Femminicidio: una splendida festa di morte

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Giovanni Salvi

di Giorgio Russo – Quello che c’era da dire sui presunti “femminicidi” di fine gennaio, l’ha detto ieri perfettamente, come al solito, Fabio Nestola. Sul piano del ragionamento razionale, rigoroso e corretto, si tratta di argomentazioni davvero difficili da smentire. Il problema, ed è parso evidente dalle dichiarazioni folli del Procuratore Giovanni Salvi, investe il lato retorico ed emotivo della faccenda. Nel momento in cui un alto magistrato cita un dato fasullo e parla di “emergenza nazionale”, ha senso sicuramente smentirlo con i dati di fatto, ma tuttavia non è sufficiente a disinnescare una bomba propagandistica infame, che avvelena giorno dopo giorno la società italiana.

Anche perché non è solo l’alta magistratura italiana ad accodarsi alla grande bugia. Alla continua rincorsa delle prime pagine e del facile consenso, anche il Presidente del Consiglio consegna all’opinione pubblica il suo pensiero (chiamiamolo così): “Negli ultimi giorni in Italia si è compiuta una strage”, blatera commentando quelli che in realtà sono non-femminicidi o delitti commessi da immigrati con una cultura della relazione tra sessi incompatibile con la nostra. Alla cima della magistratura, dunque, fa eco (o fa da pappagallo) anche la cima della politica, e così anche il 2020 viene tenuto a battesimo secondo il topos: “il femminicidio è emergenza nazionale”.


Emergenza un corno.


Restiamo ancora un attimo sul piano razionale. Che cos’è un’emergenza nazionale? O meglio: cosa dovrebbe essere per soggetti istituzionali come quelli citati? Per quanto se ne sa, tale etichetta dovrebbe essere apposta a fenomeni che siano contemporaneamente molto numerosi e molto gravi, che si verifichino o meno in un periodo concentrato di tempo. Parlando di decessi, ad esempio, qualche anno fa l’ISTAT registrò come emergenze nazionali assolute 25 casistiche precise, dalle patologie ischemiche (infarti) al suicidio. Tantissime le malattie, nella classifica, che purtroppo non si ritrova nella sua completezza, ovvero per le voci successive alla venticinquesima. E’ tuttavia ben noto che l’omicidio in generale, in Italia, è tra le cause più rare di morte, per fortuna.

Nonostante questo, i media e i gruppi d’interesse inducono le autorità istituzionali a parlare di emergenza nazionale per una sotto-categoria degli omicidi, appunto i “femminicidi”, per altro non presente nei codici, che com’è noto colpisce tra le 30 e le 40 persone all’anno. Pur nella più ampia partecipazione emotiva per queste orribili tragedie, è inevitabile riflettere: “emergenza un corno”. Solo due giorni fa, per dirne una, lo European Transport Safety Council (Consiglio Europeo della Sicurezza dei Trasporti), ha presentato i dati dei pedoni e ciclisti morti sulle strade. Nel 2018 in Italia si sono perse 831 vite, 612 pedoni e 219 ciclisti. A proposito di emergenze nazionali, nel nostro paese si rischia di più la vita andando in bici o camminando per strada che non inquantodonna.


La festa di morte è diventata irrefrenabile e folle.


Dice: fai del “benaltrismo”. No, semplicemente credo che i fenomeni vadano misurati, prima di dare loro la priorità come “emergenze nazionali” o di battezzarli nientemeno che come “stragi”. Se 30-40 donne uccise per motivi passionali sono una strage, caro Presidente Conte, quello di pedoni e ciclisti cos’è, un “olocausto”? Quello dei morti sul lavoro un “eccidio”? Di questo passo finisce che terminiamo le parole per definire correttamente la realtà, a meno di non dire che le donne morte per mano di un uomo sono più importanti di altre morti (e di questo passo ci si arriverà di sicuro). Di contro, sembra sembra invece non finire mai la fame di risorse di chi anche sulla propaganda del “femminicidio” campa economicamente e politicamente con grande agio.

Ma queste sono cose note, se ne parla da tanto tempo in questo blog. C’è però un altro aspetto, molto più profondo, sicuramente diverso e molto meno razionale. Ed è la splendida festa di morte che si scatena ogni qual volta la cronaca dà conto di delitti che, a torto o a ragione (il più delle volte a torto), possono richiamare il mantra del “femminicidio”. A tutti gli effetti è stata una fine gennaio tragica e deprimente da questo punto di vista, meritevole di una cronaca corretta, di un’analisi ragionata o di un rispettoso silenzio. Invece no, più le notizie si sono rincorse, più la festa di morte è diventata irrefrenabile e folle.


Novelle contesse ugoline.


Mi riferisco alla reazione di tutte coloro che, da sole o in gruppi organizzati, vivono letteralmente sulla morte delle proprie simili. Femministe e associazioni collegate che hanno scatenato l’inferno dappertutto, sui media mainstream, grazie alle loro buone entrature, e sul web. Strumentalizzando ciò che i media notiziavano, hanno innescato un festoso e oscuro sabba grondante sangue danzando sui corpi delle donne uccise e degli uomini suicidi, pretendendo attenzione, intimando al mondo la concessione del privilegio della propria dichiarazione messa in prima pagina, imponendo a tutti la propria vuota esistenza in quel momento riempita dalla morte altrui.

Sciacalle, avvoltoi, iene assetate di conferme per se stesse, prima ancora che di potere politico o di soldi, che sul web e sui social hanno dato il meglio di se stesse, insultando il genere maschile tutto, paragonando il “femminicidio” al coronavirus, inventando i meme più vergognosi e fantasiosi pur di imporre la loro presenza mediatica. Ci accorgiamo sempre molto bene, noi che abbiamo a che fare con questo blog e con i suoi strumenti social, di quando queste novelle contesse ugoline danno l’avvio alla loro festa necrofaga. Tutti i nostri canali, infatti, si riempiono subito di commenti furiosi rigonfi di link agli articoli più vergognosi e superficiali del giornalismo italiano che danno notizia della “strage”, il tutto accompagnato da insulti trionfanti, prese in giro macabre, manifestazioni di disprezzo piene di intima soddisfazione.


Noi siamo i mostri.


In questa pazza e splendida festa di morte delle erinniche femministe nazionali, noi, che pur con tutta la pietà verso le vittime e una sempre dichiarata richiesta di punizioni severe verso chi uccide (a prescindere dal sesso) andiamo alla ricerca della verità, diventiamo i mostri da additare al pubblico ludibrio, da prendere a mazzate brandendo i cadaveri altrui, con profonda ed esibita soddisfazione. E questo perché associamo alla pietà e alla richiesta di giustizia, una razionalissima valutazione degli eventi e combattiamo l’uso sesissta, criminalizzante e distorto che ne viene fatto per mero interesse. Noi che a quell’orrida e cinica festa non partecipiamo e non parteciperemo mai alla fine siamo i mostri. Non loro che trattengono a stento la loro schifosa esultanza, trasmessa su tutte le frequenze televisive, radiofoniche, giornalistiche e telematiche, ad ogni morte violenta. Non loro che usano quelle tragedie per attaccare chi cerca la verità. Non loro che cannibalizzano i morti per avere ribalta, soldi e potere. In questa splendida festa di morte, non loro che la organizzano, noi siamo i mostri. Noi.


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