Una giustizia sempre meno a misura d’uomo

di Alessio Deluca – La giustizia è in subbuglio e questa è una pessima notizia per i cittadini. Tante cose bollono in pentola e molte di esse, pur apparendo lontane, in realtà toccano ognuno di noi molto da vicino. Il giustizialismo di quel nulla mischiato con niente travestito da gruppo di duri e puri (mi riferisco al fortunatamente morente M5S) porta avanti faticosamente una riforma della prescrizione che da più parti è considerata come eversiva dello Stato di Diritto, per quel poco che ne è rimasto dopo le varie leggi liberticide approvate con la scusa della “violenza di genere”. Roba da restare sotto processo a vita, se si ha la sventura di restare intrappolati nel meccanismo.

E può capitare a chiunque, per qualunque sciocchezza, nel momento in cui si può finire sotto processo per stalking senza che ci sia mezza prova (e purché la denunciante sia donna), nel momento in cui ci sono in circolazione avvocati come Kathy Latorre capaci di ficcarti in interminabili e costose cause civili per puro impulso di lotta politica o ideologica con la copertura della “lotta all’odio”, nel momento in cui le disparità di genere in tribunale sono talmente forti da far provare terrore all’uomo che voglia approcciarsi a una donna, nel momento in cui leggi dello Stato come il “codice rosso” vengono comunicate (e applicate) come esclusivamente riservate a una sola parte della società.


Una frase mostruosa.


Alfonso Bonafede

Facilissimo finire nella rete, insomma. E con la riforma della prescrizione, nella rete c’è il rischio di andarci in pensione e morirci, solo per soddisfare gli istinti manettari di una forza politica in via di estinzione. Ma sono solo i grillini? No, certo. Il QI medio di un pentastellato non arriva a concepire quadri d’insieme troppo complessi, e le recenti dichiarazioni di Bonafede sugli innocenti che non vanno in galera ne è stata la prova. Dietro ai marionette del genere in realtà ci sono altre menti, ben più raffinate. Una di queste è Piercamillo Davigo, ex “star” del pool “Mani Pulite” e oggi Presidente della II Sezione Penale della Corte di Cassazione nonché membro togato del Consiglio Superiore della Magistratura.

Circola in questi giorni (ci è stato segnalato da tantissimi) un suo divertente siparietto dove fa scompisciare il pubblico raccontando come, sul piano processuale, convenga di più uccidere la moglie che divorziare. Non l’abbiamo mai condiviso, quel video, per una frase che Davigo dice. Parlando della carcerazione preventiva per la persona incriminata di uxoricidio e spiegando che lo si può tenere in carcere solo a determinate condizioni, dice: “se le condizioni non ci sono, uno come me ne trova una”. Già, uno come lui pensa che un innocente (fino a prova contraria) debba comunque stare in galera. Pur se detta tra il serio e il faceto, si tratta di una frase mostruosa, di un giustizialismo pericolosisismo, e mette i brividi che ci sia qualcuno che addirittura vorrebbe Davigo al Quirinale.


“Crepa stronza. Non si difendono gli uomini”.


Piercamillo Davigo

Una concezione della giustizia, quella dell’alto giudice, che ha suscitato le plateali proteste degli avvocati penalisti, di recente, a Milano. Che hanno contestato Davigo anche per le sue parole offensive e sprezzanti nei confronti della categoria, definita come avida di soldi, spesso complice dei criminali che difende, quasi sempre senza scrupoli. Intendiamoci, sapendo cosa certi avvocati fanno, specie nella gestione delle separazioni conflittuali, si fa fatica a non dare ragione al magistrato, ma restando sul livello dei principi, si tratta di allusioni gravissime, che vanno a intaccare il sacro diritto alla difesa di ogni cittadino accusato dallo Stato. Eppure quelle allusioni sono state fatte, sono state “sdoganate”: ora il tabù di mettere in dubbio la difesa di un innocente è stato scalfito.

Questo in termini generali. In termini più particolari e sulle tematiche che più ci interessano, altri tabù sono sotto attacco. Se ne è avuto un primo segnale con il biglietto minatorio indirizzato, metà gennaio scorso, alla Presidente del centro antiviolenza per donne e anche per uomini “Perseo” di Milano. “Crepa stronza. Non si difendono gli uomini”, diceva il messaggio. Questo blog ne scrisse dicendo che si trattava di qualcosa di molto significativo: un pensiero, un atteggiamento, una chiave di lettura della realtà sempre più diffuso. In quanto sempre abusanti gli uomini non vanno difesi. Nel piano globale devono soccombere e basta.


E zio Harvey intanto è sempre più scagionato.


Donna Rotunno

Una linea di pensiero che, nel grande e nel piccolo, invade sempre più potentemente proprio il settore legale. Le femministe di tutto il mondo sono ad esempio furibonde per il fatto che a difendere Harvey Weinstein ci sia una persona due volte donna, di nome e di fatto. Donna Rotunno, questo il suo nome (di palesi origini italiane), oltre ad accettare l’incarico di difendere il demonio del #MeToo, cosa che basterebbe a dannarla per sempre agli occhi delle “sorelle”, sta pure svolgendo egregiamente il proprio lavoro, trascinando l’ex produttore fuori dai guai con un approccio aggressivo e battagliero. Quello che serve per far emergere la vera natura del #MeToo. “L’hai sfruttato per lavorare”, ha gridato in faccia qualche giorno fa a una delle accusatrici, sventolandole sul muso un’email tutta affettuosa verso il suo munifico stupratore. Non sapendo che rispondere, la fanciulla è riparata nell’angolo delle lacrime.

E zio Harvey intanto è sempre più scagionato grazie all’emergere di una verità che era già evidente da sé in realtà Tutto questo scatena l’indignazione della “sorellanza” internazionale. Basta leggere il tono peloso di questo articolo di “IoDonna”, che con la sottigliezza della lama di un rasoio finge di parlar bene di Rotunno in realtà lasciando trapelare tutto quel tipico livore femminile impregnato d’invidia e ideologia. Sembra puntare il dito e dire, con corruccio: “Donna, Donna, hai perso la strada… non si difendono gli uomini!”. Uno come Weinstein poi…


“È doloroso essere oggetto di insulti e minacce solo per aver svolto il proprio lavoro”.


Daniela Serughetti

Ma non è solo l’orrido mondo dei democratici e dei “liberal” americani a pensarla così. Succede anche in Italia, proprio là dove, come detto, il giustizialismo, la gogna, magari anche il boia (ma solo in casi specifici) diventano opzioni sempre più sdoganate. Ecco allora che Daniela Serughetti, avvocato di Bergamo, arriva a temere per la propria incolumità e si ritrova al centro di una feroce shitstorm sui social perché ha assunto l’incarico di difendere un presunto “femminicida”.

Le sue dichiarazioni mettono i brividi e lasciano trapelare tutta l’angoscia di chi ha dedicato una vita alla legge e allo Stato di Diritto: “Non mi sarei mai aspettata una reazione del genere. È doloroso essere oggetto di insulti e minacce solo per aver svolto il proprio lavoro”, racconta non su La Repubblica, La Stampa o il Corriere della Sera, ma sulla rivista online “Il Dubbio”. Il suo lavoro è stato ricorrere in appello contro la condanna all’ergastolo in primo grado per il suo assistito, omicida della moglie. Non doveva, secondo la tribuna rosa sbavante vendetta. Non si difendono gli uomini.


Il conforto conta poco.


manette“Una donna come avvocato, vergognati”, “chiuderei i legali in gabbia con lui”, “non ha dignità, lo fa solo per soldi”, “fate alla figlia dell’avvocato quello che lui ha fatto a Marisa”. Questo ha dovuto leggere, l’avvocato Serughetti. Che però non ha mollato. Non per soldi (il suo cliente ha il patrocinio pubblico), ma perché è la sua professione, fin tanto che la pressione sociale e mediatica le permetteranno di svolgerla. E la sua serietà emerge chiaramente dalla sua intervista. A sua difesa si sono mobilitati colleghi e associazioni forensi, ma anche in questo caso il dado è tratto.

Nel contesto conflittuale, confusionario e manettaro in cui sembra navigare una magistratura sempre più potere per il potere e sempre meno servizio dello Stato, già si avevano assembramenti di femministe davanti ai tribunali per premere a favore della sentenza più gradita, ora si ha la stessa mobilitazione per privare chi ne ha diritto di una difesa costituzionalmente sancita. E’ un passo avanti verso il baratro, perché non si tratta più di far saltare il convegno o la trasmissione che ospita qualcuno di sgradito, qui siamo alla negazione dei diritti e alla violenza verso chi vi resiste. Non è un quadro confortante, visto nel suo complesso. Ma per chi è sul campo di battaglia il conforto conta poco. Conta la spinta a continuare a combattere.


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