“Wall of dolls”: non bruciateli. Correggeteli.

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Il “wall of dolls” di Milano

di Redazione. Ieri tutto il mondo femminista ululava spettinato su tutti i media perché qualcuno, pare, ha dato fuoco al “Wall of dolls”, ovvero il muro delle bambole, di Milano. Una di quelle orrende installazioni, che qualcuno ha il coraggio di definire “artistiche”, avete presente? Dove vengono appese appunto bambole, teoricamente in memoria delle donne uccise, più quadri, oggetti, manifesti dove si elencano i “femminicidi” (e dove i femminicidi sono un realtà un 5% di quanto elencato). Insomma un retorico ed emozionale “wall of lies” (muro di bugie) più che altro, atto a ricordare a chiunque passi che la violenza sulle donne è non una emergenza ma La Emergenza italiana. E che, ovviamente, ne sono colpevoli tutti gli uomini italiani.

Ce ne sono un po’ in ogni città, uno più brutto e angosciante dell’altro, perché il messaggio dev’essere diffuso, la bugia deve essere interiorizzata e la propaganda capillare. Ebbene capita che quello di Milano sia stato incendiato. In passato è stato anche vandalizzato. Fior di femministe e femministi (primo tra tutti il sindaco Sala) urlano allo scandalo, Valeria Fedeli tuona sui social ai responsabili di presentarsi, ripristinare e scusarsi. Insomma un circo ridicolo, la tipica reazione scomposta dei fanatici settari quando gli tocchi il totem. Ovunque possibile, noi abbiamo risposto con un invito uguale e contrario: i responsabili ci contattino. Faremo quanto possiamo per premiarli: un’intervista, una maglietta, un libro. Sono patrioti della ragionevolezza, combattenti della verità. Sono come coloro che abbatterono le svastiche e i fasci finita la guerra, o le falci e martello finito il regime sovietico. Essendo però il regime femminista ancora in essere, il loro è un atto di terrorismo buono e sabotaggio resistenziale, ancora più coraggioso, che merita dunque di essere encomiato.


Sempre che non se lo siano incendiato da sole.


Il “wall of dolls” di Genova

Encomiato e imitato ovunque possibile. Sarebbe un bel messaggio per chi ora pensa di tenere il timone con mano salda far diventare virale lo sfregio alla bugia e alla propaganda. Forse capirebbero che no, non possono fare il bello e il cattivo tempo. Non gli è consentito. Non più. Esiste ed è attiva una resistenza alle loro mistificazioni e non teme di entrare in azione. Magari non per forza col fuoco, che rischia di diventare incontrollabile e qualcuno può farsi male. Si usi piuttosto l’arma più forte e si sovrappongano alla retorica fasulla manifesti che raccontino la verità delle cose, dati e fatti alla mano. Ad esempio questo (per chi volesse il file grafico in HD, ci scriva a stalkersaraitu@gmail.com). Nel caso, fate una foto e mandatecela, la metteremo in homepage.

Non si tema di mancare così di rispetto alle vittime degli omicidi. A farlo non è chi cerca di annullare la propaganda di regime e di affermare la verità dei fatti, bensì coloro che su quei cadaveri basano le proprie bugie, il proprio potere e il proprio business. Noi le vittime le ricordiamo con la pietà che si riserva a ogni essere umano ucciso, a prescindere dal suo sesso di appartenenza o dal sesso del suo assassino. Il tutto sempre che, e sono in molti a sussurrarlo proprio a Milano, il muro delle bambole non se lo siano incendiate da sole. Perché di vittimismo per sé e criminalizzazione per gli altri c’è sempre bisogno. Di vittimismo per sé e di criminalizzazione per gli altri le promotrici del “wall of dolls” vivono e prosperano, dunque “l’autocombustione” è un’ipotesi più che plausibile.


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