Informazione deviata: qualche domanda alla FNSI

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LA FIONDA

https://www.lafionda.com

di Davide Stasi. Giornalmente i canali di comunicazione che fanno capo a questo blog ricevono una vera e propria alluvione di messaggi con segnalazioni di articoli pubblicati sui media mainstream dove viene applicata con grande disinvoltura una disparità di trattamento scandalosa tra uomini e donne. I messaggi che riceviamo hanno sempre la formula: “ma a parti invertite…?”. Seguono articoli di aperta denigrazione dell’uomo, o di ipervittimizzazione femminile, o di vera e propria criminalizzazione maschile, o toni in cui la vittima uomo viene sminuita quando non ridicolizzata. I più attenti notano anche processi di vera e propria rimozione delle notizie: violenze subite da uomini o morti maschili riportate da piccolissime testate locali, mai menzionate a livello nazionale. Un’informazione strabica, parziale, mistificante, di cui molti ci chiedono la ragione.

Per lungo tempo abbiamo provato a dare delle risposte convincenti, brancolando un po’ nel buio. Sospettavamo che in Italia vigesse qualche regola non scritta, laddove altrove (ad esempio nella femministissima Spagna) c’era chi l’aveva esplicitata in un documento. Siamo stati ignoranti, e ce ne scusiamo, fino alla lettura del documento bolscevico prodotto di recente da D.I.Re. di cui abbiamo parlato lunedì. Lì si menziona il “Manifesto di Venezia”, che non conoscevamo. L’abbiamo trovato e letto, riscontrando in esso una copia peggiorata del documento spagnolo. Un vero e proprio regolamento da MinCulPop. Anzi, probabilmente è più corretto definirlo una direttiva zdanovista. Non lo commenteremo qui. Vi invitiamo soltanto a leggerlo. Lì trovate la risposta a tutte le segnalazioni che ci inviate: ecco perché l’informazione in Italia, quando si parla di vicende di uomini e donne, è quella cosa raccapricciante che è. Quello che faremo, però, sarà rivolgerci con una lettera aperta ai suoi promotori, la Federazione Nazionale della Stampa Italiana. A loro abbiamo mandato questa nostra lettera aperta e informeremo tutti nel caso (remoto) ci pervenisse una risposta. Liberi ovviamente di dire anche voi la vostra su quel Manifesto tramite mail (cpo.fnsi@gmail.com, cpo.fnsi@fnsi.it, segreteria.fnsi@fnsi.it).


Ci si permetta dunque di porvi alcune domande.


FNSISpett.le FNSI – Federazione Nazionale della Stampa Italiana, mi sono imbattuto nel cosiddetto “Manifesto di Venezia”, da voi promosso e sottoscritto da diversi soggetti nel settembre del 2017. Premetto che chi vi scrive non è un giornalista né un pubblicista, ma un semplice cittadino che ha fondato un blog tematico, non classificato come testata giornalistica, su cui scrivono diversi soggetti, anch’essi privi di qualifica di giornalista. Quello che facciamo è condividere liberamente i nostri punti di vista, prendendo spunto da notizie, eventi o altro che abbia a che fare con le relazioni di genere, in Italia ma non solo.

Dopo un confronto interno abbiamo deciso di scrivervi per segnalarvi quelle che a noi sembrano anomalie piuttosto allarmanti contenute nel Manifesto, dalle quali da tempo discendono ulteriori gravi anomalie nella pratica giornalistica quotidiana nel nostro paese. Ci si permetta dunque di porvi alcune domande in riferimento specifico alle parti che costituiscono il Manifesto, con la richiesta ovviamente di argomentare e spiegare le vostre eventuali risposte.

  1. Perché il Manifesto interpreta l’espressione “violenza di genere” come sinonimo di “violenza contro le donne?”. Quello maschile non è un genere per voi? Il Manifesto ritiene ufficialmente irrilevante la violenza di genere contro l’uomo?
  2. La banca dati “violenza sulle donne” dell’ISTAT riporta una media di meno di 5.000 uomini giudicati colpevoli di violenze sulle donne ogni anno, negli ultimi dieci anni, pari allo 0,02% della popolazione adulta maschile (immigrati esclusi). Una percentuale così minimale che mal s’accorda con gli aggettivi da voi usati nell’incipit dove si definisce la violenza di genere (i.e. “contro le donne”) come “sistematica, trasversale, specifica, culturalmente radicata, un fenomeno endemico”. A quali dati avete fatto riferimento per sostenere un’asserzione del genere? Per coadiuvare la risposta, richiamiamo a una frase presente sempre nella premessa del Manifesto, dove si dice che “ogni giornalista è tenuto al rispetto della verità sostanziale dei fatti”, dunque riterremo irricevibile una risposta a questa domanda che si rifaccia a un non rilevato né rilevabile numero di “donne che non denunciano per paura” o similari.
  3. Sempre nell’introduzione si fa riferimento alla Convenzione di Istanbul, citando la frase in essa contenuta di condanna di “ogni forma di violenza sulle donne e la violenza domestica”. Siete consapevoli che la Convenzione comprende in sé in modo esplicito la casistica anche della violenza sugli uomini, sebbene rappresentata dalla limitante definizione di “violenza domestica”? Se ne siete consapevoli, perché il Manifesto non fa cenno alcuno alla possibile casistica maschile?
  4. Sempre in premessa si raccomanda il giornalista di non cadere in “morbose descrizioni o indulgere in dettagli superflui […] trasformando l’informazione in sensazionalismo”; una raccomandazione più che condivisibile, tuttavia siamo in possesso di un ampio archivio più che decennale di articoli dettagliati, drammatizzanti e sensazionalistici nel descrivere le vittime femminili e chiaramente minimizzanti quando la vittima è maschile. Domanda: la raccomandazione del Manifesto è valevole in termini generali o varia a seconda del sesso della vittima?
  5. Ritenete che nel caso di violenza sugli uomini, attuata da chiunque e in special modo da donne, non sia necessario mantenere un linguaggio appropriato (rif. punto 1)?
  6. Ritenete che gli uomini non subiscano gli effetti degli stereotipi di genere (rif. punto 2)?
  7. Ritenete che sia accettabile forzare la lingua d’uso comune declinando al femminile i nomi di professioni e cariche (rif. punto 3)?
  8. Nell’organizzazione di “talk-show” o programmi di informazione ritenete sia più importante la competenza degli invitati o il loro sesso d’appartenenza (rif. punto 4)?
  9. Nel caso dell’omicidio di una donna, come si riconosce e come viene accertato il movente dell’atto “in quanto donna”? Siamo in possesso di un amplissimo archivio di notizie dove vengono definiti “femminicidi” moltissimi casi di delitti compiuti dichiaratamente per i più svariati motivi, diversi dal “in quanto donna” (regolamenti di conti, omicidi colposi, questioni di eredità o interessi e altro). Non ritenete che in quel caso l’uso del termine “femminicidio” sia una mistificazione (rif. punto 5)?
  10. Siamo in possesso di un amplissimo archivio più che decennale di notizie dove la trattazione è diversificata tra violenze di serie A e violenze di serie B, laddove queste ultime sono sempre quelle che hanno vittime maschili o autrici femminili (specie contro i minori). Ritenete ciò conforme con il dettato del Manifesto (rif. punto 6)?
  11. Non ritenete meritevoli di essere messe in risalto le storie di uomini sopravvissuti ad atti di violenza da parte delle donne, ivi comprendendo il fenomeno dilagante (sempre dati ISTAT e documentazione presente al Senato della Repubblica) delle false denunce (rif. punto 8)?
  12. Ritenete deontologicamente accettabile che in moltissime testate nazionali le notizie di violenze sulle donne vengano sempre posizionate vicino a pubbliredazionali reclamizzanti prodotti o attività di interesse femminile? Ancora: siamo in possesso di un ampio archivio di articoli che esaltano con pretesti senza fondamento la figura femminile e sminuiscono quella maschile (esempio: “il cervello femminile invecchia più lentamente di quello maschile”), o vittimizzano quella femminile e criminalizzano quella maschile (esempio: il divario salariale di genere). Non ritenete che si tratti di iniziative meramente commerciali basate su una discriminazione culturale a danno degli uomini (rif. punto 9)?
  13. Ritenete accettabile l’uso di espressioni irrispettose, denigratorie, lesive o svalutative dell’identità e della figura maschile (rif. punto 10a)?
  14. Ritenete fuorviante definire “amore” o “innamoramento” o simili il caso di una donna che seduce e stupra un ragazzo minorenne? Ritenete non descrittivi di realtà fattuali termini come “raptus”, “follia”, “gelosia”, “passione” (rif. punto 10b)?
  15. Ritenete stereotipata l’immagine di un uomo riccamente vestito o con un auto di lusso o che mostra la propria opulenza (rif. punto 10c)?
  16. Ritenete che “perdita del lavoro”, “difficoltà economiche”, “depressione”, “tradimento” e simili non siano realtà fattuali capaci di contribuire a spiegare, e non giustificare, atti estremi compiuti da qualsivoglia persona? Prima di rispondere, suggeriamo di consultare i dati sui suicidi maschili, nella stragrande maggioranza dei casi causati da perdita del lavoro e difficoltà economiche, che in quanto tali, stando al dettato del Manifesto, dovrebbero restare inspiegati e inspiegabili (rif. punto 10 d).
  17. Ritenete che chi si macchia di un delitto meriti, oltre la giusta condanna, anche la cancellazione della propria umanità e identità, e che un’informazione corretta non includa la ricerca e la comprensione dei fatti che hanno determinato il suo agire (rif. punto 10e)?

Ringraziamo in anticipo per le vostre risposte, che sarà nostra cura rendere pubbliche, come abbiamo fatto già anche per queste domande. Non possiamo mancare, in conclusione, di osservare come il Manifesto a cui abbiamo fatto riferimento sia a nostro avviso uno strumento di rara violenza premeditata, di terribile discriminazione sessista, di inqualificabile settarismo, giustificabile solamente in un contesto di stato autoritario e totalitario e non in quello di una democrazia occidentale libera ed evoluta. Il nostro è un parere condiviso da un gran numero di cittadini, lettori e consumatori d’informazione. A nome nostro e a nome loro, con la presente siamo a chiedere un’abolizione del suddetto Manifesto o una sua revisione in termini degni di una società civile ed equa.

Cordiali saluti.

Davide Stasi – Fondatore e coordinatore del team di autori del blog “Stalker sarai tu”


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