Troppo “Catcalling” o troppi fiocchi di neve?

catcalling

di Redazione. L’industria femminista sforna a getto continuo meme o post emotivi da diffondere sui social, per rafforzare e permeare sempre di più i pochi gangli rimasti pensanti dell’opinione pubblica diffusa. Le tematiche sono svariate e ultimamente è tornato in auge fare il pianto greco sul “catcalling”, termine odiosamente anglosassone affermatosi per indicare i richiami o gli apprezzamenti maschili, usualmente fatti per strada, all’indirizzo delle donne di passaggio. Quando si accende un dibattito con una femminista il “catcalling” viene sempre fuori, reso pesante da sempre presuntissime esperienze personali. “E quella volta che un tizio mi ha fischiato per strada… mi ha fatto sentire sporca…”. L’esperienza individuale traumatica, sempre che non sia inventata (e lo è nel 90% dei casi, solo per vincere il dibattito), usata come clava per zittire l’interlocutore. Ma è qual è la natura del “catcalling” e cosa c’è dietro questa sua condanna feroce?

Intanto intendiamoci sulle modalità. Fischiare a una ragazza, clacsonare, mormorare o dire ad alta voce “ciao bellezza!”, “che fai stasera?”, “posso offrirti da bere?”, di fatto non è molestia. Sono complimenti offerti in modo un po’ becero, su questo non ci piove, ma nelle loro modalità non possono per logica oggettiva configurare qualcosa di profondamente disturbante. Si è sul filo del cattivo gusto se ci si abbandona a commenti più espliciti: “che bel culo!”, “belle tette!”, “cosa ti farei…”. Inaccettabili invece i modi che utilizzano parole insultanti: “che faccia da troia”, “che fisico da porca”. Sono espressioni da trogloditi, irrispettose e ingiuriose, oggettivamente ampiamente oltre il limite della molestia, a differenza delle altre che possono risultare moleste solo ed esclusivamente dal lato soggettivo di chi le riceve. E per una donna che rimane infastidita da una clacsonata, ce ne sarà sempre un’altra che si volterà sorridendo, lusingata, e un’altra ancora che rimarrà del tutto indifferente. Una variabilità nel vissuto personale che non consente in termini logici di poter definire il “catcalling” come una molestia oggettiva. D’altra parte non sempre i fiorai sono a portata di mano, per dotarsi di una rosa da regalare d’improvviso a una bella di passaggio, né gli uomini portano più mantelli da stendere sulle pozzanghere per non farle bagnare i piedini. Posto che, se si prende la percezione personale della destinataria come riferimento, anche quei gesti gentili e galanti potrebbero risultare molesti. In ogni caso i metodi comunemente più usati sono, magari sì, un po’ cafoni, ma molestie o addirittura violenze no.


L’uomo si innesca apprezzando la donna per ciò che è.


catcallingEppure come tali ce li raccontano i tanti articoli, post, meme che l’industria femminista ultimamente immette nella discarica dei social network, dove le sue adepte grufolano gioiose, sempre pronte a condividere con tanto di ditino ammonitore sollevato. Che sia la solita forzatura non c’è dubbio, ma occorre andare oltre, più nel profondo, per capire come mai la condanna femminista fa tanta presa. Al di sotto di tutto c’è la demonizzazione senza appello della sessualità maschile. Tutto il femminismo, da quello storico ad oggi, definisce l’impulso erotico dell’uomo come qualcosa di sporco, invadente, volgare, greve. Chi si fa portatore di quel tipo di pulsioni, ovvero l’uomo, per estensione è egli stesso sporco, invadente, volgare, greve e violento. Anche da questo approccio deviato nasce l’idea che ogni rapporto sessuale sia uno stupro. L’uomo fischia alla donna o fa commenti perché è, in potenza, uno stupratore. Il suo atto è la prova di una duplice mostruosità: il giudizio di una persona sulla base dell’aspetto esteriore, e la ferma intenzione di impossessarsene, come un oggetto, per il proprio piacere sessuale, magari anche contro la volontà della donna in questione. Si tratta di una pulsione irrefrenabile nell’uomo, dicono le femministe, che deborda senza freni in molti, anzi in tutti i maschi, in quelle espressioni moleste, precursore di violenza, che vanno sotto il nome di “catcalling” e che sono il sintomo più evidente della dilagante “cultura dello stupro”.


Ebbene, gentili signore: sì, è così. Anzi quasi così. Agli uomini piacciono le donne. La scintilla iniziale dell’attrazione scaturisce in un uomo proprio dalla visione del corpo femminile, che attrae i sensi e le pulsioni maschili come una calamita attira il metallo. L’uomo che apostrofa una donna indubbiamente è disponibile ad accoppiarsi con lei lì, sul momento. Ne è incantato, ispirato, eccitato, riempito. E non sa tenersi dentro espressioni di estasi erotica ed estatica, così come chiunque è portato a commentare un’opera d’arte o un bellissimo tramonto. In più in lui c’è la remota (e molto irrazionale) speranza che il richiamo funzioni e attragga la bella di passaggio a fermarsi e a valutare la “corte”. Cosa che farà di sicuro se il fischiatore è belloccio, indossa un Rolex ed è appoggiato a una Porsche, ma non in tutti gli altri casi (il 99,9%). Al che, e qui sta una grande differenza, il fischiatore resterà lì, portando negli occhi la bellezza appena ammirata e tornando a farsi gli affari propri, senza alcuna necessità di violentare o fare del male, salvo che non sia un criminale (e qualche criminale, purtroppo, sia uomo che donna, in girò c’è…). Questa realtà delle cose piace? Non piace? È irrilevante. Se tutti noi siamo qui, femministe comprese, è perché quella spinta erotica interiore esiste dacché esistono uomini e donne. Si tratta di qualcosa dato per sempre, immutabile e che rende i due sessi complementari: l’uomo si innesca apprezzando la donna per ciò che è e solo successivamente per ciò che fa o ciò che ha. La donna segue il percorso contrario e usa modalità proprie, non necessariamente più raffinate del “catcalling”, per suscitare l’attenzione dell’uomo da cui è attratta.


Fate, anzi, siate fiocchi di neve.


catcallingVa da sé che quando eravamo dei Neanderthal è molto probabile che la pulsione immediata si tramutasse in un coito coercito. Ma quell’epoca è passata da un pezzo. L’automatismo apprezzamento-stupro ha senso soltanto nelle teste bacate di chi utilizza un metodo maschile sicuramente rozzo e inelegante di attrarre l’attenzione per denunciare oppressioni e violazioni che in realtà non avvengono. Di uomini rozzi e ineleganti, o non dotati degli strumenti culturali adeguati per corteggiare con garbo, ce ne sono sempre stati e ce ne saranno sempre, esattamente come donne rozze e ineleganti. Il mondo è vario e soprattutto è oggettivo: in quanti casi un “catcalling” si è poi evoluto in violenza sessuale o altro di penalmente rilevante? Non si sa, ma è probabilmente una cifra molto vicina al mai. Anche se, per amor di verità, un caso in cui il “catcalling” è davvero fastidioso c’è, ed è quando viene fatto non per esprimere un sincero apprezzamento verso una donna, ma come strumento di affermazione di gruppo. “Avere il coraggio” di fischiare a una donna è spesso un rito d’iniziazione o di affermazione nei gruppi di giovani uomini. È un rito imbecille, in quel caso davvero molesto, non tanto per la donna, che interpreterà la cosa soggettivamente come da propria indole, ma verso l’uomo stesso e la dignità della sua pulsione erotica. Se proprio viene da fare “catcalling”, lo si faccia solo quando davvero si è attratti da una donna, non per fare i fighi in gruppo, quella è un’idiozia squalificante per la maschilità.

E la donna, in questa chiave di lettura, dove sta? Cosa fa? Quello che le pare. Il “catcalling” ha un’origine ben precisa, che mescola sacrosanta, normalissima pulsione erotica maschile, nella soverchiante maggioranza dei casi contenuta in termini civili, e una buona dose di semplicioneria o mancanza di altri strumenti espressivi. Le possibili reazioni femminili dipendono dal carattere della donna che riceve l’apprezzamento. È per l’appunto una questione soggettiva: ci sarà chi farà finta di nulla, chi si volterà mostrando il dito medio o lanciando un insulto, chi (come suggeriva buffamente la vlogger CMDRP) raggiungerà il fischiatore e lo catechizzerà con supponenza, chi sorriderà e chi, una su circa un miliardo, si fermerà per fare quattro chiacchiere con l’audace apprezzatore (come detto, le probabilità aumentano in determinate condizioni). Un panorama molto diversificato ed eterogeneo, dunque, che rende priva di senso ogni condanna femminista verso il “catcalling”. A meno di non voler assumere i miliardi di possibili “sentori” individuali come parametri per definire un atto, cosa illogica e impossibile. A meno anche di non considerare “sporca” la pulsione maschile a prescindere (e non lo è affatto), ma soprattutto a meno di non volere che tutte le donne siano dei fiocchi di neve, snowflake in gergo anglosassone, ossia personcine fragili fragili che si turbano e si sciolgono per un nonnulla. Qualche donna c’è così, ma poche. La maggioranza è ben strutturata per prendere il “catcalling” per ciò che è. Molte  invece recitano da snowflake, perché vuoi mettere il potere che dà passare per vittima e colpevolizzare tutto intero un genere? Questa è, alla fine, la direttiva ideologica del femminismo a tutte le donne: fate, anzi, siate fiocchi di neve. Solo così ci potremo impossessare del mondo. Quando ne incontrate una così, c’è solo una cosa da fare: non fischiatela. Ignoratela e fischiate a un’altra dietro di lei. È una cosa che detestano.


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