Il potere di imporre la propria visione vittimizzante del mondo femminile e colpevolizzante per quello maschile, e con ciò il potere di zittire chi ha opinioni sgradite, per quanto sensate e argomentate.

Il femminismo è sempre stato capace di dire tutto e il contrario di tutto, negando assunti proclamati poco prima, dando letture diverse a uno stesso fenomeno per mera convenienza, pur di non smettere di surfare sulla cresta dell’onda. Uno strumento perfetto per alimentare il muro di fuoco voluto dall’apparato. E’ per questo che in giro si leggono articoli ridicoli come quello della Seneghini sul Corriere o attacchi ferocissimi, veri fuochi di sbarramento, sui social, dove far notare che Aisha ha perso oggi la libertà di vestirsi com’era abituata fare ieri non pone un problema di consistenza del pensiero, come dovrebbe, ma attira semplicemente la lunare etichetta di “maschilista”. Al di fuori di ogni discussione di merito sulla vicenda, il rientro di Aisha è l’ennesima dimostrazione di quanto qui si dice da tempo: il femminismo è solo uno strumento di oppressione, nemico della libertà, mistificatore e, in una parola, è fascismo.


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