Una domenica delirante tra le truppe di “Non Una di Meno”

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LA FIONDA

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di Giorgio Russo – Quella appena trascorsa è stata una domenica molto impegnativa. Complice un social network specifico e diabolico: Twitter. Diabolico perché con la limitazione dei caratteri (non se ne possono usare più di 280) non si riesce a sviluppare ragionamenti più ampi di uno slogan, ma anche perché un tweet può essere notato e diventare oggetto di valanghe di commenti all’improvviso molti giorni dopo la sua pubblicazione. Dipende da che giri fa, da chi lo vede, chi lo ritwitta e dove. Ed ecco che l’inferno si scatena domenica mattina quando un gruppo di ultrafemministe armate fino ai denti si accorge di un nostro tweet del 4 aprile, questo:

La citazione è da “La grande menzogna del femminismo“, del nostro Santiago Gascó Altaba, ed è indubbiamente un pugno nello stomaco per chi ha fatto del femminismo il proprio credo indiscusso. D’altra parte questo è l’effetto della pura e semplice verità per chiunque si sia votato alla mistificazione. Sulle riflessioni di Altaba si proponeva una discussione che però, a distanza di giorni e in mano a un gruppo di invasate, è diventata una terza guerra mondiale. L’incipit, non stupisce, è stato tutto imperniato su insulti grevissimi. Tutti gli esempi che posteremo qui, ci preme sottolinearlo, sono estratti da centinaia (non esageriamo) tutti dello stesso tenore. Ecco dunque come la femminista media reagisce nell’immediato a uno stimolo al dibattito:

E’ notevole in particolare che attribuisca con sdegno agli uomini un atteggiamento vittimistico, quando è proprio sulla vittimizzazione spinta (anche oltre la realtà) della donna che costoro fondano i propri miti e le proprie letture della realtà. E’ tipico di una certa subcultura attribuire ad altri i propri difetti e le vagine armate non sembrano fare eccezione. Nel criticare il brano proposto, spunta poi un “topos”, un luogo comune standard utilizzato per denigrare qualunque contenuto: roba da incel. Un concetto che torna ossessivamente, come primo tentativo di mettere a tacere qualunque voce contraria al “dogma”. A riprova, tra l’altro, di come l’approccio incel sia diventato pressoché paradigmatico nella narrazione femminista per la definizione di qualcosa di sgradito e inaccettabile. Un motivo in più, come abbiamo detto spesso, perché gli incel revisionino la propria narrativa così da scardinare i luoghi comuni.

 

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All’accusa “infamante” di essere incel abbiamo risposto con sincerità: nossignore, l’autore del brano e del libro, così come coloro che scrivono ora su Twitter, sono tutti padri di famiglia, gente di mezza età interessata a un dibattito pacato e costruttivo. La masnada a quel punto ha avuto un attimo di disorientamento: pochi resistono alla prima bordata di “etichettatura-incel”. Dunque vederci ancora lì imperterriti le ha fatte vacillare. Il disorientamento però è durato poco: si tratta di pasionarie che non vanno tanto per il sottile, così al colpo fallito seguono sbotti di rabbia ferocissima. Ecco allora che chi la pensa come noi dovrebbe essere “represso” (evviva la democrazia), tanto per cominciare. Ma c’è anche chi freme d’indignazione perché un uomo sta osando negare il patriarcato a parlare di femminismo, giocandoci “come una palla da prendere a calci”. Insieme a lei si palesa quella che toglierebbe la parola agli ignoranti e a chi manca di rispetto (pur essendo stati noi tranquilli ed educati) e non a tutti gli uomini, in ogni caso definiti come “chi ha il pisellino“. Fino all’apoteosi: quella tragicomica che reclama “tutte le vittime di femminicidio dove sono?”, dopo aver detto poco prima: “fermatemi sto per commettere un omicidio”.

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Già in questa fase, lo giuriamo, il numero di commenti simultanei era pari probabilmente alle pallottole sparate dai tedeschi sugli americani che sbarcavano a Omaha Beach. La rabbia di cui sopra si è espressa in alcuni casi in insulti ferocissimi, subito ignorati, o in condivisioni mirate a coinvolgere altre “truppe” nella shitstorm contro il reprobo. Qualcuna, ritenendosi colta e preparata, per lo meno nei dettami della propria ideologia, è scesa sul campo del confronto. Che dovendo muoversi nei limiti dei 280 caratteri è stato inevitabilmente molto faticoso. Però anche molto produttivo. La tesi di chi si oppone al femminismo è che esso non cerchi affatto la “parità”, ma sia un movimento per la liberazione della donna dalla presunta oppressione (storica e attuale) dell’odiato maschio, contro cui dunque occorre ingaggiare una guerra che ne distrugga i pilastri (la famiglia, i ruoli di genere e il maschio stesso). Altro che parità.

Un disvelamento che ogni femminista con qualche rudimento di marketing e un minimo di sale in zucca, quelle poche, correrebbe a smentire sperticandosi in rassicurazioni, prove più o meno autorevoli e fatti storici interpretati a modo proprio: non sia mai, il femminismo vuole la parità, nessuna guerra! Eppure le nostre interlocutrici twitteriane non hanno il minimo dubbio su cosa sia e quali scopi persegua il femminismo: distruzione del patriarcato e chi se ne fotte della parità. Qualcuna dice addirittura che “non avrà pace” finché il patriarcato non sparirà dalla faccia della terra. Buffissimo l’unico uomo, il cicisbeo di turno, accorso a dare manforte. Legge un po’ dei nostri tweet poi prova una difesa d’ufficio, pochissimo convinta. Sembra lo studente asino che ha studiato poco l’ABC del guerriero nazifemminista, però ci prova. “La liberazione dal patriarcato non è esattamente il raggiungimento della parità?”. Sembra supplicare una conferma, ma noi, crudeli, lo smentiamo. Lui prova a rispondere in codice morse, con una serie di equazioni che, lo sa bene anche lui, possono essere uscite al massimo da un manicomio. Noi leggiamo sghignazzando: riuscire a far passare una pillola rossa in quel delirio di odio online ha avuto del miracoloso.

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Giunti a questo punto, la discussione scivola su mille rivoli simultanei, ognuno col proprio argomento, dal femminicidio al paygap, dalle molestie allo stupro, dallo stalking alla storia, filosofia e pure chimica. Si manifestano alcuni apici assoluti, come quella che, pur di attaccare il patriarcato e di aver ragione nel dibattito, si è messa a criticare ferocemente il proprio nonno. Quando le abbiamo fatto notare che era lì che cazzeggiava anche grazie al suo progenitore, ha mandato un tweet isterico (“Cosa ne sapeteeee”, con le che occupavano tutti i caratteri disponibili), per poi bloccarci, segno che eravamo decisamente andati a segno. Va detto che uno dei concetti più insopportabili per la platea, tra quelli da noi espressi, è che forse (forse) lo stupro è l’unica violenza davvero “di genere” subita dalle donne, mentre il resto è fuffa. Lì si è scatenato il finimondo, si è saltati dalla preistoria (dove noi uomini avremmo “scelto” i lavori più pesanti, facendo sentire in colpa le donne) agli incidenti sul lavoro, passando per l’aborto, il diritto di voto e il costo degli assorbenti.

La capacità di questi soggetti di impastoiare tutto insieme è strepitosa. Quando si sentono sotto attacco, vomitano addosso alla controparte, tutto in una volta, l’intero repertorio di slogan che hanno mandato a memoria. Ricordano le donne che giocano a calcio, che invece di tenere la posizione, si ammucchiano sul pallone. Allo stesso modo, di fronte a un opponente, costoro appallottolano assieme i loro argomenti imparati un po’ così alla bell’e meglio, per poi lanciarli alla cieca come una pietra, affidandosi al “ndo cojo, cojo”. Hai visto mai che uno degli argomenti che così tanto sembrano convincenti durante le manifestazioni non sia efficace anche contro il mostro misogino e nemico che si staglia all’orizzonte? E più si sono rese conto che il loro tempestare aveva un effetto minore dei morsetti di una formica, più si inferocivano. Qui un esempio di super-mix (stupro, sottomissione, educazione, paygap e stereotipi) lanciato a casaccio:

La mano, però, non scappa alle pasionarie solo quando parlano del nonno. La foga di aver ragione e di chiudere l’insopportabile stress dello scontro con una controparte che non cede e rintuzza continuamente, le porta ad aprirsi, a mostrare pienamente ciò che hanno dentro di sé. Nulla. O poco, ma lercio. Infastidita dal concetto che il maggior numero di morti sul lavoro sia maschile perché solo gli uomini possono fare lavori faticosi o pericolosi (e sono quindi anch’essi vittime di uno stereotipo), una di loro mostra chiaro in un commento quale sia la spinta interiore e una delle componenti del veleno da cui costoro sono dipendenti: la pretesa di specificità. E dunque lo stupro è più grave di una morte sul lavoro perché viene fatto sulla donna, mentre l’altro “è un semplice incidente”.  Capito, uomini: voi al lavoro semplicemente morite. Ah, l’empatia e il rispetto…

A un certo punto però la canea ci ha stancati, pur dandoci il cambio sull’account (ci abbiamo lavorato in tre). Così abbiamo fatto qualche test per trovare il modo di mettere in fuga le erinni. A parte qualche rimasuglio resistente, tipo certi giapponesi rimasti a difendere l’isoletta fino a 30 anni dopo la fine della guerra, siamo riusciti a metterle in fuga in due modi. Il primo liberandoci della marea di isteriche che ci ripetevano ossessivamente che il patriarcato è sempre esistito e ancora esiste, che le donne sono svantaggiate, oppresse, eccetera eccetera. Sono bastate due foto per stenderle. Queste:

A sinistra, Samaritana Rattazzi, della famiglia Agnelli. Un esempio luminoso dell’odierna donna svantaggiata, oppressa, eccetera eccetera. La seconda è una foto presa in Liguria nel 1906, era d’oro del patriarcato italiano, dove quattro damine vestite di tutto punto posano davanti alla masseria di loro proprietà, dopo una passeggiata oziosa o forse dopo aver ritirato soldi e prodotti dai loro servi. Uomini, sicuramente, sebbene assenti dalla foto (saranno stati nei campi), ma anche altre donne, anziane e non. La reazione davanti a queste foto è stata tipo Dracula davanti al crocefisso. Qualcuna ha cominciato a sbavare lanciandosi in analisi marxiste dove il capitale avrebbe sfruttato uomini e donne, ma in alleanza col patriarcato (che in teoria dovrebbe avvantaggiare i soli uomini). Un cortocircuito che ci ha fatto friggere il processore del PC. Fortuna, nella fumata bianca è svanito un buon 40% delle invasate. Ma il colpo di grazia è stato un altro, decisivo: l’invito a uscire da Twitter, troppo limitato, e di partecipare a un dibattito aperto e pubblico. Ebbene sì, abbiamo invitato ben venti di loro a intervenire a Radio Londra, niente meno. Con così tanta passione dentro, ci siamo detti, vuoi forse che non colgano l’occasione per farsi sentire e fare proselitismo? Bene, godetevi le risposte (le migliori):

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La scusa più gettonata è stata: “ci sono altre più competenti di me, contattate loro”. La fuga delegante, la potremmo chiamare. Qualcuna, di nuovo, svela la verità dei fatti: “mi trovo meglio a dibattere su Twitter”. Ovvio, lì si dibatte per slogan e oltre lo slogan costoro non sono in grado di andare. Qualcuna finge paura di essere maltrattata, qualcun’altra si appiglia addirittura alla minore età. Ed è lì, mentre scappavano tutte come marmotte d’alta montagna, che abbiamo iniziato a chiederci con chi avessimo battagliato per tutta una domenica. Nella foga non ci eravamo presi nemmeno un secondo per dare un’occhiata ai profili delle controparti. Qua e là abbiamo notato bandierine LGBT o simboli del femminile, ma niente di più. Ci è venuto in soccorso, mentre ci scrollavamo di dosso i brandelli dei bit a cui avevamo ridotto l’orda barbarica, un utente amico che ci ha mandato lo screenshot di un recente tweet di una delle nostre più accanite avversarie. Nel messaggio diceva di odiare la madre perché le andava a spegnere la TV per mandarla a letto.

Ci si è aperto un mondo. Siamo corsi a controllare altri profili, tantissimi, presi a caso. Tutte studentesse, età media tra i 16 e i 25 anni, moltissime di orientamento sessuale non etero (non è rilevante, lo diciamo solo per statistica) e tantissime con qualche tweet pregresso di odio, risentimento o avversione verso uno dei genitori o entrambi. Lì abbiamo capito di aver dibattuto per sei ore e mezza continuative con il cuore pulsante del femminismo più sanguigno e violento, quello di Non Una di Meno, quello illiberale che con le sue mobilitazioni fa fallire convegni, ottiene attenzione mediatica e spesso determina le scelte politiche. Abbiamo avuto per la prima volta un contatto diretto con le stupide idiote, ossia la carne da cannone di cui ogni ideologia totalitaria ha bisogno per diffondere il verbo in modo virulento e semplificato. Ragazzine tontarelle e irrisolte (com’è normale essere a quell’età) conquistate da qualche dogma semplice e chiaro, da imporre con la forza o con qualche balletto deficiente fatto per strada. Dogmi che si sbriciolano quando ci si trova a confrontarsi con un inscalfibile muro di ragionevolezza o all’ora di farsi sentire davvero in un dibattito aperto e pubblico. A quel punto: la fuga. Davanti alla TV (sperando che mamma non vada a spegnerla) o magari a chiedere scusa a nonno per averlo smerdato solo per il gusto di provare a vincere un dibattito.

Va detto, la soddisfazione di aver prevalso è morta in quel momento. Più forte è stato lo sgomento nell’aver toccato con mano la quantità e qualità di veleno che è stato inoculato nelle vene della gioventù. Quelle che saranno, si presume, lavoratrici, mogli e madri in futuro, magari compagne dei nostri figli maschi. Come una certa generazione si è portata nelle vene il tossico della finta liberazione e il ribellismo di plastica anni ’60 e ’70 (delle cui scorie stiamo ancora pagando lo smaltimento), così costoro si porteranno dentro il cancro di questo femminismo in pillole sì, infondato pure, ma furiosissimo e incancrenito. Quasi una maledizione, di quelle che “non danno pace” finché non raggiungono l’obiettivo, che però non esiste. Il patriarcato per queste povere fanciulle, come i mulini a vento per Don Chisciotte. Con la differenza che quest’ultimo è un personaggio di fantasia, questi giovani germi di ignoranza crassa e violenta in salsa rosa sono reali, maledettamente reali. E tollerate, anzi spesso magnificate, e sempre usate strumentalmente per scopi uno meno nobile dell’altro. Una battaglia divertente da combattere, quella domenicale su Twitter, insomma, ma conclusa con una vittoria talmente deprimente da rendere ancora più evidente la necessità di uno sforzo affinché cessi questo sistematico avvelenamento della società e delle relazioni.


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