Unicorni, draghi e violenza di genere

Domenica scorsa un caro amico mi tagga su un post Facebook pubblicato dalla pagina “2 di Picche – Il ragazzo non è portato, però s’impegna“. Dal titolo pare una pagina satirica tra le tante presenti sul social network di Zuckerberg, dunque leggo con disincanto quello che, riga dopo riga, diventa invece un rosario di esempi molto azzeccati del livello di conflittualità e assurdità raggiunto dalle relazioni tra uomini e donne. E’ impostato come una serie di aneddoti ordinati in modo cronologico. All’apparenza sembrano esperienze reali vissute dalla stessa persona, ma non c’è certezza che si tratti di qualcosa di autentico. Potrebbe essere un mero esercizio di fantasia di un autore talentuoso e straordinariamente consapevole di come vanno le cose oggi. Mi permetto quindi di copia-incollarlo e farne un articolo, sperando che l’autore venga allo scoperto e spieghi se quanto segue è vero o soltanto verosimile. Non che in quest”ultimo caso la narrazione perda di aderenza con la realtà, ma sarebbe bello poter rendere merito a chi ha portato (o inventato) testimonianze così azzeccate.

2009 – I miei genitori si separano. Mio padre viene cacciato dalla casa familiare, di cui però continua a pagare il mutuo. Per mesi e mesi, mia madre fa di tutto per dipingerlo a me e mia sorella come l’incarnazione del male assoluto, incluso mostrarci quotidianamente dei messaggi di calunnie e insulti che si invia da sola da un telefono nascosto, fingendo di essere un’amante di lui. Il gioco perverso continua finché mia sorella, allora diciottenne, non scopre il telefono in un cassetto. Come conseguenza della sua scoperta, viene cacciata anche lei di casa e costretta a rifugiarsi da nostro padre, che nello stesso periodo si rivolge ad un centro anti-stalking in un disperato tentativo di sfuggire agli appostamenti e alle chiamate incessanti della ex-moglie, ma viene respinto in quanto “il centro accoglie soltanto donne”. Ahimè, ai tempi mancava la consapevolezza sociale che possiamo vantare al giorno d’oggi. Se tutto questo fosse successo nel 2017, avrebbe potuto identificarsi come genderqueer o demigirl, e probabilmente sarebbe stato preso sul serio.


Reagisce con uno schiaffo.


2010 – Nel prosieguo del suo delirio di vendetta, sospettando la domestica di essere stata complice di un vecchio tradimento dell’ex-marito, mia madre decide di incastrarla, nascondendole dei propri gioielli nella borsa e facendola “scoprire” da un ex poliziotto. Vengo chiamato in commissariato a testimoniare e, sospettoso della dinamica dei fatti, testimonio contro di lei. Mia madre, scoperta, è costretta a ritirare la denuncia per non passar nelle grane ed in tutta risposta caccia anche me di casa, qualche giorno dopo il mio ventunesimo compleanno. Tanti auguri a me! Qualcosa mi dice che la storia stia cominciando a farsi pesante da leggere. Avete ragione, dopotutto questa è una pagina d’intrattenimento. Stemperiamo il post con qualche episodio più divertente.

2010 – Uscita con una mia compagna d’università, due anni più grande di me. È uno dei miei primi veri appuntamenti con una donna, non ho idea di come muovermi. Cerco in modo impacciato di baciarla mentre sta parlando. Reagisce con uno schiaffo. Mi rompe un labbro e gli occhiali. Dopodiché, presa dal senso di colpa per la reazione eccessiva, o forse pensando che le avrei fatto pagare gli occhiali, mi bacia a forza di sua iniziativa per scusarsi.

2010 – Festa di Halloween in un locale fuori città che manco i peggiori bar di Caracas. Uno dei miei amici rimorchia una spogliarellista bergamasca e finiscono nel camerino, ma sul più bello lei si lecca le labbra facendo schioccare in aria una cintura in cuoio e lui diserta la scena. Furiosa per essere stata rifiutata sessualmente, lei comincia a urlare improperi incomprensibili nella cadenza dei montoni della Val Brembana e decide di vendicarsi distruggendo la fiancata della sua auto. Ma sbaglia auto. Pota!

2011 – Cammino in una via di Milano. Davanti a me, una donna fa la mia stessa strada, girandosi a guardarmi di tanto in tanto. Mi chiedo che cosa voglia finché non si arresta di botto e intima “Smetti immediatamente di seguirmi!”. Replico che non la sto seguendo. “Se non la smetti di seguirmi, chiamo la polizia!”. Insisto che non la sto seguendo. Comincia a urlare. Sono costretto a cambiare strada.


Mi spegne il mozzicone sul capezzolo.


2012 – Abbordo una ragazza dal look parecchio trasgressivo e dal comportamento sopra le righe: rasata in testa, coperta di piercing in posti improbabili, borchie pure nel reggiseno, bestemmia facile e chiari problemi di salivazione. Non colgo i segnali d’allarme. Mi propone di salire a casa mia e la faccio entrare. Senza nemmeno chiedere, si accende una sigaretta mentre stiamo pomiciando sul divano. Cerco di fargliela metter via e, in risposta, mi spegne il mozzicone sul capezzolo, mi afferra mordendomi per l’orecchio e mi sussurra eccitata fra i denti “Ti scoperò fino a farti sanguinare”. La sbatto fuori. Continua a picchiare sulla porta urlando, finché le minacce dei miei vicini non la fanno desistere.

2013 – Serata squallidissima in una discoteca latina. Mi presento ad una ragazza per ingannare il tempo. Scelgo quella sbagliata. La sua amica, ubriaca marcia, appena mi vede parlare con lei comincia a pestare i piedi a terra, agitare le braccia e urlarmi di andarmene talmente forte che, dallo spavento, la fermo prendendola per un braccio. “Calma, calma! Va bene, me ne vado subito!”. Non faccio in tempo a parlare, mi tira un rovescio nell’occhio con la mano libera, raschiandomi lo zigomo con un anello. Cado a terra coprendomi la faccia. “VATTENE VIA, MANIACO DI MERDA! NON TI AZZARDARE A TOCCARMI! SCHIFOSO CHE NON SEI ALTRO!”. L’amica cerca invano di calmarla mentre tutto il locale si gira. Arrivano i buttafuori. Non gli interessa sentire la mia versione dei fatti. Vedendomi sanguinare, uno dei due pensa di fare il simpatico citando Gesù. “Com’è che diceva? Porgi l’altra guancia?”. Gli chiedo se i suoi genitori avessero lo stesso cognome. Prima di registrare l’atto di matrimonio, s’intende. Non apprezza le battute intellettuali. Vengo gentilmente aggiustato in posizione supina sul marciapiede da lui e dal collega.


Al primo appuntamento, si rivela grossa come un’autocisterna.


2015 – Conosco una donna su un siti d’incontri. Al primo appuntamento, si rivela grossa come un’autocisterna. Metto in chiaro che l’attrazione fisica non è corrisposta, ma trovandola simpatica commetto l’errore solitamente femminile di darle retta quando propone di rivederci in amicizia, senza capire che sia unicamente una scusa per trovare un momento più propizio per buttarmisi addosso. Il momento propizio arriva quando decidiamo di farci un po’ di compagnia in casa. Fallito il tentativo di disinibirmi con un bicchiere di vino, decide di passare alle maniere “forti” e mi inchioda al muro, ammiccando. Non ho la forza mentale per ribellarmi. Considero le mie opzioni ed infine decido di lasciarla fare, con lo stesso entusiasmo con cui infilerei l’uccello in un cestino dell’umido per 20 minuti. Ad amplesso terminato, tira il colpo di grazia con un commentino sarcastico sulla mia performance. Incazzato, recupero un minimo di carattere e le dico esplicitamente di averla accontentata solo per momentanea incapacità di pensare a soluzioni per sviarmi che non avrebbero implicato l’uso della forza. Si blocca a guardarmi negli occhi per qualche secondo e risponde sarcastica. “Certo, dillo pure ai tuoi amici! Vediamo se qualcuno ti crede.” (*)

2016 – Flirto con una ragazzina dal musetto simpatico fuori da un locale. Ci appartiamo in un angolo e pomiciamo pesante. Quando se ne va, mi afferra il cavallo dei pantaloni sussurrandomi nell’orecchio “La prossima volta fammi bere un po’ di più e vediamo cosa succede!”. Le scrivo un messaggio un paio di giorni dopo. Mi risponde il fidanzato. Non è per niente contento di fare la mia conoscenza. Mi invita a lasciarla in pace, gli dico molto francamente che è stata lei a lasciarmi il suo numero. “Sì…” risponde “…mi ha detto tutto e mi sa che hai un tantino frainteso le cose l’altra sera. Quando beve le piace scherzare. Vedi di levarti dalle palle se non vuoi finire male!”. Non pongo obiezioni. Certo, la sua fidanzata gli ha detto proprio tutto. In fondo, chi sono io per rompere la sua beata illusione?


Non mi hanno fatto sentire il bisogno di scrivere #metoo.


2017 – Dinamica molto, molto semplice. Sto aspettando il treno in stazione, mi abbasso ad allacciarmi la scarpa e mentre sono piegato mi arriva una pacca sul culo. Mi giro, colto di sorpresa, e faccio in tempo a vedere una signora impellicciata che scappa precipitandosi giù dalle scale. Resto un attimo incredulo. Mando un messaggio alla mia ragazza, “Senti un po’ l’ultima!” e ci scherziamo entrambi sopra. Era qualche anno che non mi succedeva e l’ultima volta era stato un uomo sul tram.

Ce ne sono altre, ma direi che può bastare. Sono partito molto forte, me ne rendo conto, ma converrete che almeno queste ultime storie non siano state pesanti da leggere quanto le prime due. Dal canto mio, vi posso rassicurare che, a differenza di esse, mi sono scivolate addosso abbastanza rapidamente. Ho fatto addirittura fatica a ricordamele tutte, perché non mi hanno lasciato traumi psicologici indelebili. Non mi hanno rovesciato l’esistenza. Al più, la giornata. Non hanno distrutto la mia autostima o la mia integrità come essere umano. Non mi hanno fatto sentire il bisogno di scrivere #metoo o altre idiozie simili sulla mia bacheca di Facebook.


A me vien da ridere ripensando a certe situazioni.


Quando mi hanno chiesto, in occasione della giornata contro la violenza sulle donne, se avessi intenzione di aprire l’argomento sulla pagina, lì per lì avevo accantonato l’idea, sapendo di non aver nulla di carino da dire a riguardo. Ma rimuginandoci sopra mi sono convinto che, forse, questo “nulla di carino” andasse detto a maggior ragione. Perché a me vien da ridere ripensando a certe situazioni, ma non è difficile immaginare come in molte di esse, a parti inverse, mi sarei trovato sotto processo in un’aula di tribunale prima di avere il tempo di finire la frase “Il femminismo vuole pari dignità fra uomo e donna”.

E non c’è bisogno di cercare a lungo per trovare un sacco di casi in cui succede per davvero. Non parliamo, poi, di quanti di questi si rivelano successivamente essere scaturiti da accuse inventate. (Se proprio volete farvi una vaga idea sulle proporzioni del fenomeno in casi con un forte movente economico, tipo una separazione coniugale, date un occhio qui). Dovrei incazzarmi, quindi, avendo subito certe “violenze” in prima persona. Dovrei far valere questa presunta parità di genere e denunciare. O magari fare nomi e cognomi e rovinare la vita a queste persone sputtanandole sui social senza dargli la possibilità di un’arringa di difesa, come va molto di moda al giorno d’oggi.


“Fatti crescere un paio di palle!”.


Eppure non ci riesco. Sarà che sono nato e cresciuto con problemi più seri (di cui avete potuto leggere un breve assaggio) e che quindi cose come aver preso, nel corso degli anni, qualche parola da dei deficienti, qualche cazzotto, qualche schiaffo e qualche sfuggente palpata di culo, o aver acconsentito a qualche rapporto sessuale controvoglia, mi sembrano delle stupidaggini. Sarà che sono nato uomo, e come tale la vita mi ha insegnato molto presto che non mi è dovuta alcuna solidarietà da parte del mondo per la mia difficoltà ad adattarmi a come gira o a lottare da solo per i miei interessi.

“Fatti crescere un paio di palle!”, mi è sempre stato detto. E negli ultimi anni sto cominciando a pensare che sia ciò di cui tutta questa generazione di cui faccio parte avrebbe bisogno. Questa generazione di delicati fiocchi di neve che si indigna per qualsiasi cosa, che ha distrutto lo stato di diritto sostituendolo con la gogna pubblica, che per giustificare i propri insuccessi personali ha bisogno di interpretare la totalità dei meccanismi sociali in un’ottica di oppressi e oppressori, gli ultimi dei quali, guarda caso, sono sempre gli altri. Questa generazione per cui anche solo contestare una bolla mediatica, ad esempio affermare che “L’emergenza del femminicidio non è supportata da alcun reale dato statistico”, ti mette sullo stesso piano degli aguzzini. “Ah, allora li giustifichi, sei dalla loro parte!”. Questa generazione per cui anche una battuta fuori posto o il bacio del principe alla bella addormentata sono da catalogarsi come violenza.


Il problema è un po’ anche vostro.


violenza donna“La battuta sessista è la via per il lato oscuro. Alla cultura dello stupro essa contribuisce. La battuta sessista oggettifica la donna. Oggettificare la donna rafforza gli stereotipi di genere e porta alla discriminazione. La discriminazione porta all’odio. L’odio porta allo stupro e al femminicidio.” (Maestro Yoda, dopo aver partecipato a un corteo femminista). Giustissimo, direi. Com’è vero che chiunque abbia fatto un tiro di spinello prima o poi morirà per overdose di crystal meth. La violenza, quella vera, purtroppo esiste e non fa distinzione di genere, per quanto il circo mediatico sembri far di tutto per catalogare la violenza da donna a uomo come statisticamente meno rilevante o in qualche modo più giustificabile della violenza da uomo a donna.

Il marito che tira uno schiaffo alla moglie, il genitore che lo tira al figlio, la moglie che manda in rovina l’ex-marito, l’ex-fidanzato che pubblica foto intime per vendetta, il capo che ricatta sessualmente l’impiegata, la ragazzina che per non assumersi la responsabilità delle proprie azioni si inventa di essere stata costretta, lo spasimante che continua ad assillare al telefono dopo essere stato chiaramente respinto, la donna che fa la scenata isterica di gelosia o l’uomo che, sempre per gelosia, le controlla i messaggi del telefono e quasi non le permette di rivolgere la parola ad altri uomini. Questa è vera violenza. Ma se cose la cui opportuna risposta sarebbe un semplice ed efficace dito medio, come il fischio di un cretino che passa in auto col finestrino abbassato, vi mandano in crisi l’esistenza al punto di aver bisogno di un gruppo di sostegno psicologico, beh, lasciatemelo dire fuori dai denti, il problema è un po’ anche vostro. (**)


È facile distorcere le cose a posteriori.


(*) – Per quanto si sia trattato di un episodio spiacevole, è importante sottolineare che NON si è trattato di una violenza sessuale, come qualcuno sembra aver inteso. C’è una sottile, ma importante differenza fra acconsentire controvoglia e non acconsentire ad un rapporto intimo. Io ho acconsentito controvoglia. Ed è stata una mia scelta, felice o meno. È facile distorcere le cose a posteriori nella propria testa, quando si è presi dal rimorso, ma è enormemente scorretto.

(**) – Sia ben chiaro che non incoraggio assolutamente gesti come fischiare da un finestrino o importunare una donna di passaggio, in generale. Sono delle grandissime cafonate. Ma sono dell’idea che tali rimangano e possano essere risolte a livello personale, senza scomodare i tribunali. Sono molto severo con le parole, mi rendo conto, ma trovo sinceramente che chi pretende giustizia di Stato perché non riesce a superare certe cose da solo manchi di rispetto verso chi, donna o uomo, subisce della vera violenza.

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