Gardner, la pedofilia e le turbe verificazioniste

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Richard Alan Gardner
Richard Alan Gardner

Quello di Richard Alan Gardner, psichiatra americano morto suicida nel 2003 per sfuggire al doloroso decorso di una malattia inguaribile, è un nome piuttosto noto per chi si occupa di processi separativi con il coinvolgimento di minori. Suo è il conio di un termine e di un concetto correlato entrambi molto discussi: Sindrome da Alienazione Parentale (nota anche con l’acronimo inglese PAS, Parental Alienation Syndrome). La tesi di Gardner, esposta in diversi testi a metà degli anni ’80 del ’900, è che vi sono casi in cui uno dei due genitori abusa del proprio potere per trasformare in odio l’amore del figlio per l’altro genitore.

Le separazioni conflittuali, le contese per l’affido dei figli minorenni e tutto ciò che ruota attorno a queste vicende non è cosa di oggi. Non è un caso che Gardner se ne occupi proprio in un periodo storico durante il quale la figura maschile instrada il proprio ruolo in una prospettiva più moderna ed evoluta rispetto al passato. La presa di coscienza da parte degli uomini dell’ingresso massiccio delle donne all’interno dei processi produttivi, dunque il cambio di paradigma dalla famiglia mono a quella bireddito, li solleva dal ruolo esclusivo di bread-winner, consentendogli di sopperire ai rimpianti espressi dai loro padri a causa di una vita dedicata solo al lavoro, rendendosi sempre più disponibili a condividere con la donna funzioni anche di care-giver.


La PAS di Gardner nasce asessuata.


padreUn’evoluzione contro cui il mondo femminile, che fatica ad adattarsi al cambiamento, oppone una strenua resistenza, in ciò assecondata dai molti portatori d’interessi in ambito separativo (consulenti matrimoniali, avvocati, eccetera). Quei procedimenti civili che una volta erano pacifici nella loro conclusione, con l’affido automatico dei figli alla madre e il padre con ancora il ruolo di bread-winner, ma a distanza, cominciano a diventare faticosi e sfidanti, perché gli uomini possono e vogliono fare anche i padri, forti del fatto che ora anche le madri hanno le loro opportunità professionali e di reddito. In questo contesto le pratiche di alienazione, da sempre presenti ma su casistiche eccezionali, esplodono diventando strumenti colposi o dolosi di difesa da parte di un mondo femminile che non vuole rinunciare a un ruolo materno ormai superato. Gardner percepisce questo cambiamento, registra i nuovi conflitti e, da scienziato, prova a darne una definizione.

Così nasce la PAS di Gardner. E, va detto, nasce asessuata. Da nessuna parte lo psichiatra afferma che si tratti di una sindrome tipicamente materna o paterna. Saranno altri, sulla base della casistica, delle statistiche e delle testimonianze, a sostenere che si tratta di qualcosa cui sono inclini più le donne che gli uomini, quale sorta di frequente violenza psicologica di contrappeso alla potenziale violenza maschile. Questo aspetto trasforma la PAS nel corso degli anni nel nemico numero uno per chi non si rassegna al superamento della donna-angelo del focolare-madre come figura cardine, in permanenza o meno di un nucleo familiare. Quella di Gardner che, di fatto, era una mera proposta di lettura scientifica di una condotta conosciuta da tempo e divenuta improvvisamente molto diffusa, viene dunque interpretata come uno strumento per espellere illegittimamente la figura femminile-materna da un contesto da secoli suo terreno pressoché esclusivo. Il tutto, massimo del paradosso, camuffando le opposizioni al concetto di PAS come lotta per “i diritti delle donne”.

John Money

Così accade ancora oggi, con dibattiti infiniti sulla definizione e sul concetto, se sia davvero una “sindrome” o solo una “condotta”, se la comunità scientifica sia concorde nell’accettare le tesi di Gardner oppure no. Un menare il can per l’aia che per un po’ ha rallentato l’affermazione della teoria dello psichiatra americano. Che però gradualmente sta diventando un punto di riferimento di fronte alla schiacciante frequenza con cui essa viene verificata all’atto pratico in un numero crescente di vicende separative. L’opposizione alla PAS allora ha abbassato il livello della critica: niente più dibattiti nel merito, ma attacchi pretestuosi e personali a chi ha formulato la tesi. Ecco allora che Richard Alan Gardner viene accusato di essere stato concessivo verso la pedofilia, se non proprio un pedofilo lui stesso.

Ma è vero? Leggendo direttamente in inglese i testi dello psichiatra americano e i maggiori studi che da essi sono scaturiti, ma soprattutto le polemiche relative al suo atteggiamento verso la pedofilia, si può riscontrare che da nessuna parte dice sui pedofili o la pedofilia cose che non ci si potrebbe attendere da uno psichiatra. Tale è, Gardner. Non è né un giornalista, né un teologo, né un filosofo. Egli descrive e classifica la pedofilia, e lo fa con la freddezza analitica di un medico americano degli anni ’80. Eppure finisce già ai suoi tempi (e lo è ancora) al centro di polemiche, mentre curiosamente il suo collega John Money, il sostenitore della tesi per cui il genere sessuale non è dato dalla nascita e si può modificare, raccoglieva e raccoglie ancora allori, sebbene l’applicazione delle sue tesi abbiano portato a diversi suicidi, mentre quelle di Gardner no (per lo meno non direttamente, di fatto sono moltissimi i minori oggetto di alienazione che si tolgono la vita).


La metodologia da malati di mente dei verificazionisti.


abusiGardner si espresse dal lato morale sulla pedofilia solo quando fu costretto a difendersi dalle accuse. “Ci sono alcuni che dichiarano che io sia protettivo di riflesso verso i pedofili e comprensivo nei confronti di ciò che fanno. Non esiste assolutamente nulla in qualsiasi cosa io abbia scritto o detto a supporto di queste assurde affermazioni”, scrisse. Il che è assolutamente vero. Tuttavia lo stigma sulla persona resta e scivola gradualmente a invalidare tutte le sue tesi, inclusa quella odiatissima sulla PAS. Ma chi sono esattamente i combattivi oppositori di Gardner e della PAS? Ne siano coscienti o meno, sono tutti coloro che hanno un approccio verificazionista verso il problema separazioni, affidi e possibili abusi sofferti dai minori. Per costoro i minori hanno sempre patito un abuso sessuale e sempre dal padre. Ogni loro verifica, consulenza o perizia è costruita per dimostrare questo assunto (o pregiudizio) indiscutibile. Ed è così che nascono i colloqui tecnici dove i bambini vengono “imboccati” a testimoniare cose che non sono accadute, imbottiti di ricordi falsi o indotti e, quando resistono troppo all’indottrinamento, ne vengono fraintesi i disegni (il fantasma che diventa simbolo fallico), quando non vengono direttamente modificati da qualche consulente adulto.

Sull’approccio criminale tipico dei verificazionisti hanno scritto lo psicologo e avvocato Guglielmo Gulotta e la psicologa Ilaria Cutica, sul poderoso volume “Guida alla perizia in tema di abuso sessuale e alla sua critica” (edito da Giuffrè nel 2009). I due autori hanno schematizzato la metodologia rovinosa dei verificazionisti su quella che è stata ribattezzata dagli studiosi “la margherita dell’abuso”.

È un esempio di come, qualunque sia lo scenario, costoro riportino tutto all’abuso che si assume a priori il o la minore abbia subito. Uno schema mentale e interpretativo senza via d’uscita, atto a sbattere sul banco degli imputati sempre e comunque il padre e a soddisfare un pregiudizio che sa molto di morboso sulla presenza degli abusi sessuali. È dai petali di quella margherita che nascono fenomeni come quelli dell’inchiesta “Veleno” o come quelli degli affidi illeciti in Val D’Enza. Ma soprattutto, curioso ma non troppo, i sostenitori di questa metodologia sono sempre tutti rocciosamente schierati contro la teoria della PAS formulata da Gardner.


Non resta che attendere un risveglio del mondo femminile.


In Italia sono parecchi (comunque troppi), alcuni famosi, altri meno. Claudio Foti e il suo entourage sono saliti alle cronache di recente, ma dietro le spalle c’è un’intera organizzazione, il CISMAI, che diffonde da anni il “veleno” verificazionista. Attorno a questo bubbone purulento circuitano altri personaggini e personaggetti, attivissimi sul web e sui social e che in genere vantano qualifiche dubbie (acquisite in istituti esteri, tanto chi va a controllare?) o non riconosciute (i famosi counselor). Gente secondo cui la “Carta di Noto” è roba da pedofili e che più che qualche post sui social non ha scritto, pur pretendendo di confrontarsi con chi ha scritto saggi apprezzati a livello internazionale. Di alcuni di loro si dice che stiano in fissa con gli abusi sessuali verso i minori per averli subiti loro da piccoli. Massima solidarietà, nel caso, ma con vissuti del genere forse sarebbe più opportuno che non si occupassero del tema. Ad oggi ho annoverato tra i verificazionisti italiani: Andrea Coffari, Nadia Somma, Luisa Betti Dakli, Roberta Lerici, Maria Serenella Pignotti, Chiara Lo Scalzo e altri minori. Tra cui, va segnalato a sé, tale Andrea Mazzeo Fazio, che addirittura ha tirato su un delirante ed esteticamente orrido sito interamente dedicato a smentire la teoria dell’alienazione di Gardner. Si dice anche (ma non è certo) che sia l’autore di un paio di brevi pamphlet in italiano e rigorosamente anonimi (dunque, nel caso si tratti di lui, ha anche il pregio d’essere un cuor di leone…), che girano sul web in pdf, dove si sostiene, per altro con argomenti risibili, che Gardner fosse pedofilo.

Esiste dunque un gruppo di soggetti ragionevoli e moderni che hanno accettato la realtà dei fatti, cioè l’irruzione di un uomo nuovo e del padre nei ruoli di cura, e fanno il possibile perché esso si affermi in una condizione armonica con la donna-madre. Sul piano contrapposto stanno coloro che fanno dell’affermazione maniacale dell’abuso e della criminalizzazione ossessiva dell’uomo uno strumento per opporsi a quell’irruzione e a quel nuovo tipo di equilibrio. I primi ritengono che la PAS, nella formulazione di Gardner o in una analoga, esista eccome e la dimostrano prove alla mano. I secondi la negano appigliandosi alla già smentita pedofilia dello psichiatra americano e applicando il loro patologico verificazionismo ovunque possono. A ben guardare, i primi sono i veri promotori dell’emancipazione della donna verso un ruolo che integri in modo equilibrato professione e maternità, in una logica evoluta e complementare con l’uomo. I secondi sono invece forse i peggiori nemici delle donne, proprio perché a quell’evoluzione si oppongono. E lo fanno, disgusto oltre il cinismo, dipingendosi come paladini dei diritti delle donne. Non resta che attendere un risveglio del mondo femminile affinché afferri questi impostori e li spedisca finalmente nell’iperspazio, dove non potranno più nuocere a famiglie e ai figli altrui.


 

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