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Trans sì o trans no?

Questo blog ha interrotto le pubblicazioni il 14/09/2020, dopo 4 anni di attività.

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LA FIONDA

https://www.lafionda.com

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di Santiago Gascó Altaba. È da diversi giorni che sono intrappolato a casa davanti al computer, a causa del mal tempo e del coronavirus. Il fato ha voluto che sia partita da qualche mese la nuova serie “guerra tra femministe”, l’ennesima nella sua corta storia, iperavvicente, dagli sviluppi imprevedibili e che vi consiglio caldamente di seguire. Per fortuna il supermercato non è lontano, e mi sono rifornito di pop-corn. La Sorellanza S.p.A. non delude mai. La guerra in questione ha come campo di battaglia la Spagna, nazione che da circa una quindicina di anni è diventato il laboratorio mondiale del progresso più irrazionale, della follia più assurda e della logica schizofrenica, in sintesi del femminismo. Ma questa guerra civile tra consorelle non ha luogo unicamente in Spagna. Scaramucce e preliminari ci sono un po’ ovunque, si tratta in fondo di una guerra ineluttabile. In Italia la femminista ArciLesbica ha contestato alla radice la teoria gender, “no alla sostituzione della categoria di sesso con quella di identità di genere“, e ha suscitato un vespaio. In Inghilterra la femminista Maya Forstater è stata licenziata per aver sostenuto in un tweet, a tutela dei diritti delle donne, che gli uomini trans non sono donne. Il giudice è stato del parere che sostenere che un uomo trans non è una donna è intollerante e non rientra all’interno della libertà di parola.

Tornando alla Spagna, ci sono due fronti in armi. Da una parte il partito comunista di Podemos, dall’altra il partito socialista del PSOE, da una parte le pazze (las locas), dall’altra le sane di mente (las cuerdas). I due partiti  formano parte della coalizione di governo ed entrambi si dichiarano orgogliosamente femministi. Le prime sono le femministe di genere, le seconde le femministe classiche. In Spagna 200 collettivi trans (duecento, caspita, ci sono più collettivi che enti per la tutela dell’infanzia!) hanno diramato un comunicato per condannare il femminismo transfobico del partito socialista e fanno l’appello al boicottaggio. A dir loro, le femministe classiche adoperano gli stessi argomenti che “a lungo hanno occultato l’oppressione dei bianchi nei confronti dei neri, degli uomini sulle delle donne e ora delle persone cis sulle persone trans e non binarie”. Di punto in bianco, con loro sorpresa e meraviglia, le femministe storiche socialiste si sono viste dare delle omofobe, transfobiche, cis-eteronormative, tutti termini che adoperano gli insultofili per congratularsi della propria filoidiozia. Insomma, più maschiliste della menopausa.


Le leggi trans invadono i diritti delle donne.


Immagino che a questo punto debba spiegare brevemente in cosa consiste l’ideologia di genere. Facile. Forse molti di voi avranno assunto dal mio nome, Santiago, il mio genere maschile. Sbagliato. Allora forse penserete che il mio genere sia quello femminile. Sbagliato di nuovo. Capita che io sono un gender fluid, a momenti mi sento maschio a momenti mi sento femmina. Voi non potete sapere il mio genere perché me lo dovete chiedere. Il mio genere è la mia percezione. L’abitudine di assumere a priori il genere delle persone, da un semplice contatto visivo, è un vestigio sessista che abbiamo ereditato dal nostro peccaminoso passato patriarcale. Spero di essere stato abbastanza chiaro su qualcosa che capisce persino un bambino. Anzi, soltanto un bambino lo capisce: si chiama fantasia e capriccio.

Le femministe classiche hanno criticato questa “autodeterminazione sessuale”, “le teorie che negano la realtà delle donne”. La femminista Amelia Valcárcel ha ricordato che il femminismo è la lotta contro l’ingiusta e disuguale gerarchia tra uomini e donne, che assoggetta le donne e che non risponde a nessuna legge della Natura. Se il genere diventa una categoria identitaria, soggettiva, si indebolisce la lotta per la parità, si sovverte il principio del femminismo che lotta per far finire l’oppressione a danno della donna per il fatto “di essere nata donna”. In breve, “il femminismo storico argomenta che le leggi trans invadono i diritti delle donne perché permettono al singolo individuo che dichiara di sentirsi donna di diventarlo a tutti gli effetti legali”, ciò che “porterebbe all’invisibilità di tutte le donne biologiche”.


Poter brillare in qualsiasi sport quando si è una nullità.


Avete capito? Le femministe esprimono la loro paura che uomini e donne formino un unica categoria di oppressi indistinti, invece che le solite categorie di privilegiati e oppresse. Le donne sarebbero la categoria sociale oppressa, per esplicita ammissione, e con le leggi di genere le femministe storiche hanno paura che anche gli uomini (i trans) vogliano far parte di questa categoria, che desiderino anche loro diventare oppressi, schiavi, pur essendo i privilegiati e gli oppressori. Dov’è la logica? Se le donne sono veramente oppresse, che problema c’è se ne accolgono degli altri? C’è posto per tutti sotto i ponti della fame e della miseria, sono le élite che fanno di tutto per tenere lontano le folle dai loro resort a cinque stelle con piscina.

Forse quello che intendevano dire, logicamente, era il contrario. Le femministe s’oppongono alle leggi di genere, che stabiliscono il genere sulla  base del proprio desiderio, per paura di dover condividere con gli uomini i loro privilegi femminili. Non hanno paura di dover condividere l’oppressione, ma i privilegi: il privilegio di poter andare prima in pensione (come è già successo in Argentina), di ricevere pene più lievi per gli stessi reati, di vedersi affidare i figli, di evitare la coscrizione obbligatoria, di usufruire di quote e sovvenzioni, di poter accedere a mestieri fisici grazie a prove fisiche agevolate o di poter brillare in qualsiasi sport quando si è una nullità e le proprie prestazioni sono al di sotto di qualsiasi standard maschile.


Travolte dall’irrazionalità che loro stesse hanno innaffiato.


Arrivati a questo punto, mentre ci godiamo lo spettacolo, sorge una domanda spontanea: perché ora? Perché proprio ora? La teoria di genere è vecchia oltre mezzo secolo, è nata e cresciuta all’ombra del femminismo, la sua applicazione progressiva a livello istituzionale e accademico è stata promossa alla Conferenza Internazionale delle donne di Pechino già nel 1995. La femminista Alicia Miyares espone durante una conferenza in maniera lucida il rapporto tra femminismo e teoria di genere: “ad un certo punto abbiamo accettato che genere si adoperasse come sinonimo di femminismo perché in termini pragmatici il femminismo, come teoria politica, ha percepito rapidamente che era più facile infiltrare politiche femministe nei paesi latinoamericani e nelle strutture spagnole che scrivere scuola femminista negli anni ’90. Sapevamo che facendo finta sotto la scritta di scuola di genere, teoria di genere, politiche di genere, sarebbe stato più facile portare a termine l’agenda femminista, e dal femminismo è stato fatto con un senso molto pragmatico, cioè, l’obiettivo era trasformare la realtà e abbiamo rinunciato a mettere in prima fila il femminismo e lo abbiamo sostituito con genere.” (min. 21:19 – 22:44, Banalización del Feminismo y Trampas Patriarcales por Alicia Miyares).

In breve, l’ideologia di genere è stato il cavallo di Troia del femminismo per imporre al mondo la propria agenda e, fate attenzione alle parole, “trasformare la realtà”. Nella loro lotta contro il Patriarcato, non bastavano le donne. Molte di loro non mangiavano la foglia femminista, era necessario dare nuova linfa allo sdegno, far nascere accuse inedite, trovare nuovi alleati più freschi ed energici. Il femminismo, travestito da messia liberatore, ha creato nuove minoranze e categorie di vittime: le vittime di genere. Si sono infiltrate nelle istituzioni e negli enti accademici senza sollevare sospetti, invece di parlare di politiche femministe, parlavano di politiche di genere. Ma ora il giocattolo, troppo irrazionale e assurdo, rischia di sfuggire di mano, rischia di diventare un mostro che travolge il femminismo stesso. Da circa una ventina di anni l’ideologia di genere promuove in maniera programmata la crescita di bambini senza padri o senza madri, e ciò non aveva finora disturbato il femminismo classico. I bambini e l’infanzia non sono mai stati oggetto di preoccupazione del femminismo. Ora, e solo ora, le femministe stanno iniziando a contestare l’ideologia che loro stesse hanno creato. Solo ora si rendono conto di rischiare, travolte dall’irrazionalità che loro stesse hanno innaffiato, di perdere progressivamente i loro privilegi: fondi, sovvenzioni, enti, diritti esclusivi… Prendetevi i pop-corn.


30 thoughts on “Trans sì o trans no?

  1. E’ un po’ fuori tema ma può essere interessante, so che Santiago è interessato al problema delle origini della paternità.

    https://www.reccom.org/2020/06/23/perche-i-nostri-antenati-maschi-hanno-scelto-la-paternita/

    + Perché i nostri antenati maschi hanno scelto la paternità +

    “La paternità non è stata una predisposizione naturale nel maschio ma il frutto dell’evoluzione volto a conservare i geni familiari”

    La paternità non è stata una condizione naturale e innata nell’uomo, ma è una predisposizione che si è evoluta e consolidata nel tempo. Se si osserva il regno animale, poche specie a tutt’oggi mostrano quello che viene definito l’istinto Paterno e, addirittura, in alcune di esse i maschi si dimostrano particolarmente crudeli con la propria prole, divorandola.

    Si può ipotizzare che anche l’uomo avesse un ruolo marginale se non inesistente: la cura della prole era probabilmente legata alla possibilità di garantire longevità ai propri geni. Ma come mai è stata scelta questa strategia conservativa, anziché optare sulla competizione da accoppiamento con più femmine, proprio come avviene nel mondo animale?

    In prima istanza, gli scienziati suggerivano che la paternità fosse principalmente un accordo sessuale: il padre avrebbe protetto e provveduto ai bambini in cambio della fedeltà sessuale della compagna. Successivamente questa ipotesi si è indebolita grazie ad uno studio sugli scimpanzé che ha dimostrato che lo scambio cibo/ sesso si verificava raramente, e questo fatto ha messo in dubbio che questa modalità di mutuo soccorso si sia verificata anche tra gli umani.

    Hillard Kaplan, un antropologo dell’Università del New Mexico che studia la storia della vita umana, suggerisce che la paternità fu forgiata durante un periodo di prova per i nostri antenati circa 2 milioni di anni fa, durante il tardo Pliocene e il primo Pleistocene. Durante quel periodo, la savana africana cominciò a prosciugarsi. La quantità di mammiferi presenti all’aperto aumentò, così come i tuberi (patate) e noci, ma i frutti che maturavano grazie all’acqua scarseggiarono.

    Un articolo del 2020 sulla rivista Proceedings of National Academy of Sciences spiega come queste condizioni in realtà favorirono i padri collaborativi rispetto ai i maschi che cercavano semplicemente di avere il maggior numero possibile di discendenti con compagne diverse.

    Nello studio, gli autori sostengono che questo cambiamento ecologico avrebbe reso più vantaggioso per uomini e donne lavorare insieme per raccogliere una varietà di fonti alimentari. Ad esempio, le femmine, che erano le principali responsabili dell’assistenza alla prole, potevano cercare prodotti ricchi di carboidrati. Con l’abbondanza di mammiferi, i maschi iniziarono a procacciare altre fonti di cibo ricche di energia.

    Questo evento ha creato una complementarità tra maschi e femmine, che ha reso la collaborazione estremamente utile per ogni genitore, afferma Kaplan. I padri avrebbero offerto un beneficio tangibile che avrebbe aiutato a mantenere in vita i loro figli.

    In presenza di più di un bambino, sia le madri che i padri dovettero contribuire, per assicurarsi che tutti i discendenti vivessero, spiega Kaplan – questo è particolarmente vero per i bambini umani, che hanno uno sviluppo prolungato rispetto ad altri animali.

    I figli dei maschi che invece hanno puntato sulla competizione, d’altra parte, potrebbero aver lottato in quel nuovo ambiente in cui era necessaria la combinazione delle forze dei genitori.

    “Gli umani si sono adattati a una dieta onnivora in cui la caccia ha svolto un ruolo davvero importante nella loro economia“, afferma Kaplan. “Ciò ha dato ai maschi la possibilità di fare davvero la differenza nella vita dei bambini impegnandosi nella caccia anziché a battersi l’uno contro l’altro e competere per le femmine”.

    In definitiva, Kaplan afferma che la paternità fa parte di ciò che chiama il complesso di adattabilità umana – o una serie di comportamenti e cambiamenti fisiologici che si sono evoluti insieme mentre gli umani dovevano diventare più creativi per sopravvivere, e garantire che la loro prole sopravvivesse.

    Da un lato, fornire cibo in abbondanza avrebbe potuto consentire alle madri di avere un intervallo più breve tra le nascite, consentendo la nascita di più bambini, consentendo ai padri devoti di perpetuare i loro geni in modo simile a come i padri competitivi avrebbero potuto fare accoppiandosi con più femmine.

    Ma gli altri benefici avrebbero interessato solo i padri accudenti: se i bambini possono concentrarsi sull’apprendimento di nuove attività anziché lottare per sopravvivere, diventano adulti più produttivi e utili, afferma Kaplan. Quindi, potrebbero avere figli e i geni dei padri verranno trasmessi ad un’altra generazione.

    In questo modo viene creata una famiglia. E l’investimento che fa un padre nei confronti del figlio continua a perpetuarsi man mano che le risorse vengono condivise e tramandate.

    “In definitiva, parte del complesso adattivo umano include il nonno“, afferma Kaplan. “Quando uomini e donne agiscono come nonni, hanno un flusso di risorse per i loro figli adulti e per i loro nipoti”.

    In tal senso, l’evoluzione della paternità è inseparabile dall’evoluzione della famiglia. Le condizioni richiedevano all’uomo di unire le forze e investire nel successo a lungo termine dei propri figli.

    L’evoluzione della paternità ha garantito che i nostri antenati umani decidessero che il modo migliore per sopravvivere era guardare i loro figli crescere e prosperare.

    https://www.pnas.org/content/117/20/10746

    https://www.unm.edu/~hkaplan/

  2. Della questione dello stupro ne parlammo pure nel blog di Rino.
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    https://altrosenso.wordpress.com/2010/07/27/amnesty-rettifica-ma-non-si-pente/comment-page-1/#comments

    Tratto da TABULA RASA – PERCHE’ NON E’ VERO CHE GLI UOMINI NASCONO TUTTI UGUALI (2002), di Steven Pinker, docente di psicologia e direttore del Centro di neuroscienza cognitiva al MIT.

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    La teoria ufficiale dello stupro ha origine in “Contro la nostra volontà”, un importante libro scritto nel 1975 da Susan Brownmiller, femminista del genere. Esso divenne l’emblema di una rivoluzione che cambiò il modo di vedere la violenza carnale e che rappresenta una delle maggiori conquiste del femminismo della seconda ondata. Fino agli anni Settanta il sistema giuridico e la cultura di massa affrontavano lo stupro prestando ben poca attenzione agli interessi delle donne. Le vittime, se non volevano essere giudicate consenzienti, dovevano dimostrare di avere opposto resistenza all’aggressore fino a rischiare la vita. Il loro modo di vestire era considerato un’attenuante per l’imputato, come se gli uomini, a veder passare una bella donna, non fossero in grado di controllarsi. E un’attenuante erano considerati anche i trascorsi sessuali della donna, come se scegliere di avere un rapporto con un uomo in una data circostanza equivalesse a consentire a rapporti con qualunque uomo in qualunque circostanza. Nei processi per stupro si esigevano elementi di prova, come la conferma di testimoni oculari, non richiesti per altri crimini violenti. Il consenso delle donne era spesso trattato con disinvoltura dai media popolari. Non era raro, nei film, vedere una donna riluttante venir presa da un uomo con le cattive e poi abbandonarsi nelle sue braccia. Con leggerezza non minore era trattata la sofferenza delle vittime di violenza carnale. Ricordo delle adolescenti, sull’onda della rivoluzione sessuale dei primi anni Settanta, scherzare fra loro dicendo:”Se uno stupro è inevitabile, meglio rilassarsi e goderselo”. Lo stupro perpetrato dal marito non era un reato, quello commesso durante un appuntamento amoroso non era neanche preso in considerazione come stupro, e di violenze carnali i libri di storia non facevano parola. Tali offese all’umanità sono scomparse o in declino nelle democrazie occidentali, e il merito di questo progresso morale è del femminismo. Ma nella sua teoria Brownmiller si spingeva ben oltre l’affermazione del principio morale per cui le donne hanno diritto a non essere aggredite sessualmente. Sosteneva che lo stupro non ha nulla a che vedere con il desiderio sessuale degli uomini, ma è una tattica tramite la quale l’intero genere maschile opprime l’intero genere femminile. Nelle sue celebri parole:
    “La scoperta dell’uomo che i suoi genitali potevano servire come arma per generare paura deve essere annoverata fra le più importanti scoperte dei tempi preistorici, insieme con l’uso del fuoco e le prime rozze asce di pietra. Dalla preistoria ai nostri giorni, è mia convinzione, lo stupro ha svolto una funzione critica. Si tratta né più né meno che di un consapevole processo di intimidazione mediante il quale tutti gli uomini mantengono tutte le donne in uno stato di paura”.
    Da qui nacque il moderno catechismo: lo stupro non c’entra con il sesso, la nostra cultura sociale condiziona gli uomini a stuprare ed esalta la violenza contro le donne. Tale analisi è un frutto diretto della teoria della natura umana fatta propria dal femminismo del genere: gli esseri umani sono tabulae rasae (devono essere addestrati o socialmente condizionati a volere qualcosa); l’unica pulsione umana significativa è quella verso il potere (quindi il desiderio sessuale è irrilevante); e ogni pulsione e interesse è di gruppo (per esempio del sesso maschile e di quello femminile), non di singoli individui. A causa della dottrina del Buon selvaggio, la teoria di Brownmiller attrae anche molti che non aderiscono al femminismo del genere. Dagli anni Sessanta si è diffusa fra le persone colte l’idea che si deve pensare alla sessualità come a qualcosa di naturale, non di vergognoso e sporco. Il sesso è buono perché è naturale e le cose naturali sono buone. E poiché lo stupro non è buono, non c’entra nulla con il sesso. La violenza carnale deve quindi avere origine in istituzioni sociali, non nella natura umana. Lo slogan “è violenza, non sesso” è giusto sotto due aspetti. E’ assolutamente vero nella prima e nella seconda parte per la vittima, che vive lo stupro come un’aggressione violenta, non come un atto sessuale. E, nella prima parte, è vero per definizione per lo stupratore, giacché, senza violenza o coercizione, non si può parlare di stupro. Ma che lo stupro abbia qualcosa a che vedere con la violenza non significa che non abbia nulla a che vedere con il sesso, come il fatto che la rapina a mano armata abbia qualcosa a che vedere con la violenza non significa che non abbia nulla a che vedere con il desiderio di possesso. I malvagi possono usare violenza per ottenere sesso esattamente come usano violenza per ottenere altre cose che desiderano.

    La dottrina “lo stupro non c’entra nulla con il sesso” passerà alla storia , ne sono convinto, come un esempio di incredibile e folle illusione popolare. E’ manifestamente assurda, non merita l’aura di sacralità in cui è avvolta, è contraddetta da una massa di prove e ostacola il raggiungimento dell’unico obiettivo moralmente rilevante riguardo alla violenza carnale: tentare di sradicarla. Pensiamoci un momento. Primo dato di fatto sotto gli occhi di tutti: accade spesso che un uomo voglia fare l’amore con una donna che non vuole fare l’amore con lui. E, in questo caso, usa ogni tattica a disposizione degli esseri umani per influire sul comportamento altrui: corteggiare, sedurre, adulare, raggirare, tenere il broncio, pagare. Secondo dato di fatto evidente: alcuni uomini ricorrono alla violenza per avere quello che vogliono, senza curarsi delle sofferenze che provocano. C’è chi rapisce bambini per chiedere un riscatto (a volte mandando ai genitori un orecchio o un dito della piccola vittima per dimostrare che fa sul serio), chi acceca la vittima di una rapina perché non possa riconoscerlo di fronte ai giudici, chi gambizza un complice per aver fatto la spia con la polizia o il membro di una banda concorrente per aver invaso il suo territorio, e chi uccide uno che nemmeno conosce per la marca delle sue scarpe sportive. Sarebbe straordinario, in contraddizione con tutto ciò che sappiamo degli uomini, che nessuno ricorresse alla violenza per ottenere un rapporto sessuale.
    Ora applichiamo il buon senso alla dottrina che vuole che gli uomini si diano allo stupro per gli interessi del genere cui appartengono. Un violentatore rischia sempre che la donna si difenda e lo colpisca. In una società tradizionale rischia la tortura, la mutilazione e la morte per mano dei parenti della vittima. Nella società moderna rischia di passare un sacco di tempo in prigione.
    Davvero gli stupratori, nell’assumersi questi rischi, si sacrificano altruisticamente per il bene dei miliardi di estranei che compongono il genere maschile? Non è molto credibile, e lo è ancora di meno se si ricorda che gli stupratori sono spesso dei poveracci, persone agli ultimi gradini della scala sociale, mentre i principali beneficiari del patriarcato sono presumibilmente i ricchi e i potenti. E’ vero che in guerra gli uomini si sacrificano per un bene maggiore, ma in questo caso o vengono arruolati di forza e possono sperare, quando le loro imprese diverranno note, nell’incensamento pubblico. In genere i violentatori, invece, compiono le loro belle imprese in privato e cercano di tenerle segrete. E, nella stragrande maggioranza delle epoche e dei luoghi, un uomo che stupra una donna della sua comunità è trattato da rifiuto umano.
    L’idea che tutti gli uomini siano impegnati in una brutale guerra contro tutte le donne cozza contro l’elementare dato di fatto che gli uomini hanno madri, figlie, sorelle e mogli che stanno loro più a cuore di quanto stiano loro a cuore la maggior parte degli altri uomini. Per dirla in termini biologici, i geni di ogni persona vanno in giro nel corpo di altre persone, metà delle quali sono del sesso opposto. Sì, la noncuranza che a volte la cultura di massa dimostra per l’autonomia delle donne va deplorata, ma si può davvero credere che, letteralmente, la nostra cultura “insegni agli uomini a violentare” o “esalti i violentatori” ? Anche l’insensibilità del sistema giudiziario di un tempo per le vittime di violenza carnale ha una spiegazione più semplice di quella secondo cui tutti gli uomini traggono beneficio dallo stupro. Fino a epoca recente, nei processi per stupro ai giurati veniva ricordato il monito di Lord Matthew Hale, giurista del diciassettesimo secolo, per cui la testimonianza di una donna va valutata con cautela, perché un’accusa di violenza carnale “è facile da muovere e da essa è difficile difendersi, anche se l’accusato è innocente”. Il principio è coerente con la presunzione di innocenza incorporata nel nostro sistema giudiziario, per il quale è preferibile lasciare in libertà dieci colpevoli che mettere in galera un solo innocente. Ma supponiamo, anche in questo caso, che gli uomini che hanno applicato tale politica allo stupro l’abbiano piegata ai loro interessi collettivi. Supponiamo che abbiano esercitato una qualche pressione sulla bilancia della giustizia per ridurre al minimo la possibilità di venire loro stessi, un giorno, accusati di stupro ingiustamente (o in circostanze ambigue) e che non abbiano dato abbastanza peso all’ingiustizia subita dalle donne nel vedere i loro aggressori andarsene via liberi. Questo sarebbe davvero ingiusto, ma non sarebbe ancora un “incoraggiare” lo stupro come consapevole tattica per tenere sottomesse le donne. Se fosse questa la tattica degli uomini, perché, tanto per cominciare, avrebbero dovuto fare della violenza carnale un reato?
    Quanto all’idea che credere alla teoria “non è sesso” sia più morale, essa è semplicemente errata. Riconoscendo che la sessualità può essere fonte di conflitto, e non solo sano piacere reciproco, non faremo che riscoprire una verità che gli osservatori della condizione umana hanno rilevato lungo tutta la storia. E se un uomo stupra per il sesso, questo non significa che “non può evitarlo” o che dobbiamo scusarlo, non più di quanto non dobbiamo scusare un uomo che spari a un negoziante di liquori per impadronirsi della cassa o che dia un colpo in testa a un automobilista per rubargli la BMW.
    Il grande contributo del femminismo alla moralità, in fatto di violenza carnale, è consistito nel porre in primo piano le questioni del consenso e della coercizione. Le motivazioni ultime del violentatore sono irrilevanti. Infine, pensiamo al quadro dell’umanità dipinto dalla teoria delle femministe del genere. Come fa notare la femminista dell’equità Wendy McElroy, secondo quella teoria “persino il marito, il padre, il figlio più amorevole e gentile trae beneficio dallo stupro della donna che ama. Nessuna ideologia che muova accuse così spietate agli uomini come classe può medicare alcuna ferita. Può solo, come contropartita, generare ostilità”.

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    1. Interessante e in grande parte condivisibile.
      Mi permetto di fare una critica all’autore.

      Da una parte scrive: “Fino agli anni Settanta il sistema giuridico e la cultura di massa affrontavano lo stupro prestando ben poca attenzione agli interessi delle donne. (…) Con leggerezza non minore era trattata la sofferenza delle vittime di violenza carnale. (…) Tali offese all’umanità sono scomparse o in declino nelle democrazie occidentali, e il merito di questo progresso morale è del femminismo. (…) Il grande contributo del femminismo alla moralità, in fatto di violenza carnale, è consistito nel porre in primo piano le questioni del consenso e della coercizione.”

      Dall’altra: “Un violentatore (…) in una società tradizionale rischia la tortura, la mutilazione e la morte per mano dei parenti della vittima. (…) nella stragrande maggioranza delle epoche e dei luoghi, un uomo che stupra una donna della sua comunità è trattato da rifiuto umano.”

      Mi sembra di essere di fronte ad un’evidente incoerenza. O la permissività allo stupro c’era, prima del femminismo (anni ’60), o non c’era. Non possono coesistere entrambi le posizioni.

      1. Esatto.
        Sembra una sorta di “colpo al cerchio e colpo alla botte” e un “mettere le mani avanti” (nella prima parte) del tutto incongruo.
        Ci sono sicuramente stati processi ingiusti nei confronti delle donne (esiste sempre e ovunque un certo numero di processi ingiusti, anche per qualsiasi altro tipo di reato: l’umanità non è infallibile).
        Sarà successo perché l’avvocato della difesa era molto più bravo di quello dell’accusa, o perché quel particolare giudice era davvero “maschilista” (o una pippa 🙂 ), o perché l’accusato era persona di particolare status socio-economico, o per chissà quali altri meccanismi.
        Dubito fortemente che fosse una situazione diffusa a causa de “il sistema giuridico e la cultura di massa”.
        Alcuni di quei casi furono portati alla ribalta dal femminismo proprio per spingere quel concetto.
        Con ottimi risultati, a quanto pare, fino a proporre, spingere, inculcare come giusta l’aberrante alternativa del “believe her”.

        “Fino agli anni Settanta il sistema giuridico e la cultura di massa affrontavano lo stupro prestando ben poca attenzione agli interessi delle donne.”

        Non è che, invece, nella maggior parte dei casi, prestavano, di fatto, pari attenzione agli interessi di entrambi i contendenti, con un processo SERIO che, duole doverlo ricordare, deve risultare in una condanna dell’imputato solo di fronte a PROVE indiscutibili (“oltre ogni ragionevole dubbio”)?

  3. Secondo la narrazione femminista lo stupro esiste perché esisterebbe una “cultura dello stupro” che perciò in natura non esisterebbe. Non potrebbe esistere. Santiago ha portato esempi del contrario. Inoppugnabili.
    Ma lo stupro è solamente uno dei crimini che accompagnano l’umanità da sempre i quali non sono generati dalla “cultura del …” ma sono viceversa colpiti da infamia sociale e puniti fin da prima di Hammurabi in modi anche severissimi.
    Esistono i furti da sempre non perché esista una “cultura dei furto”, al contrario esiste una cultura dell’anti-furto, ossia una cultura dell’onestà che include le sanzioni (che però non bastano)
    Esistono le rapine – da sempre – ma non esiste una “cultura della rapina” bensì quella del rispetto con le relative sanzioni (che però non bastano)
    Esistono gli omicidi – da sempre – ma non una “cultura dell’omicidio” bensì il suo contrario con le connesse sanzioni (eppure non bastano).
    .
    Sono tutti mali presenti in natura. La quale però non va giudicata moralmente. La natura è splendida ma spietata, diremmo “disumana”.
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    L’umanità combatte da sempre contro quei mali e a tal fine ha creato la “cultura del rispetto” (ossia un ordine morale, una pressione sociale verso il rispetto) ma visto che non bastava (e non basta) vi ha aggiunto pene anche durissime in ogni luogo e tempo. Certo variabili ed anche criticabili, in un senso o nell’altro. Ciononostante …furti, rapine, omicidi e stupri sono ancora presenti tra noi (e, mi permetto di aggiungere, saranno tra noi ancora per secoli. Forse per sempre.)

    La c.d. “cultura dello stupro” è un’invenzione femminista. Una menzogna e le menzogne, si sa, servono per manipolare.
    .
    Non è finita qui, ovviamente, perché stiamo parlando dello stupro vero ed oggettivo, quello in cui:
    1. La donna sa di non volere
    2. Manifesta la sua contrarietà.
    3. La sua volontà viene violata con la forza o le minacce.
    .
    Ma oggi, come detto infinite volte, per essere definito, sentito, denunciato e punito come stupro un incontro non ha bisogno della presenza di quei tre elementi. Non è necessario che vi sia violenza, non è necessario che la donna manifesti la sua opposizione e nemmeno che sappia di volerlo o di non volerlo. Non è necessario, che quei tre elementi vi siano, tuttavia l’incontro può avere lo stesso nome e condurre alla stessa punizione.
    .

  4. Perchè siamo naturalmente portati ad avere un giudizio morale, e quindi lo attribuiamo automaticamente alle parole di Santiago.
    Invece la sua è una semplice esposizione di fatti.
    Ci racconta come nel regno animale e nell’uomo “primitivo” (per semplificare), privi di morale, prevalga il maggior desiderio maschile a discapito di quello – minore – femminile (e generalmente con conseguenze negative per le donne), mentre nelle civiltà, in cui matura il senso morale (pur con tutti i dovuti distinguo, per le differenze fra le varie culture), la vince il minor desiderio femminile, con danni per la parte maschile della società.
    Mi sembra ci sia poco da discutere su questa lettura – ripeto – dei fatti.

    1. Foxtrot
      >>>>>>>>>
      Invece la sua è una semplice esposizione di fatti.
      Ci racconta come nel regno animale e nell’uomo “primitivo” (per semplificare), privi di morale, prevalga il maggior desiderio maschile a discapito di quello – minore – femminile (e generalmente con conseguenze negative per le donne), mentre nelle civiltà, in cui matura il senso morale (pur con tutti i dovuti distinguo, per le differenze fra le varie culture), la vince il minor desiderio femminile, con danni per la parte maschile della società.
      Mi sembra ci sia poco da discutere su questa lettura – ripeto – dei fatti.
      >>>>>>>>>

      E’ vero, quella di Santiago è una pura e semplice esposizione dei fatti, che può piacere o meno, ma che è incontestabile.
      La morale, dopotutto, non ha fatto il suo ingresso nell’universo con il Big Bang per poi permearlo come una radiazione di fondo.
      E’ stata scoperta dai nostri antenati quando il processo moralmente indifferente noto come “selezione naturale” aveva già miliardi di anni.

  5. Ciao, Santiago.

    Ho apprezzato l’articolo, ma scrivo per alcune questioni che riguardano il tuo libro (ho letto prima il secondo vol., ora sono quasi giunto al termine del primo. Ricchissimi di informazioni e scorrevolissimi; una lettura anche piacevole, per quanto possibile visto il “doloroso” tema).

    1 – Mi rendo conto che avrebbe comportato un aumento, forse notevole, dell’impegno e delle spese (e in parte della mole dei volumi stessi), per cui non è una lamentela, ma non posso nascondere che ho sofferto molto la mancanza di un indice analitico.
    Mi (e ti) auguro che un giorno ve ne sia la disponibilità, vuoi in una seconda edizione, vuoi in vendita a parte.
    Sarei in ogni caso un acquirente entusiasta.

    2 – L’indice generale, presente solo sul secondo volume, è assai poco dettagliato, e anche questo fatto comporta una certa difficoltà (per lettori come me, dotati di poca memoria 🙂 ) quando si tratta di andare a recuperare, in un secondo momento, episodi che pure ci si ricorda di aver letto da qualche parte.

    3 – Complimenti per il coraggio dimostrato nell’affrontare (da pag. 519 del primo vol.) il tema del “coito coercitivo” in natura e della moralizzazione del sesso nella cultura (vale a dire: in realtà altro che “cultura dello stupro”: esattamente il contrario!).
    Non posso negare che inizialmente io stesso sono rimasto perplesso di fronte a ciò che stavo leggendo.
    Poi mi sono reso conto di quanto anch’io (che pure trovo lunare il concetto di “cultura dello stupro”) fossi stato condizionato dal pensiero dominante (non solo femminista): superate tali difficoltà, non posso che concordare ora con la tua analisi.
    Temo però che sarà uno dei concetti più difficili da far digerire a (quasi) chiunque e suppongo che concorderai con me in questo.

    Hacia cosas mayores.

    (sarà giusto?)

    1. Si, è vero, in relazione all’argomento del “coito coercitivo”, è l’impressione che abbiamo avuto tutti, anch’io, quando l’ho letto. Sulla cultura dello stupro, sapevo che era una buffonata femminista, prima ancora di leggere il libro di Santiago.

    2. Ti ringrazio.
      Sei stato velocissimo. Sei riuscito a leggere anche la lettera piccola (le citazioni)?
      In verità anche a me capita di non ritrovare quello che ho scritto.
      Sono contento di sentire possibili miglioramenti (e anche critiche sul contenuto) del libro, ma questa non è la sede appropriata, chiederò all’amministratore del sito, se possibile, di comunicarti il mio indirizzo email. Sarò molto grato di ricevere il tuo parere e consigli.

      A proposito del tema del “coito coercitivo”, è un argomento complesso e controverso. Malgrado la piccola estensione del testo all’interno di tutta l’opera, sono convinto che prima o poi sarà riscoperto da qualcuno (femminista?), griderà allo scandalo e lo rielaborerà in maniera personale per metterlo nell’occhio del ciclone. Un rischio molto probabile.
      Quando Warren Farrell scrisse sul “date rape”, in maniera critica, il suo pensiero fu rielaborato e segnalato dal femminismo come un istigatore dello stupro. Su youtube si trova il video delle violenze di un gruppo di femministe che blocca la conferenza del dott. Farrell all’università di Toronto, intervento delle forze d’ordine compreso. Se lo vedi parlare, il dott. Farrell è un pezzo di pane. Non importa, stigmatizzato.
      Sono argomenti sensibili, il rischio dello stigma è alto.
      Malgrado la sconvenienza, mi tengo le parole di Rino della Vecchia: “Sarebbe bello se il mondo fosse diverso da come è. Invece è come è”.

      1. @Santiago.

        Sì, nonostante non sia un “vecchio attivista”, di qualcosina sono informato, nel mio piccolo.
        So delle vicende che riguardano Farrell, conoscevo il motto di Rino.

        “Sei riuscito a leggere anche la lettera piccola (le citazioni)?”

        Qui devo fare “mea culpa” 🙂
        Già tempo fa, quando comunicai che stavo leggendo il secondo volume, tu mi invitasti*** ad affrontare la lettura di quelle parti, e io ti risposi qualcosa del tipo: “Un po’ alla volta, cercherò di farlo”.

        (***Sembra proprio che tu ci tenga molto).

        Poi, arrivato il primo volume, mi son tuffato in quello.
        Poche son le note che ho letto, ahimè. Ma ribadisco il mio intento di affrontarle.
        In genere, è capitato quando cercavo conferma, nelle fonti originali, di avvenimenti che mi sembravano strani, quasi incredibili.
        Quasi mai, quindi 🙂 . Di solito mi sono fidato del tuo racconto principale, perché conosco i miei polli (anzi, le mie pollastre).

        In effetti ci sarebbero alcuni episodi minori che ritengo sarebbero da discutere ma, appunto, in altra sede.

        Alla prossima.

  6. Non male ma un po’ primitivo, parlo di queste cose da un pezzo. E’ un’arma formidabile se solo facciamo gli scemi per non pagare dazio e ci asteniamo dal difendere le donne adulte. Solo i minorenni vanno difesi. Mai interrompere il tuo nemico quando sta facendo un errore.

    Espulsione del partito femminista spagnolo da Izquierda Unida
    https://theindependentmanitaly.wordpress.com/2020/02/26/terf-war-reaching-spain/

    E questo è stato quotato anche su Quillette, pur essendo in italiano – se la stanno facendo sotto:
    https://theindependentmanitaly.wordpress.com/2019/10/21/fare-gli-scemi-per-non-pagare-dazio-o-pagare-doppio-dazio-per-non-passare-da-scemi/

    Poi questo, che evidenzia come l’ideologia trans non sia altro che la logica conseguenza del femminismo, ma tutto ciò che viene portato alle estreme conseguenze diventa il suo contrario – questo è il punto:
    https://theindependentmanitaly.wordpress.com/2019/12/01/should-anti-feminists-save-feminism-from-the-trans-ideology/

    Infine un po’ di prosa:
    https://theindependentmanitaly.wordpress.com/2019/11/25/25-november-poetry-ladyboy-tourism-vs-feminists-version-1-1/

    1. Gli articoli non dovrebbero essere superiori per estensione di tre fogli, regole della casa (e del buonsenso). Ci vuole una buona capacità di sintesi (che non ho) per alcune tematiche. Spero tu possa scusare questo limite.
      Se dovessimo approfondire sull’ideologia di genere ( o sulla pazzia di genere, se preferisci) ci sarebbe materiale per scrivere un libro.
      Purtroppo devo riconoscere la mia ignoranza, libri specifici critici sull’ideologia di genere in italiano non conosco nessuno (sarei grato se mi potessi consigliare alcuno, se esistono).
      Al contrario, nella mia lingua vernacola ci sono alcuni, ti posso consigliare due molto validi:

      “El Libro Negro de la Nueva Izquierda: Ideología de género o subversión cultural”
      Di Agustin Laje del 2016
      https://www.amazon.it/Libro-Negro-Nueva-Izquierda-subversi%C3%B3n-ebook/dp/B01J7AG6W4

      “Cuando nos prohibieron ser mujeres …y os persiguieron por ser hombres: Para entender cómo nos afecta la ideología de género ”
      Di Alicia Rubio del 2016
      https://www.amazon.it/Cuando-prohibieron-mujeres-persiguieron-hombres/dp/8460896013

        1. Intendevo libri critici specifici contro l’ideologia di genere.
          Judith Butler è un’autrice pro- ideologia di genere, anzi è una delle sue fondatrici.
          Se proprio vuoi continuare a farti del male, a questo punto, meglio di Judith Butler, ti consiglio Paul B. Preciado (prima Beatriz Preciado). Buona fortuna e buona lettura.

          1. Io di solito per valutare una cosa leggo sia fonti a favore che contro. Nel caso di Butler o di Sheila Jeffreys non serve leggere le fonti contro perché il giudizio negativo te lo fai direttamente leggendo gli originali, quindi chi è contro può solo ribadire le conclusioni a cui sei già arrivato.

  7. Considerano i trans uomini e non vogliono dividere la pagnotta. Prima li hanno usati come cavallo di troia, come riportato acutamente nell’articolo, adesso li scaricano, perchè si sentono oramai padrone e non ne hanno più bisogno. ci avviamo, e sarebbe auspicabile, ha una contrapposizione netta tra mondo lesbo-femminista e mondo gay-trans? Sono avvisaglie, il tutto potrebbe anche rientrare, come gradualmente intensificarsi. Di sicuro l’apertura femminista al mondo trans è sempre stata strumentale, non sincera.

  8. Mamma mia che articolo Santiago, sono questi articoli con queste informazioni che, mi fanno ben sperare nella distruzione di questa dittatura infame, tanto prima o poi, dovrà arrivare. Hanno paura di perdere gli enormi privilegi che si sono arraffate, grazie anche al vittimismo, di dover condividere il piedistallo e, successivamente, possibile anche cadere dal piedistallo, e magari vedersi sostituire da un trans.
    Del resto, un movimento prevaricatore, totalitario,distruttivo e privo di responsabilità, ha creato una tempesta, in ogni angolo dove hanno messo le mani e imposto l’ideologia, è più che naturale che prima o poi, da qualche angolo,che sia per mano della teoria di genere, che sia per gli uomini arrabbiati la tempesta li travolgerà.
    C’è da sedersi su una comoda poltrona.

    1. Dobbiamo sederci in poltrona ma anche spenderci un po’ per i bambini: l’ideologia trans è manna dal cielo per gli uomini adulti, che possono sfruttarla per vincere facile contro le femministe, ma è anche una minaccia per i bambini, gli unici così fragili da esserne minacciati.

        1. Certo, accade in UK, c’è un grosso giro d’affari delle cliniche della transizione di sesso. In Italia è già ammessa la triptorelina che blocca la pubertà.

          Ma ovviamente non si può combattere una cosa simile lanciando un minestrone cospirazionista dove le multinazionali, Soros e la SPECTRE vogliono distruggere la civiltà occidentale facendoci mangiare scorpioni fritti, promuovendo le avventure di una notte tra uomini e donne adulti che rendono trans i bambini, e legalizzando la marijuana.
          Non sono cavolate che invento adesso, è esattamente quello che dice Fusaro, ad esempio.

          E’ ovvio che con una roba simile ti prendono in giro, e il discorso dei bambini si perde: semplicemente è necessario spingere sul fatto che come non ti puoi sposare prima dei 18 anni e non puoi neppure farti tatuaggi o piercing prima dei 16 anni senza il consenso dei genitori, non devono essere possibili transizioni di sesso, e neanche farmaci che bloccano la pubertà, niente prima dei 18 anni. Tutto qui, solo questo, si bombarda su questo e si ferma l’unica vera minaccia.

          Il resto invece va tutto a nostro vantaggio.

  9. Santiago
    >>>>>>
    o di poter brillare in qualsiasi sport quando si è una nullità e le proprie prestazioni sono al di sotto di qualsiasi standard maschile.
    >>>>>>

    Proprio così.
    Su uomini3000 ne parlai più volte.

    https://questionemaschile.forumfree.it/?t=13959561&st=30
    >>>>>>>>>>>>>>
    silverback
    view post Inviato il 28/1/2007, 12:42

    Qualche esempio riguardo alla naturale superiorità del sesso maschile rispetto a quello femminile.

    Il peso leggero Lucia Rijker, che nella sua categoria ha dominato il mondo della kickboxing femminile conquistando tre titoli differenti dal 1984 al 1994, con un record di 34 vittorie di cui 25 per K.O., un pareggio e nessuna sconfitta* (con le femmine*…), sentendosi invincibile decise di affrontare un uomo, il thailandese Somchai Jaidee, combattente di thai boxe, atleta di secondo livello; all’epoca campione della Nuova Zelanda (categoria pesi leggeri).
    L’incontro si fece nella terra natale della suddetta, ad Amsterdam, il 24 ottobre 1993, e fu un tutto esaurito.
    Di fronte al pubblico olandese Lucia subì la sua prima sconfitta: un K.O. all’inizio del secondo round, dopo averle buscate nel primo. (*)
    Riporto le sue parole, successive al match:
    “E’ stata la cosa migliore che mi è successa. Ero molto arrogante ed ero convinta di poterlo battere. Non avevo paura. Mi ha svegliata. Ho capito che la paura è parte del gioco. La paura fa bene. Se non ho paura allora mi preoccupo. Quando si è spaventati l’adrenalina va in circolo e ti rende più veloce, attenta, pericolosa ed esplosiva. Farsi sopraffare dalla paura però non è un bene, occorre mantenere la fiducia in se stessi. Io non provo quel genere di paura”.
    Le avessero messo contro il campione del mondo, non avrebbe potuto pronunciare nemmeno queste parole, perché sarebbe morta.

    Piaccia o meno, esistono delle differenze sostanziali che devono per forza essere considerate, e che rendono la femmina fisicamente più debole e più vulnerabile dell’uomo.
    Le differenze ormonali tra i due sessi fanno sì che l’uomo medio sia superiore alla donna media in caratteristiche fisiche come forza, potenza, velocità, resistenza, peso, altezza, aggressività.
    Queste qualità rendono chiaramente l’uomo eterno vincitore nella lotta.
    Per compensare in parte tali differenze, la femmina deve fare un allenamento fisico specifico e degli esercizi tecnici precisi, oppure munirsi di un’arma.
    La Natura ha voluto così.
    Tuttavia, tra le qualità importanti per le arti marziali, la donna supera (in genere) l’uomo in una: la flessibilità (solo quella…).
    E il merito è degli estrogeni.
    Ma per il resto lasciamo proprio perdere…
    Bisogna tenere conto di questi dati per non lasciarsi abbagliare anche da certe esasperazioni cinematografiche, da certi ridicoli film, nei quali, femminucce di 50/55 kg, che non hanno mai messo piede su un ring o un tatami, atterrano con un pugno presunti esperti di boxe, di kung fu o di karate, che tra l’altro sono grossi come armadi (una barzelletta…).
    Non faccio riferimento a vere campionesse come Cinthia Rothrock.
    Basta vederla in azione per accorgersi che è ben allenata e che i suoi colpi possono veramente far male.
    Ma anche in questo caso Cinthia non potrebbe battere con facilità un vero esperto della sua stessa disciplina (e non); piuttosto sarebbe lei a finire K.O.
    Il motivo non sta solo nelle differenze fisiche; bisogna aggiungere l’uso di tecniche poco realistiche e non adatte al corpo femminile.
    I pugni potenti non sono alla portata della stragrande maggioranza delle femmine, ed inoltre occorre molto tempo per perfezionarli.
    Di fatto, salvo nel caso di chi pratica boxe e kickboxing, i pugni sferrati dalle donne di solito non sono devastanti.
    E’ più utile allora colpire le zone più sensibili; attaccare agli occhi o alla gola con delle posizioni a mano aperta o semi chiusa; dimenticare i colpi al tronco, preferendo dei punti più morbidi come i genitali o il collo, etc., etc.
    (Bruce Lee consigliava alle femmine di scappare, qualora si fossero trovate di fronte un uomo minaccioso, ma tant’è…)

    Facciamo qualche altro esempio.
    Quanto lancerebbero le donne con i pesi usati dagli uomini?
    Per conoscere meglio il fenomeno prendiamo in esame, per ambo i sessi, i primatisti assoluti delle due prove di lancio che più si prestano al confronto, peso e disco, escludendo il giavellotto per le molte modifiche che l’attrezzo ha subìto negli anni, e il martello perché d’istituzione troppo recente.
    Com’è noto a chiunque si intenda un po’ di queste cose, per le gare femminili vigono attrezzi più leggeri rispetto a quelli degli uomini: 4 chili anziché 7,26 nel peso, e 1 chilo anziché 2 nel disco.
    Nel sistema di punteggio del portoghese Fernando Amado esiste al riguardo una tabella comparativa.
    Il primato mondiale della russa Lisovskaya, 22,63 nel 1987, è equiparabile a 16,55 con l’attrezzo maschile, e quello della tedesca Reinsch nel disco, 76,80 nel 1988, vale 51,93. (**)
    La diversità dello sviluppo fisico risulta assai bene dalla media altezza/peso fra i 10 migliori di sempre nei due sessi: 1,92 metri per 127 chili gli uomini del peso contro 1,78 per 90 chili delle donne, e 1,95 metri per 118 chili gli uomini del disco contro gli 1,80 metri per 90 chili delle donne.
    Il che spiega molto ma non tutto, perché, in ogni caso, anche a parità di peso e di altezza le femmine le buscherebbero di brutto lo stesso.
    Fatevene una ragione, care signore e signorine in ascolto, come io mi sono fatto una ragione, tanti anni fa, del fatto che il potere sessuale è femmina anziché maschio.
    E se proprio volete prendervela con qualcuno, prendetevela con la Natura, oppure con il Caso, magari con Dio (per chi ci crede).
    E, comunque, non è detta l’ultima parola.
    Chissà, magari un giorno, qualche mago (maschio…) dell’ingegneria genetica vi renderà forti come i maschi, trasformandovi in… uomini.
    _________________________________________

    (*) Ho la videocassetta, intitolata:”THE MOST DANGEROUS WOMAN ON EARTH” (1996).

    (**) PESO UOMINI (kg 7,26): 23,12, R. Barnes (Usa) 1990;
    DISCO UOMINI (kg 2): 74,08, J. Schult (Ger. E.) 1986.
    >>>>>>>>>>>>>>

    1. @Sandro D.
      Ma questo discorso è perché ci sono donne che sostengono di poter competere con qualunque uomo? C’è davvero qualcuno che nega le differenze biologiche? (e allora perché si preoccuperebbero di dover gareggiare con trans? 😉
      Ciò non significa però “essere delle nullità”: a parità di potenzialità, ci sono donne negate per lo sport e donne campionesse. Semplicemente sono due categorie incomparabili, in molti sport. Mi sembra di capire che alcuni lettori/redattori di questa pagina non capiscano l’esistenza dello sport agonistico femminile, mi sarò sbagliata perché sarebbe davvero strano, non toglie nulla agli uomini e oltre a dare soddisfazione alle atlete per vocazione ci ha regalato tanti bei momenti come tifosi e come italiani (parlando della Nazionale).

      1. Ci sono moltissime atlete (sia italiane che straniere) straconvinte di avere “una marcia in più” rispetto agli atleti di sesso maschile.
        Il fatto “divertente” è che le tizie che fanno queste affermazioni si guardano bene dal chiedere l’abolizione delle gare divise in base al sesso…
        Anche perché, in tal caso, in quasi tutte le discipline sportive esisterebbero solo vittorie e medaglie maschili.
        Chiamiamola pure incapacità di accettare il fatto che dal punto di vista fisico e muscolare il sesso maschile è superiore a quello femminile.
        Del resto i complessi di inferiorità sono sempre una gran brutta bestia.

        Per esempio: la pugilessa Irma Testa nel 2016 affermò che:

        https://www.ilmessaggero.it/sport/altrisport/rio_2016_anche_la_box_italiana_e_donna_irma_testa_prima_pugilatrice_italiana_ai_giochi-1672148.html
        >>>>>
        la mia qualificazione a Rio è anche un messaggio a tutte le donne: fate boxe perchè fa bene e vi rende belle». A chi invece è contrario al pugilato femminile, Testa replica: «Dico solo che la boxe è uno sport femminile. Perchè noi donne abbiamo una marcia in più su grinta e determinazione. Questo è il nostro sport».
        >>>>>

        Definirla una vaginata cosmica è poco, perché solo in questo preciso momento storico è possibile ascoltare e leggere assudità di tal fatta.
        Ora, fermo restando il fatto che il pugilato è stato inventato da uomini (come tutte le altre discipline sportive esistenti su questo pianeta), ci sono campioni che hanno fatto la storia del pugilato che combatterono anche con la mascella fratturata…

        https://www.corriere.it/sport/cards/muhammad-ali-incontri-secolo/mascella-fratturata-contro-norton-mandingo.shtml
        >
        https://www.gazzetta.it/Sport-Vari/Boxe/22-07-2015/boxe-arthur-abraham-re-dolore-titolo-mondiale-la-mandibola-rotta-120656762117.shtml

        Mai ricordato un caso del genere al femminile…
        E questi sono solo due esempi tra i tanti che potrei portare.

        Altro esempio: questo è un articolo di Vincenzo Martucci, pubblicato l’11 agosto 2004 sulla Gazzetta dello sport
        >>>>>>>
        “Sono tante e sono brave: ecco i Giochi delle donne”.
        Il numero delle atlete continua a crescere: 500 in più rispetto a Sydney 2000.
        Il divario dai maschi si assottiglia. E ci sono squadre, come Giappone e Canada,
        in cui il sorpasso è già avvenuto.
        >>>>>>>

        In questo articolo viene riportata la seguente opinione della nipponica Hirota Haruka:

        “Noi donne siamo più forti qui, qui e qui, dice toccandosi testa, cuore e braccia.
        Siamo più dei colleghi, anche qui all’Olimpiade, perché abbiamo qualità fondamentali
        che vengono fuori nei momenti che contano. Siamo anche più forti e resistenti, non molliamo
        davanti alle difficoltà e non ci perdiamo in distrazioni. Vogliamo realizzarci perché siamo
        molto orgogliose e quindi non ci perdiamo dietro alla fama o ai soldi o a un’intervista
        sul giornale. Il fidanzato? A vent’anni non ci penso proprio e come me tante altre, esulta la
        simpatica Hirota”.
        (Simpatica…?)

        E ancora.
        >>
        Il capo delegazione, Takeda Tsunekazu, snocciola un dato entusiasmante, quello della “svolta”.

        “A Sydney il Giappone ha vinto 18 medaglie, 13 sono venute dalle donne. Perciò qui il 54,8%
        della nostra missione è fatta da loro. E’ un successo dei cinque sport di squadra, nei quali siamo
        qualificati, mentre gli uomini sono qui solo nel baseball e nel calcio, che comunque hanno rappresentative
        numerose. E’ un successo del nostro Comitato olimpico perché diamo gli stessi contributi a
        uomini e donne. Ed è un successo della società, perché prima per le donne far sport era molto più
        duro: smettevano perché si sposavano oppure smettevano perché avevano dei bambini.
        Ora invece sono nelle condizioni, se vogliono e se fanno risultato, di continuare anche fino a tarda età”.

        Per concludere.
        >>
        Anche Li Qingnian, candidata all’oro nel double trap, spiega la prevalenza delle donne sugli uomini
        nella squadra cinese – 267 a 138 – toccandosi testa, cuore e braccio:

        “Nel tiro a volo siamo tre donne e tre uomini, noi donne faremo bene: ci selezionano già a scuola
        perché qui decidono concentrazione, costanza, equilibrio, sangue freddo e resistenza”.

        ——————————————————————————————————

        > Noi donne siamo più forti qui, qui e qui dice toccandosi testa, cuore e braccia…

        > Siamo anche più forti e resistenti, non molliamo davanti alle difficoltà e non ci perdiamo in distrazioni…

        > Perché qui decidono concentrazione, costanza, equilibrio, sangue freddo e resistenza…

        ——————————————————————————————————

        Per me, che seguo lo sport da quando avevo dieci anni (sono del ’65), questa è veramente roba vecchia, che ho letto e ascoltato innumerevoli volte.
        Solo una volta mi capitò di leggere un articolo in cui una giornalista riconosceva l’ovvia e indiscutibile superiorità maschile nello sport.
        Un altro particolare da evidenziare è che oggi è impossibile leggere tali ovvietà anche da parte maschile.
        Infatti nessun giornalista di sesso maschile si azzarda a scrivere che nello sport gli uomini hanno una marcia in più rispetto alle donne.

        Ultimo esempio: qui davanti a me ho un vecchio numero di Banzai International, “LA MAGIA DEL RING – LA BOXE NELLA STORIA E NELL’ATTUALITA’ “, numero speciale del febbraio 1988, in cui alle pagine 16-17 fu pubblicato un articolo intitolato:
        “Il pugilato, sport maschio per eccellenza, e il sesso”.
        Articolo che inizia così:
        “La magìa del ring non lascia immune il sesso debole”.
        Oggi non solo sarebbe impensabile, ma parole del genere farebbero letteralmente incendiare i social…
        Anche politichesse come Laura Boldrini avrebbero da dire la loro…

        ——————

        Per inciso: io la boxe l’ho praticata per davvero, quando pesavo 30 chili di meno ed avevo qualche capello (castano) in più.

        1. @Sandro D

          Le atlete citate non le condivido, trovo stupido mettersi in competizione tra sessi.
          Takeda Tsunekazu invece ha ragione a felicitarsi, al contrario loro non ne fa una questione di superiorità, ma di progresso sociale e del mondo dello sport, perché prima “smettevano perché si sposavano oppure smettevano perché avevano dei bambini.
          Ora invece sono nelle condizioni, se vogliono e se fanno risultato, di continuare anche fino a tarda età”.

          Ti credo se dici di aver sentito questa retorica sulla “marcia in più” tante volte, io non seguo il giornalismo sportivo quindi non avrei proprio saputo dirlo. Ma effettivamente è una retorica diffusa in diversi altri ambiti. Parere da donna, forse con punto di vista opposto ma stesse conclusioni: la vera parità sarà quando non ci sarà bisogno di sottolineare stucchevolmente una qualunque presunta “superiorità femminile”, operazione che spesso viene fatta passare come “compensazione” per quanto le donne sarebbero state sottovalutate prima. Poteva avere un senso decenni fa (ma non so perché non c’ero), ora anche basta!

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