La (spregevole) superiorità morale delle femministe

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LA FIONDA

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di Santiago Gascó Altaba – «Se avessimo concepito Dio donna non ci sarebbe maschilismo. Se qualcosa così intimo e superiore come l’essere che ci ha creato fosse concepito femmina, la società sarebbe colma di femminilità. E il femminile è buonissimo per la società», ha affermato Ángeles Carmona, la presidente del Observatorio spagnolo contra la Violencia de Género (La grande menzogna del femminismo, p. 973). Ogni volta che la rivoluzione femminista proclama l’arrivo del Paradiso femminile rigoglioso di pace, bontà, equità, armonia e felicità, anche per noi uomini, mi rinchiudo nella mia stanza e mi riguardo, in cerca di conferme, la puntata del 2011 dello show americano “The Talk” della CBS.

Lo show consiste in un panel di cinque donne, con un pubblico prettamente femminile, che chiacchiera di argomenti d’attualità con leggerezza. Quel giorno l’argomento era Catherine Kieu, un’altra anima superiore, che in un momento di ispirazione angelica aveva deciso di drogare suo marito, di legarlo al letto quando ormai era indisposto e di recidere il suo pene con un coltello da cucina. Dopodiché smaltì il pene reciso nel tritarifiuti e chiamò alla polizia. Apparentemente il motivo era che lui aveva avviato le pratiche per il divorzio. Il modo come reagiscono le donne all’argomento della mutilazione di un uomo nello show è degno di essere visto ogni volta che la bellezza femminile ci confonde le idee e ci spinge a scambiarla per superiore moralità. Ridono e ridono, e ridono. Sharon Osbourne, una delle partecipanti, la definisce una violenza favolosa (“quite fabulous”); un’altra, Julie Chen, ride a crepapelle quando dal pubblico femminile arriva il monito “così impara”, dopo aver saputo delle pratiche avviate da lui per il divorzio. E ridono e ridono, e ridono. Quando finisco la visione del filmato, vado in bagno, vomito, e poi ritorno al mio computer per guardarmi gli ultimi aggiornamenti sulla superiore empatia e moralita innata della natura femminile.


L’atteggiamento è più di sfottimento.


Lynndie England

Bisogna riconoscere il grande vantaggio che ha rappresentato per l’umanità la tecnologia, che ci permette di lasciare tracce indelebili videoregistrate su alcuni comportamenti femminili che altrimenti, solo raccontati, risulterebbero difficilmente credibili. Le foto delle torture scattate ad Abu Ghraib di Lynndie England ridente e sorridente con un guinzaglio legato al collo di un prigioniero iracheno nudo, sono diventate l’icona della natura crudele e violenta delle donne che fino allora le femministe avevano negato. Invece il povero George Ryley Scott, inorridito di fronte allo spettacolo e alla violenza messa in atto da 2.500 civilizzate e educate donne britanniche, durante un raduno politico negli anni Trenta del XX secolo, a seguito dalla richiesta di abolire la tortura a danno dei maschi (che da oltre un secolo era ancora vigente per legge solo nei loro confronti), non ha potuto tramandare il filmato.

Le donne protestarono scandalizzate e indignate. Da studioso, e con la flemma tipica britannica, scrisse sul comportamento di quelle donne: “è cosa che turba, deve essere preso in considerazione in ogni disamina delle moderne tendenze sociologiche” (La grande menzogna del femminismo, p. 1008). La trasmissione di “The Talk” fu talmente scandalosa da ricevere numerose proteste, cosa che costrinse la CBS a fare dietrofront e a far chiedere scusa in diretta alle cinque protagoniste dello show. Capitolo molto simile a quei “pezzi di merda” detto da Anna Finocchiaro, che comprendeva anche i padri, sputato in faccia ai bambini, con il dietrofront della RAI e scuse comprese, episodio di cui tutti gli uomini italiani ci possiamo vantare. Comunque, se siete già andati in bagno dopo la visione del primo video, vi conviene ignorare il secondo e le relative scuse. Più che un pentimento, l’atteggiamento, almeno quello di alcune di loro, è più di sfottimento. Sinceramente, avrebbero potuto farne a meno.


A questo punto preferisco un altro bruto, uno patrio, Silvio Berlusconi.


Muhammar Gheddafi

Non parlo di sadismo, del piacere di recare danno ad altri. Sto parlando di una cattiveria più sottile e profonda dell’anima che gli studiosi denominano in tesdesco Schadenfreude, termine che deriva da Schaden (“danno”) e Freude (“gioia”). Si tratta di un sentimento di compiacimento malevolo del dolore altrui che ha il sapore del miele, che schernisce la sofferenza dell’altro e, in segreto o apertamente, fa ridere, e ridere, e ridere. Un sentimento opposto al concetto buddhista di mudita, gioia comprensiva o felicità per la buona sorte dell’altro. E sembra che su Schadenfreude le donne abbiano il primato. Mi viene difficile dimenticare in che modo Hillary Clinton ha reagito alla notizia della morte del dittatore libico Gheddafi, che era stato braccato come un animale selvaggio, ferito alle gambe e catturato vivo, successivamente picchiato, stuprato e brutalizzato, ucciso con un colpo di pistola alla testa e il suo cadavere esposto al pubblico, tutto quanto registrato da numerosi video. “Siamo venuti, abbiamo visto, lui è morto” fu il suo commento, e lei rideva.

Hillary Clinton, elevata dal femminismo alla messia che doveva aprire le porte del Paradiso femminista contro quel bruto che si chiama Donald Trump, milioni di donne hanno manifestato per le strade di America a suo nome. Hillary Clinton, che dall’alto del pulpito dell’ONU durante la Conferenza Internazionale delle Donne a Pechino nel 1995 ci regalava a noi uomini perle di saggezza morale e ci lanciava terrificanti accuse. Per analogia con la situazione patria, mi sembra di vedere Luciana Littizzetto che sul palco di Sanremo ammonisce noi uomini sull’insopportabile violenza contro le donne, mentre racconta divertita come Betty rischia la galera per aver tentato di accoppare il suo compagno con l’abat-jour (La grande menzogna del femminismo, p. 788), e ride. A questo punto preferisco un altro bruto, uno patrio, Silvio Berlusconi, che quando ricevette la notizia sulla morte di Gheddafi asserì un sentito e laconico: “sic transit gloria mundi”.


Il gesto eroico e l’amputazione del “maschio”.


Hillary Clinton

Berlusconi è stato oggetto della più feroce e devastante campagna contro la moralità personale di un individuo mai avvenuta probabilmente nel mondo. Un essere a dir le femministe spregevole per l’uso e l’oggettivizzazione che faceva del corpo delle donne nelle sue feste, lamentele che paradossalmente non arrivavano affatto dalle partecipanti volontarie alle feste. È stata organizzata con successo a livello nazionale una manifestazione contro la sua moralità e l’atteggiamento che metteva in atto nei confronti delle donne. Ne parteciparono decine di migliaia di donne, le stesse decine di migliaia che non uscirono a manifestare per biasimare il modo in cui Hillary Clinton scherniva la sofferenza di un uomo. E potete girarla come volete, ma il confronto di questo piccolo gesto dice molto della profondità del cuore di Berlusconi e del marcio che giace in quello di Hillary Clinton. Datemi del pazzo, ma semmai mi trovassi un giorno nella necessità di dover chiedere di cedermi il posto o di chiedere aiuto perché sto annegando, non datemi come compagno di viaggio quell’essere di luce chiamata Hillary Clinton, scelgo ad occhi chiusi Berlusconi.

Le donne non solo ignorano troppo spesso la sofferenza maschile, la deridono pubblicamente. Ho il brutto presentimento che, in questo periodo storico che stiamo vivendo, il Schadenfreude femminile si limiti quasi in esclusiva a schernire la sofferenza maschile. Sono gli uomini e la loro sofferenza il bersaglio dei dileggi delle femministe, scherni che risultano intollerabili se colpiscono loro stesse, dalle insulse campagne per ridicolizzare le istanze maschili, scrivendo “male tears” (lacrime maschili) o “I bathe in male tears” (faccio il bagno nelle lacrime dei maschi) su tazze e magliette, fino alla creazione  di club e associazioni pubbliche pro-Bobbitt, un’esplosione di dichiarazioni, libri e film che esaltano il suo gesto eroico e l’amputazione del “maschio”. E perché le femministe deridono solo la sofferenza maschile? Secondo gli psicologi il sentimento di Schadenfreude potrebbe derivare dalla “considerazione di scarsissimo valore del Sé che si riflette nella consolazione (molto spesso errata) che anche il Sé degli altri sia scarso e non degno”. Un concetto che riguarda il sessismo, l’autostima e l’invidia che ho già trattato.


S.O.S. maschile a tutte le donne empatiche.


Per carità, non confondiamo femministe e donne, non scambiamo i due concetti, non cadiamo negli stessi errori del femminismo allargando il giudizio a tutto il sesso femminile. Ma il sospetto e la tentazione è forte. Dove sono le donne? Dove sono e dove sono state le donne nell’ultimo mezzo secolo quando è stato necessario lottare per diritti maschili, contro la costrizione obbligatoria, per il diritto di riconoscimento o disconoscimento delle paternità, per migliorare le condizioni carcerarie, per l’affidamento paritario dei figli, per pari pene per pari reati, ecc. ? Solo dopo che mi sono riguardato il filmato di “The Talk” capisco perché le donne non solidarizzano con la sofferenza maschile. Mi viene il sospetto che siano troppo occupate a ridere, e ridere, e ridere. S.O.S. maschile a tutte le donne empatiche.


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