Suicidio tra i giovani: un’epidemia con radici profonde

suicidiodi Giuseppe Augello – Domenica sera, 29 Settembre, a 13 anni, una ragazzina si getta nel vuoto dal nono piano, a Roma, e muore sul colpo. Non conosciamo il suo nome, non pubblicato per riserbo, ed era veramente bella, dicono. “Eri stupenda”, le scrivono infatti adesso in tanti. Occhi azzurri, capelli castani, era bella, ma soffriva. Quale potrebbe essere stata la motivazione del suo gesto? Rimane chiusa nell’ermeticità, e nell’incomunicabilità che spesso accompagna la vita di tantissimi adolescenti dell’era della rivoluzione femminista e della distruzione dell’istituzione familiare. Ma la giovane ha lasciato un bigliettino. Cinque cuoricini dedicati a “Mimmo”. Il soprannome usato da tutti per il padre. I genitori si stavano separando, a scuola aveva scarsi risultati, la madre assente per lavoro, e quindi spesso sola in casa.

Nella baraonda immane dell’esplosione della conflittualità nelle relazioni matrimoniali, e protesi nella ricerca di una vendetta personale, i genitori (maggiormente le genitrici invero) sono del tutto noncuranti della sofferenza e del destino dello sviluppo psicofisico dei figli minori. O ne ravvisano le cause esclusivamente in un genitore. Nella ricerca spasmodica della rottura del vincolo, appare ormai impresa insormontabile quella di mantenere una sana doppia genitorialità tra separandi. In particolar modo in quanto la spinta a liberarsi dell’ex marito/compagno/padre in modo cruento e definitivo, sostituendolo al più presto con altre figure, diviene compulsiva grazie ai metodi di violenza giudiziaria cui un intero universo femminil-femminista costringe ad affidarsi. Con buona pace delle statistiche vere, dell’interpretazione autentica di tanti fatti cruenti, l’imperativo categorico che viene sospinto nei cervelli delle masse di donne urlanti e inneggianti all’indipendenza economica post-separazione, è che sia del tutto imprescindibile usare i metodi più drastici nel rompere immediatamente la relazione, prima ancora di una possibile mediazione, prima di un possibile tentativo di riflessione magari col supporto di di un aiuto esterno.


Cinque cuoricini dedicati a “Mimmo”.


Codici rossi e Centri Anti Violenza fanno giustizia sommaria non solo di qualunque ipotesi di ritorno sui propri passi nella rottura della relazione, ma di qualunque tentativo di mediazione e di programmazione di una diversa modalità di coinvolgimento dei figli, che si trovano ad affrontare, del tutto impreparati, il lutto della separazione da un genitore, spesso definitiva. A partire dalla prima discussione chiarificatrice, parte l’accusa di violenza unilaterale. Ed è il “là” che da via al ballo delle streghe. L’assenza improvvisa del padre in particolare, non di rado accompagnata da una intensa opera di alienazione genitoriale, rende vulnerabili, insicuri, e quasi certamente dei futuri individui problematizzati, i minori coinvolti. Quando giunge l’età adulta. Se vi giungono. E l’andamento dei suicidi tra adolescenti non appare sicuramente smentire le mie affermazioni, il che sarebbe augurabile.

Nel caso ultimo della 13enne, si indaga su un presunto cyberbullismo di cui sarebbe stata vittima la povera ragazza. Anche questo, seguendo mode e tendenze permeate in forma diversa delle odierne tecnologie. Ma poiché ci si dimentica spesso di raccordarsi alla storia passata, non si rammenta che la figura dello studente debole e preso in giro dai compagni più “vissuti” esisteva anche nell’epoca priva dei cellulari. Che, soprattutto in età giovanile, è facile che il bullo o il violento siano addirittura rispettati tra i coetanei e conquistino l’ammirazione anche dall’ex sesso debole, che non a caso in epoca recente rimane succube anch’esso di comportamenti bullistici al femminile. Ciò che ha sempre salvato gli adolescenti in crescita dal soccombere all’urto con la violenza sociale, sempre esistita, e prima di apprendere i metodi di difesa consentiti dalla legge, certo non immediatamente efficaci, è sempre stata la corazza della sicurezza e dello status di protezione garantito dalla famiglia sana. E, con buona pace di chi la avversa come violenta e patriarcale, auspicandone l’eliminazione totale, di quella famiglia ove il padre e la madre nel loro diverso ruolo, garantivano sostentamento, sicurezza e protezione sociale. Personalmente sono più incline a non attribuire al cyber-bullismo né questo né altri suicidi giovanili. Non come causa diretta almeno. Ma secondaria ove si innesti su una nuova più grande debolezza e fragilità giovanile che va di pari passo, probabilmente, con lo sfascio o la conflittualità della famiglia. E non sono il solo a pensarla così. Non occorre essere degli studiosi clinici per sapere che in una famiglia sana nel senso tradizionale del termine, crescono giovani sani, soprattutto dal punto di vista dell’equilibrio psicofisico, più resistente.


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Si indaga su un presunto cyberbullismo.


L’ISTAT ha ben rappresentato come il suicidio tra i giovani al disotto dei 24 anni sia addirittura la seconda causa di morte. E non solo in Italia dove si hanno 200 casi all’anno. Inoltre, se pure il numero è in lieve calo, aumentano a dismisura i comportamenti autolesionistici e suicidari tra i giovani e giovanissimi. All’ospedale pediatrico Bambino Gesù le richieste urgenti in pronto soccorso per ideazione e comportamento suicidario negli ultimi 8 anni sono aumentate di 20 volte: si è passati dai 12 casi del 2011 ai 237 del 2018. Tra questi anche bambini di 10-11 anni per autolesionismo e tentato suicidio. Lo scorso anno, sempre in pronto soccorso, sono state effettuate quasi 1.000 consulenze neuropsichiatriche con un aumento del 24% rispetto al 2017.In Svizzera per questo motivo si hanno tre volte più deceduti che quelli a seguito di incidenti stradali. Ed è riconosciuta la cronicità dei conflitti familiari come una delle cause principali della distruzione psichica dei minori. Così come è riconosciuto che la separazione e il divorzio, che già costituiscono un lutto, una deprivazione su cui il minore si avverte impotente e che mai vorrebbe subire, diviene distruttivo in caso di forte conflittualità genitoriale. Non può essere casuale se al forte incremento di separazioni e divorzi, segua un forte incremento della depressione e del disagio giovanile, che sfocia anche nel suicidio. E non è il solo caso avvenuto in questo paese soltanto nel mese scorso.

Non può essere casuale, infatti, a mio giudizio, se gli aspri rimproveri ad una ragazza di 13 anno, fatti dai genitori per non rientrare tardi la sera a casa, la spingano al suicidio. O una ragazza di 18 anni ad impiccarsi in un parco gioco per bambini dopo essersi legata le mani da sola per evitare di sfuggire al suo destino. O se è una bimba di dieci anni a tentare il suicidio salvata in extremis da due poliziotti. Un forte disagio interiore e la sensazione di non essere amata sarebbe il motivo che avrebbe spinto la bambina a farla finita per sempre. Una condizione di solitudine che la minore, ascoltata dopo il tentato suicidio, non sarebbe riuscita a spiegare pienamente. La bambina, non aveva particolari problemi scolastici e non era vittima di bullismo. Si accerterà adesso qual’era la situazione familiare?


Aumentano a dismisura i comportamenti autolesionistici.


Il suicidio di una ragazzina catanese del gennaio 2017 che non ha retto al divorzio del genitori riporta a galla un tabù di cui giornali e società non vogliono parlare: la separazione dei genitori è distruttiva per i figli, che possono arrivare a forme estreme o a sprofondare nel nichilismo. Come l’inferno descritto da un 16enne, anch’egli suicida: “Riconosco che mi avete voluto bene, ma non siete stati capaci di farmi del bene”. Il caso non è isolato e ricorda quello di un bambino che nel 2012 a soli 10 anni si suicidò impiccandosi con una sciarpa perché, a detta dei nonni, “non aveva mai veramente accettato la separazione dei genitori, ha sofferto molto e non ha mai superato il dolore”. E non c’è solo il gesto estremo a costellare le conseguenze delle separazioni, che per il mondo femminista costituiscono altrettante liberazioni di donne dalla schiavitù della famiglia, non trovando di meglio che auspicare l’affidamento dei figli allo Stato per consentire a esse di girare a pieno regime nel mercato del lavoro. E così abbondano tra i minori anoressie, droga, violenza, apatia, compulsioni varie.

Nell’esaltazione mistica e orgiastica che segue ogni caso degli sparuti “femminicidi” che avvengono nel paese, vaneggiando di violenza tutta al maschile, si rammentano mai, gli apprendisti stregoni dell’informazione di genere, dei casi di padri separati suicidi, nella maggioranza colpiti da deprivazione filiale e alienazione parentale (che esiste eccome, anche se non inserita nel famigerato DSM-5) e che si fanno buona compagnia con i 200 giovani vittime dell’instabilità familiare, suicidi o aspiranti tali? Quando si opporranno questi dati veri al carcinoma in metastasi che permea di violenza le separazioni, che sfociano in violenze indotte da una ideologia perversa di riscatto tutto al femminile? Violenze sistematicamente introdotte nella relazione dalle false accuse avanzate al solo scopo di allontanare un genitore, con la complicità di professionisti compiacenti, per altro. E che hanno come sicuro effetto una caratterizzazione di estrema violenza della separazione, cui segue un allontanamento violento dei figli dal padre, con rischi per la loro salute. A chi nega l’alienazione parentale si dovrebbe chiedere: non è raro che si inneschino due procedimenti paralleli in sede di separazione. Uno civile, nel quale si accerta che un bambino non vuole vedere il padre. Uno penale ove il padre è accusato di maltrattamenti o addirittura di abuso sessuale verso il figlio. Ovvio che in sede civile si inibisca la frequentazione del padre. Il minore non vuole vederlo perché lui gli ha usato violenza. Ma dopo anni, il penale si conclude con l’assoluzione, quasi sempre. Da dove sono giunti allora i rifiuti del padre da parte del figlioletto? Da una conflittualità cui è stata negata la speranza di ricomporsi con una sincera mediazione familiare (Convenzione di Instanbul) anche se in fase di separazione!


Violenze indotte da una ideologia perversa.


Invece di pretendere linciaggi morali e fisici degli accusati subito dopo la mera denuncia, come criminali, allora, dovrebbero essere trattate le false accusanti, ma soprattutto chi ha fornito supporto e guida legale ad esse nella sciagurata impresa, finalizzata solo a squallide vendette personali e allo scopo di trarne profitto grazie a un sistema di sfruttamento di risorse pubbliche. E chiusi immediatamente coi sigilli dovrebbero essere i CAV, e denunciate le loro direttrici, che fornissero aiuto a ricoverate le cui accuse si palesino false, o si concludano con serie di assoluzioni di ex padri cui l’esistenza è stata rovinata per sempre; insieme a quella dei loro figli minori, che porteranno a vita i segni di una tragedia familiare annunciata.


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