Tecnica e parole della propaganda

varie_maniboldriniSe si ha la necessità di instillare determinati dogmi nelle menti della massa, occorre utilizzare tecniche via via più raffinate a seconda del livello di capacità critica della massa stessa. Lo spappolamento cerebrale dei cervelli delle persone grazie a decenni di televisione e ora al web e ai social network consente oggi ai produttori e diffusori di propaganda di utilizzare quindi tecniche anche molto grossolane per ottenere i propri scopi. Non c’è alcuna necessità di messaggi subliminali o particolari astuzie, insomma: ormai si può giocare quasi a carte scoperte. Praticamente tutti si bevono tutto.

Settimana scorsa se n’è avuto prova in due frangenti in particolare, uno sui media mainstream e uno sui social network. Il primo ha riguardato la notizia dell’affissione in molte città italiane di un manifesto con il volto di Laura Boldrini, preso da una delle sue foto forse meno riuscite. L’immagine sormonta due frasi, una in grande, “Pensa come vuoi, ma pensa come noi”, una più piccola al di sotto, che riprende una nota riflessione della parlamentare (“gli immigrati ci offrono uno stile di vita che presto sarà molto diffuso tra tutti noi”). Come firma l’effigie di un occhio dal sapore vagamente massonico e la scritta “Ministero della Verità”, un’evidente citazione da “1984” di George Orwell.


Un manifesto dal messaggio chiaro, provocatorio e in parte anche geniale.


Non ci vuole molto a interpretare quel manifesto. Chiunque l’abbia concepito ha una posizione critica verso le proposte politiche sull’immigrazione di cui Boldrini si è in qualche modo eletta a simbolo. Ma non solo: l’impianto del manifesto vuole denunciare palesemente anche il tipo di comunicazione che viene fatto sul tema, a suo avviso pericolosamente somigliante a quella del regime orwelliano, dove si spaccia per libertà (“pensa come vuoi”) quello che invece è frutto di mero indottrinamento (“ma pensa come noi”). Il riferimento al “Ministero della Verità” non può che confermare questa intenzione.

Insomma un manifesto dal messaggio chiaro, provocatorio e in parte anche geniale, va detto, qualunque sia l’opinione di ognuno sul tema dell’immigrazione. Soprattutto un messaggio legittimo: essere contrari alle politiche di accoglienza indiscriminata non vuol dire automaticamente essere razzisti. Stando a diversi articoli della Costituzione, si tratta di un punto di vista legittimo e liberamente esprimibile. Eppure provate a digitare su Google News la chiave di ricerca “Boldrini manifesti” e date un’occhiata ai titoli e ai contenuti degli articoli di più o meno tutti i media.


Tecniche veramente elementari di manipolazione.


I manifesti vengono sempre invariabilmente definiti “razzisti”. Non di rado, a buon peso, viene aggiunta anche la qualifica “sessisti”. Essi in realtà non contengono nessun tipo di messaggio né sessista né razzista, ma grazie a quelle due parole-chiave si innesca la condanna pubblica dell’espressione di una legittima opinione. Alcuni media, poi, osano l’inosabile e mescolano due notizie simultanee per immischiare la questione dei manifesti con altre ben più legittimamente condannabili. E’ il caso di “Repubblica” (e chi sennò?) che qui fa un minestrone unico associando ai manifesti le esecrabili minacce antisemite rivolte al parlamentare PD Emanuele FIano, diffuse quasi contemporaneamente ai manifesti stessi. Terminata la lettura dell’articolo si ha l’impressione che manifesti e minacce abbiano gli stessi autori, anche se così non è.

Quelle di mescolare e “apparentare” notizie diverse in un unico calderone, così come quelle di usare termini d’innesco automatico dell’indignazione (“sessista”, “razzista”), sono tecniche veramente elementari di manipolazione dell’opinione pubblica, usate in questo caso sul tema dell’immigrazione, ma moneta corrente anche quando si tratta di relazioni e conflitti di genere. In tutti i casi non si sente il bisogno di strumenti più raffinati perché l’imbarbarimento generale è tale, la mancanza di senso critico è così profonda, che tutti se la bevono tranquillamente. I manovratori così governano quasi senza sforzo, che si tratti di soffocare opinioni legittime contro l’immigrazione, contro l’ideologia femminista o qualunque altro tema-chiave del pensiero unico dominante.


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michela murgia femministaUn esempio pratico dell’uso di tecniche propagandistiche elementari l’ha dato una specialista del settore, Michela Murgia. Tra le sue campagne in difesa delle donne, c’è anche quella contro i manel, ossia i gruppi di persone chiamate a intervenire in convegni o congressi (panel), composti da soli uomini. Murgia da tempo sollecita le donne invitate in panel a prevalenza maschile a rifiutare gli inviti, a meno che la metà o più del panel stesso non sia composto da donne. Addirittura ritiene opportuno che le donne disertino, anche solo come pubblico, gli incontri dove i conferenzieri siano in prevalenza uomini.

Non è interessante capire se si tratta di una strategia efficace o meno. Se Murgia la adotta, vuol dire che crede lo sia. Sono i presupposti della strategia a essere infondati. Dice Murgia nel suo roboante post sui social: le donne sono più del 50% della popolazione, eccellono in molti importanti campi, ergo non possono non essere almeno la metà dei “panel” di conferenze e convegni (o delle firme in prima pagina sui quotidiani, sua vecchia battaglia). Il che avrebbe senso solo in due casi: se la società non fosse competitiva e gerarchizzata, dunque non desse necessariamente priorità al merito rispetto alle caratteristiche demografiche, e se al criterio sessuale si affiancassero anche tutti gli altri possibili criteri demografici. Anche anziani e bambini, allora, meriterebbero posti nei panel. O persone del nord, centro e sud. Una follia, insomma. E Murgia lo sa bene.


Murgia ottiene di intimidire le voci critiche.


Però sa anche che la sua strategia acchiappa l’audience. Le guadagna l’immagine di “dura e pura”, di donna potenziata e orgogliosa. Poco importa che sia una farneticazione fuori dalla realtà, la cui fallacia è fin troppo facile da dimostrare. E qui scatta la tecnica comunicativa totalitaria e orwelliana della scrittrice sarda. Nel suo messaggio dice: “sotto al post terrò conto dei commenti degli uomini che arrivano a spiegarci che questo non è il modo giusto di fare la battaglia”. Cioè appiccicherà a chi dissente e dimostra l’assurdità della sua posizione l’etichetta di oppressore, usando l’hashtag “mansplaining” o “minchiarimento”, mettendolo così alla berlina di fronte alle sue follower.

E così fa in effetti. Qualche fesso cade nella trappola, vorrebbe provare a dire la sua, a impostare un confronto, ma lei risponde davvero numerando chi osa dire qualcosa “contro”. Bastano due righe e paf! ecco cucita sul bavero la lettera scarlatta di “mansplaining”, e giù tutte a ridere e deridere. Con il suo annuncio preventivo, Murgia ottiene di intimidire le voci critiche, e mettendo in atto quanto annunciato ha un ritorno d’immagine, un rafforzamento del proprio concetto e la ridicolizzazione dell’avversario dialettico. Una banalità, una roba da bulletto dell’asilo: “io dico che è così e chi non è d’accordo è scemo”. E provaci allora a dire che non sei d’accordo col bulletto, quando tutti diranno che sei scemo appena apri bocca. Roba che chiunque con un po’ di sale in zucca seppellirebbe con una risata. Ma nessuno lo fa. Tutti se la bevono.


Un’inversione dell’onere della prova.


A queste banalità siamo, sul piano del dibattito pubblico. C’è la concreta possibilità di mettere a tacere in breve qualunque voce critica, da un lato. Dall’altro si può dire qualunque cosa con tono di autoevidenza e nessuno solleverà obiezioni. Ci ho provato io, commentando Murgia e chiedendo prove statistiche dell’asserzione secondo cui le donne eccellono in molti campi importanti. La risposta di una sua tirapiedi è stata: “dimostra tu che non è così”. Una richiesta di inversione dell’onere della prova che è poi la massima aspirazione di questo femminismo aggressivo e bellicoso. Ed è la cifra della sua comunicazione banale, banalizzante e infondata. Ma che tuttavia, complice il sonno della ragione di pressoché tutta l’opinione pubblica, passa come fosse del tutto normale.


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