STALKER SARAI TU

Informazione deviata: qualche domanda alla FNSI

Questo blog ha interrotto le pubblicazioni il 14/09/2020, dopo 4 anni di attività.

Le sue tematiche sono ora sviluppate da una nuova piattaforma:

LA FIONDA

https://www.lafionda.com

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di Davide Stasi. Giornalmente i canali di comunicazione che fanno capo a questo blog ricevono una vera e propria alluvione di messaggi con segnalazioni di articoli pubblicati sui media mainstream dove viene applicata con grande disinvoltura una disparità di trattamento scandalosa tra uomini e donne. I messaggi che riceviamo hanno sempre la formula: “ma a parti invertite…?”. Seguono articoli di aperta denigrazione dell’uomo, o di ipervittimizzazione femminile, o di vera e propria criminalizzazione maschile, o toni in cui la vittima uomo viene sminuita quando non ridicolizzata. I più attenti notano anche processi di vera e propria rimozione delle notizie: violenze subite da uomini o morti maschili riportate da piccolissime testate locali, mai menzionate a livello nazionale. Un’informazione strabica, parziale, mistificante, di cui molti ci chiedono la ragione.

Per lungo tempo abbiamo provato a dare delle risposte convincenti, brancolando un po’ nel buio. Sospettavamo che in Italia vigesse qualche regola non scritta, laddove altrove (ad esempio nella femministissima Spagna) c’era chi l’aveva esplicitata in un documento. Siamo stati ignoranti, e ce ne scusiamo, fino alla lettura del documento bolscevico prodotto di recente da D.I.Re. di cui abbiamo parlato lunedì. Lì si menziona il “Manifesto di Venezia”, che non conoscevamo. L’abbiamo trovato e letto, riscontrando in esso una copia peggiorata del documento spagnolo. Un vero e proprio regolamento da MinCulPop. Anzi, probabilmente è più corretto definirlo una direttiva zdanovista. Non lo commenteremo qui. Vi invitiamo soltanto a leggerlo. Lì trovate la risposta a tutte le segnalazioni che ci inviate: ecco perché l’informazione in Italia, quando si parla di vicende di uomini e donne, è quella cosa raccapricciante che è. Quello che faremo, però, sarà rivolgerci con una lettera aperta ai suoi promotori, la Federazione Nazionale della Stampa Italiana. A loro abbiamo mandato questa nostra lettera aperta e informeremo tutti nel caso (remoto) ci pervenisse una risposta. Liberi ovviamente di dire anche voi la vostra su quel Manifesto tramite mail (cpo.fnsi@gmail.com, cpo.fnsi@fnsi.it, segreteria.fnsi@fnsi.it).


Ci si permetta dunque di porvi alcune domande.


FNSISpett.le FNSI – Federazione Nazionale della Stampa Italiana, mi sono imbattuto nel cosiddetto “Manifesto di Venezia”, da voi promosso e sottoscritto da diversi soggetti nel settembre del 2017. Premetto che chi vi scrive non è un giornalista né un pubblicista, ma un semplice cittadino che ha fondato un blog tematico, non classificato come testata giornalistica, su cui scrivono diversi soggetti, anch’essi privi di qualifica di giornalista. Quello che facciamo è condividere liberamente i nostri punti di vista, prendendo spunto da notizie, eventi o altro che abbia a che fare con le relazioni di genere, in Italia ma non solo.

Dopo un confronto interno abbiamo deciso di scrivervi per segnalarvi quelle che a noi sembrano anomalie piuttosto allarmanti contenute nel Manifesto, dalle quali da tempo discendono ulteriori gravi anomalie nella pratica giornalistica quotidiana nel nostro paese. Ci si permetta dunque di porvi alcune domande in riferimento specifico alle parti che costituiscono il Manifesto, con la richiesta ovviamente di argomentare e spiegare le vostre eventuali risposte.

  1. Perché il Manifesto interpreta l’espressione “violenza di genere” come sinonimo di “violenza contro le donne?”. Quello maschile non è un genere per voi? Il Manifesto ritiene ufficialmente irrilevante la violenza di genere contro l’uomo?
  2. La banca dati “violenza sulle donne” dell’ISTAT riporta una media di meno di 5.000 uomini giudicati colpevoli di violenze sulle donne ogni anno, negli ultimi dieci anni, pari allo 0,02% della popolazione adulta maschile (immigrati esclusi). Una percentuale così minimale che mal s’accorda con gli aggettivi da voi usati nell’incipit dove si definisce la violenza di genere (i.e. “contro le donne”) come “sistematica, trasversale, specifica, culturalmente radicata, un fenomeno endemico”. A quali dati avete fatto riferimento per sostenere un’asserzione del genere? Per coadiuvare la risposta, richiamiamo a una frase presente sempre nella premessa del Manifesto, dove si dice che “ogni giornalista è tenuto al rispetto della verità sostanziale dei fatti”, dunque riterremo irricevibile una risposta a questa domanda che si rifaccia a un non rilevato né rilevabile numero di “donne che non denunciano per paura” o similari.
  3. Sempre nell’introduzione si fa riferimento alla Convenzione di Istanbul, citando la frase in essa contenuta di condanna di “ogni forma di violenza sulle donne e la violenza domestica”. Siete consapevoli che la Convenzione comprende in sé in modo esplicito la casistica anche della violenza sugli uomini, sebbene rappresentata dalla limitante definizione di “violenza domestica”? Se ne siete consapevoli, perché il Manifesto non fa cenno alcuno alla possibile casistica maschile?
  4. Sempre in premessa si raccomanda il giornalista di non cadere in “morbose descrizioni o indulgere in dettagli superflui […] trasformando l’informazione in sensazionalismo”; una raccomandazione più che condivisibile, tuttavia siamo in possesso di un ampio archivio più che decennale di articoli dettagliati, drammatizzanti e sensazionalistici nel descrivere le vittime femminili e chiaramente minimizzanti quando la vittima è maschile. Domanda: la raccomandazione del Manifesto è valevole in termini generali o varia a seconda del sesso della vittima?
  5. Ritenete che nel caso di violenza sugli uomini, attuata da chiunque e in special modo da donne, non sia necessario mantenere un linguaggio appropriato (rif. punto 1)?
  6. Ritenete che gli uomini non subiscano gli effetti degli stereotipi di genere (rif. punto 2)?
  7. Ritenete che sia accettabile forzare la lingua d’uso comune declinando al femminile i nomi di professioni e cariche (rif. punto 3)?
  8. Nell’organizzazione di “talk-show” o programmi di informazione ritenete sia più importante la competenza degli invitati o il loro sesso d’appartenenza (rif. punto 4)?
  9. Nel caso dell’omicidio di una donna, come si riconosce e come viene accertato il movente dell’atto “in quanto donna”? Siamo in possesso di un amplissimo archivio di notizie dove vengono definiti “femminicidi” moltissimi casi di delitti compiuti dichiaratamente per i più svariati motivi, diversi dal “in quanto donna” (regolamenti di conti, omicidi colposi, questioni di eredità o interessi e altro). Non ritenete che in quel caso l’uso del termine “femminicidio” sia una mistificazione (rif. punto 5)?
  10. Siamo in possesso di un amplissimo archivio più che decennale di notizie dove la trattazione è diversificata tra violenze di serie A e violenze di serie B, laddove queste ultime sono sempre quelle che hanno vittime maschili o autrici femminili (specie contro i minori). Ritenete ciò conforme con il dettato del Manifesto (rif. punto 6)?
  11. Non ritenete meritevoli di essere messe in risalto le storie di uomini sopravvissuti ad atti di violenza da parte delle donne, ivi comprendendo il fenomeno dilagante (sempre dati ISTAT e documentazione presente al Senato della Repubblica) delle false denunce (rif. punto 8)?
  12. Ritenete deontologicamente accettabile che in moltissime testate nazionali le notizie di violenze sulle donne vengano sempre posizionate vicino a pubbliredazionali reclamizzanti prodotti o attività di interesse femminile? Ancora: siamo in possesso di un ampio archivio di articoli che esaltano con pretesti senza fondamento la figura femminile e sminuiscono quella maschile (esempio: “il cervello femminile invecchia più lentamente di quello maschile”), o vittimizzano quella femminile e criminalizzano quella maschile (esempio: il divario salariale di genere). Non ritenete che si tratti di iniziative meramente commerciali basate su una discriminazione culturale a danno degli uomini (rif. punto 9)?
  13. Ritenete accettabile l’uso di espressioni irrispettose, denigratorie, lesive o svalutative dell’identità e della figura maschile (rif. punto 10a)?
  14. Ritenete fuorviante definire “amore” o “innamoramento” o simili il caso di una donna che seduce e stupra un ragazzo minorenne? Ritenete non descrittivi di realtà fattuali termini come “raptus”, “follia”, “gelosia”, “passione” (rif. punto 10b)?
  15. Ritenete stereotipata l’immagine di un uomo riccamente vestito o con un auto di lusso o che mostra la propria opulenza (rif. punto 10c)?
  16. Ritenete che “perdita del lavoro”, “difficoltà economiche”, “depressione”, “tradimento” e simili non siano realtà fattuali capaci di contribuire a spiegare, e non giustificare, atti estremi compiuti da qualsivoglia persona? Prima di rispondere, suggeriamo di consultare i dati sui suicidi maschili, nella stragrande maggioranza dei casi causati da perdita del lavoro e difficoltà economiche, che in quanto tali, stando al dettato del Manifesto, dovrebbero restare inspiegati e inspiegabili (rif. punto 10 d).
  17. Ritenete che chi si macchia di un delitto meriti, oltre la giusta condanna, anche la cancellazione della propria umanità e identità, e che un’informazione corretta non includa la ricerca e la comprensione dei fatti che hanno determinato il suo agire (rif. punto 10e)?

Ringraziamo in anticipo per le vostre risposte, che sarà nostra cura rendere pubbliche, come abbiamo fatto già anche per queste domande. Non possiamo mancare, in conclusione, di osservare come il Manifesto a cui abbiamo fatto riferimento sia a nostro avviso uno strumento di rara violenza premeditata, di terribile discriminazione sessista, di inqualificabile settarismo, giustificabile solamente in un contesto di stato autoritario e totalitario e non in quello di una democrazia occidentale libera ed evoluta. Il nostro è un parere condiviso da un gran numero di cittadini, lettori e consumatori d’informazione. A nome nostro e a nome loro, con la presente siamo a chiedere un’abolizione del suddetto Manifesto o una sua revisione in termini degni di una società civile ed equa.

Cordiali saluti.

Davide Stasi – Fondatore e coordinatore del team di autori del blog “Stalker sarai tu”


14 thoughts on “Informazione deviata: qualche domanda alla FNSI

  1. Ancora una volta, bravi Davide et al., soprattutto sotto l’aspetto divulgativo. Potrei sbagliarmi, ma ricordo vagamente un appello proveniente dalla Camera dei Deputati ed indirizzato agli organi d’informazione, invitandoli a non diffondere più notizie che facessero riferimento a crimini commessi da donne. Questo per interrompere l’immagine negativa e stereotipata che si era creata nel tempo contro il genere femminile. Il periodo dovrebbe coincidere con la delirante l’ascesa della nota PresidentA….
    Qualcuno può confermare (o smentire)?

  2. In realtà questo Manifesto di Venezia aveva fatto la sua comparsa, qua e là, nei commenti di questo blog. Per esempio in occasione dell’articolo scritto in difesa di Bruno Vespa, attaccato da colleghi giornalisti per aver intervistato in modo improprio, secondo i dettami del Manifesto, una donna vittima di tentato omicidio da parte dell’ex-partner.
    Penso che scrivere alla FNSI sia utile ma non più di tanto. Chi aderisce a questo tipo di iniziative semplicemente se ne sbatte del richiamo alla correttezza professionale da parte di qualche decina di lettori e forse anche da parte dell’autore di un blog che comincia ad avere una certa risonanza.
    Invece, potrebbe essere interessante capire chi si è astenuto dal dare la propria adesione e con che motivazioni. Alla fine del documento compare una lista di firmatari. Tralasciando GiULiA Giornaliste, nata presumo per questo genere di cose, e le Commissioni Pari Opportunità, ci sono associazioni (Sindacato Giornalisti Veneto o Associazione Stampa Toscana), ma poi una lunga sequenza di persone con nome e cognome. Mi sembra che manchino nomi di spicco del giornalismo italiano. C’è una certa Natalia Augias ma non il ben più famoso Corrado Augias. Non vedo Enrico Mentana, tanto per fare un altro nome. Non ci sono né Lilli Gruber né Maria Latella, i primi due nomi femminili che mi vengono in mente. Fanno forse parte delle associazioni sopra citate? Fanno finta di niente e considerano scontato il loro appoggio o proprio non ne vogliono sapere?

    1. Lilli Gruber si riconosce senza dubbio nel documento e non è da escludere che faccia parte di qualcuna di quelle associazioni o che comunque sia molto vicina a qualcuna di quelle. Basta seguire le sue trasmissioni per far cadere qualsiasi dubbio in proposito. Sugli altri concediamo il beneficio del dubbio, anche se non hanno mai preso posizione critica nei confronti degli eccessi femministi, in modo particolare Augias, mentre non seguo da parecchio Latella. Forse l’unico ad avere la statura e la personalità per dissociarsi potrebbe essere Mentana.

      1. Non ho il minimo dubbio che la Gruber si riconosca nel contenuto del Manifesto, ma resta il fatto, secondo me degno di nota, che molti hanno firmato con nome e cognome, mentre molti altri non l’hanno fatto. Direi che quasi tutti i nomi di spicco del giornalismo italiano sono assenti. Non compaiono né la Palombelli (Mediaset) né la Leosini (RAI) che, come scritto su queste pagine, ha subito recentemente un doppio attacco delle femministe per non essersi conformata.
        Non è mio interesse assolvere qualcuno e condannare altri (la Gruber sarebbe ai primi posti) ma capire cosa stia succedendo dietro le quinte.

  3. io ho scritto cosi:

    Buongiorno, sono ***********, un cittadino Italiano con tutti i diritti ed i doveri che comporta avere questa cittadinanza;
    sono venuto a conoscenza del manifesto di Venezia da voi promosso e promulgato e avrei bisogno di alcuni chiarimenti:
    cosa significa il punto ‘sottrarsi ad ogni tipo di strumentalizzazione per evitare che vi siano violenze di serie A e di serie B’? significa che una spinta equivale ad un pugno in faccia dato sistematicamente? significa che dal momento della spinta una persona può essere definita violenta come una che tira pugni sistematicamente?

    Seguendo le indicazioni date nel manifesto sembra che oltretutto non si debba nemmeno descrivere se in una colluttazione vi sia stata una semplice spinta oppure un pugno ma sembra che tutto debba essere inglobato nel termine ‘violenza’ e che oltretutto non si debbano mai specificare le circostanze che abbiamo portato ad una sberla o ad un pugno.

    Da cittadino che paga il canone rai e che quindi e’ fruitore di notizie giornalistiche e spettatore di talk show mi aspetto una risposta, ringrazio anticipatamente

  4. [6.sottrarsi a ogni tipo di strumentalizzazione per evitare che ci siano “violenze di serie A e di serie B” in relazione a chi subisce e a chi esercita la violenza].

    Alla luce dei fatti
    (“Siamo in possesso di un amplissimo archivio più che decennale di notizie dove la trattazione è diversificata tra violenze di serie A e violenze di serie B, laddove queste ultime sono sempre quelle che hanno vittime maschili o autrici femminili”),
    il punto 6 di quell’inquietante documento ha davvero il sapore di una crudele beffa.

    Se non ci fosse da piangere, verrebbe da dire: “Che simpatici burloni!”.

    (Chied* scus* per * politicament* scorrett*.
    Me* culp*, me* culp*.
    M* corregg*: “Ch* simpatic* burlon*!”).

  5. quindi non distinguere tra violenze di caso A e B significa che laura massaro può permettersi di definire a vita sua marito un violento accusandolo di averle stretto il polso?… non dovrebbe essere diverso da uno che ti tira pugni sistematicamente?

  6. “la violenza di genere è una violazione dei diritti umani tra le più diffuse al mondo” (incipit del manifesto di Venezia)

    Stolto io che pensavo a peccatucci come il lavoro minorile, il diritto alla salute e alla vita (come sappiamo, solo 700 milioni circa di persone al mondo, distribuite fra Africa e Asia, non hanno accesso continuativo a una cosa secondaria come l’ ACQUA POTABILE) mentre solo 800/900 milioni di persone muiono di fame ogni anno, ma ehi, i 35 femminicidi commessi in Italia sono sicuramente una prerogativa!

  7. Buongiorno. Ho mandato anch’io una lunga mail nella quale chiedo conto di molte cose come la notizia dell’uomo che ha ucciso i genitori a Torino data dai tg nazionali delle venti e la signora che ha infilato delle forbici nell’addome del compagno che non è andata oltre Ciociaria on line. Stiamo a vedere, ma credo sarò ignorato.
    Sebastiano

  8. Bellissima missiva Davide. Notevole il fatto che colpisca il “core” di quello che hai giustamente definito il Minculpop degli anni ’20 ma di questo secolo, la stampa, distopico cervellone della narrazione delirante che da anni ormai, ci attanaglia e ci ammorba.
    Un sassolino nello stagno, forse…. Ma come previsto dal celebre “Butterfly effect”, chissà che non si cominci perlomeno a mettere in discussione qualcuno degli odiosi dogmi vigenti nella ginocratica Itaglia.

    1. Filippo Target
      >>>
      qualcuno degli odiosi dogmi vigenti nella ginocratica Itaglia.
      >>>

      Peccato, avevi postato un commento condivisibile, poi ti sei perso nel finale quando hai scritto Itaglia anziché Italia…
      Forse sarebbe il caso di darci un taglio a questa ridicola autodenigrazione che in altri Paesi europei – compresi quelli messi decisamente peggio dell’Italia – è semplicemente inesistente.

      1. Sandro, prendo i complimenti e tralascio l’appunto: a parte che non sarei d’accordo, poiché uno stato dove ad un genere di persone è consentito, alla luce del sole, di metterne a bavaglio altre, discriminandole in base al sesso, può anche meritare una grafia volutamente scorretta. Questo è il mio parere, questa è la mia spiegazione.
        Mi ripeto, focalizziamoci sui punti di incontro. Dici di apprezzare il mio commento, tanto mi basta, se poi non ti piace come scrivo il nome dello stato dove presumo entrambi noi viviamo….. Hai fatto bene a riferirmelo dopo di che ce ne di farà una ragione.
        Vivo anelando di riuscire finalmente a portare davanti a un tribunale questo stato, in una ipotetica causa Filippo vs Italia, capisci che una certa tensione possa esistere.

  9. A lungo anch’io ho scritto di una lobby femminista nei media, impegnata nel vagliare e nel pubblicare secondo i suoi rigidi dettami. Mi basavo principalmente sui rimandi che ci sono tra un sito e l’altro, da quelli istituzionali a quelli di privati cittadini, su sensazioni, per quanto piuttosto fondate. Una rete complessa, variegata anche tematicamente, ma molto coesa e ramificatissima. Quanto oggi scoperto da questo blog( un singolo blog che, al di là del suo orientamento politico, risulta una miniera quotidiana d’informazioni sul tema e che nella sua opera di demistificazione è una delle poche spine nel fianco della potentissima lobby) dimostra che quanto era fino a ora una percezione diventa oggi un fatto provato e inconfutabile.
    Notare la sfilza di associazioni e giornalisti che hanno aderito alla direttiva. sia chiaro, non tutti hanno firmato consapevolmente, ma questo non è importante, è importante che sia stato deciso che l’argomento in questione dev’essere trattato in un solo modo. Ovviamente il femminismo opera come suo solito, ossia ci butta dentro un po’ di riferimenti ai gay, ai trans, en passant un riferimento alla violenza sui bambini, e il gioco è fatto: si tratta di direttive per tutti, confezionate ad arte, e tutti abboccano, quando invece si tratta di tappare la bocca e la penna a chi invece vorrebbe un approccio libero a questi temi
    Se questo andazzo, come è assai probabile, dovesse continuare, non vorrei essere nei panni delle prossime generazioni. almeno io ho respirato, sia pure da bambino e giovanissimo, aria meno appestata, ma per loro vedo tempi bui, anche se di ciò saranno in grandissima parte inconsapevoli.

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