STALKER SARAI TU

Le donne e l’arte: non potevano o non volevano?

Questo blog ha interrotto le pubblicazioni il 14/09/2020, dopo 4 anni di attività.

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LA FIONDA

https://www.lafionda.com

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di Alessio Deluca. Ha suscitato un vero e proprio diluvio di commenti il mio articolo pubblicato settimana scorsa sull’orrido “Piano Colao”. Invito tutti i lettori che ne avessero voglia di spulciarli perché contengono spunti spesso molto interessanti. Così tanto da aver creato una sorta di spin-off riguardante la comparazione quantitativa e qualitativa della produzione artistica maschile e femminile nella storia e fino ad oggi. Nel dibattito è intervenuta pure un’infiltrata femminista, un personaggio ben noto, sebbene abbia cercato di celarsi dietro a un nickname di fantasia. Da lì ha snocciolato la sua solita riga di teorie farlocche e antistoriche, minacciando (mioddio che paura!) di portare le nostre vergognose posizioni alla conoscenza di pagine e gruppi di “storiche femministe”. Restiamo in attesa della shitstorm (perché questo solo sanno fare, mica dibattere), nel frattempo vorremmo affrontare qui un elemento di fatto che gli altri della redazione non hanno affrontato nei commenti, e che invece a mio avviso è cruciale ed emblematico.

Perché in realtà può avere senso fino a un certo punto, come s’è fatto nei commenti, disquisire sull’incisività di questa o quell’artista a paragone con coevi di sesso maschile, se non si ha piena contezza dell’ampia critica letteraria e artistica. Senza contare che è ben noto a quale sesso appartenesse chi ha fatto la storia della letteratura, della musica, della pittura, dell’architettura e della scultura, non c’è da discutere molto. Dicono allora le femministe: prevalgono, per quantità e qualità, gli uomini perché alle donne non era consentito occuparsi di attività creative. Cadono così nel tipico errore delle zucche vuote femministe: coniugano ottusa ortodossia ideologica e crassa ignoranza. Un mix esplosivo, che produce concetti tra il nonsense e il comico i quali, nonostante tutto, sono così diffusi da potersi ascoltare anche dalle bocche di moltissima gente comune. Con quei concettini da quattro soldi il femminismo evita di fare un’operazione complicata e pericolosa: storicizzare. Complicata perché per farlo occorre conoscere la storia; pericolosa perché farlo smentisce in un lampo tutto il suo ciarpame ideologico.


La versione femminista della storia (e del presente) è una grande menzogna.


Wolfgang Amadeus Mozart

Ecco allora che si immaginano le donne di epoca romana o medievale o rinascimentale e su su fino ai giorni nostri come se fossero uguali alle donne contemporanee. Le quali, parimenti agli uomini, in molti casi darebbero qualunque cosa per vedersi pubblicato un romanzo, delle poesie o esposto un quadro o eseguita una composizione musicale. Peccato che l’ambizione di raggiungere la fama e l’autorevolezza da “artista” sia cosa tutto sommato recente, innescata più o meno a metà ‘800 e da lì cresciuta fino a diventare sistematica dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando l’essere artista è diventato ufficialmente un fatto anche commerciale. Prima di quell’epoca però gli artisti facevano la fame. Nelle corti il musicista, ad esempio, era considerato un pelo al di sotto del giullare. La storia di Wolfgang Amadeus Mozart, il terzo mortale, dopo Gesù Cristo e San Francesco, ad essersi davvero avvicinato a Dio, morto poverissimo e seppellito in una fossa comune, dice già tutto a questo proposito. Altri, in altri settori e prima di lui, raramente avevano fatto una vita da “star” e l’apprezzamento che raccoglievano, dato l’analfabetismo imperante e corrispondente al classismo, era assolutamente di nicchia. Quasi nessuno, prima della metà dell’800, è riuscito a guadagnarsi non fama e ricchezza, ma anche solo da vivere facendo “l’artista” in modo libero. Quasi tutti affiancavano altre attività a quella creativa, oppure vivevano creando ma senza libertà, ovvero producendo opere per compiacere protettori e committenti.

Insomma, fare il poeta, il romanziere, il pittore, lo scultore, l’architetto, il musicista era una vitaccia spesso molto grama. Proprio in quanto tale le donne non è che non potevano farla, come blaterano le femministe: nessuno di fatto glielo impediva (infatti qualcuna si è anche distinta di tanto in tanto). Molto più semplicemente nessuna di loro voleva svolgere una professione considerata vile. Che dunque veniva lasciata agli uomini. Secondo una dinamica verificabile in tantissimi altri ambiti, le donne hanno insomma messo piede in numero crescente in ambito artistico solo quando questo era diventato sicuro, sia in termini di riscontro economico che di riconoscibilità sociale. Da metà Ottocento in poi anche il lato femminile comincia meritoriamente a contribuire alle arti, i nomi a moltiplicarsi e opere significative a essere diffuse. C’è del male in questo? Assolutamente no. È parte della natura conservativa femminile, una peculiarità che la impreziosisce e la rende ciò che è, così come sperimentazione, esplorazione e ardimento caratterizzano e qualificano la natura maschile. Resta che c’è una bella differenza tra l’asserire, senza prova alcuna, che alle donne non fosse permesso occuparsi delle arti, e dire, sulla base dei fatti, che esse in realtà non erano interessate alle arti. Un approccio per cui le si deve complimentare e rimproverare: complimentare perché così facendo in moltissime si sono preservate da vite miserabili (scelta saggia, dunque); rimproverare perché il loro contributo artistico avrebbe potuto essere importante e prezioso anche prima che essere artisti fosse redditizio in termini economici e sociali. Insomma, tanto per cambiare, la versione femminista della storia (e del presente) è una grande menzogna, impreziosita da meravigliose e luccicanti perle di ignoranza crassa.


27 thoughts on “Le donne e l’arte: non potevano o non volevano?

  1. Scrivo qui, perché ho letto i commenti di Diana sull’altro articolo solo adesso e temo che,commentando là sotto, il mio commento si perderebbe nel nulla. Spero che Diana legga anche questi articolo perché vorrei rispondere a lei. Molte donne in gamba e/o di talento in passato (ma anche ora) sceglievano di privilegiare la famiglia rispetto alla autorealizzazione in campo artistico o scientifico. Non si tratta necessariamente di imposizione patriarcale, ma di libera scelta della donna che privilegia ciò che per lei è davvero importante. Conosco diverse donne, brillantemente laureate in materie Stem, che hanno scelto carriere o impieghi di basso profilo ed hanno preferito investire impegno e risorse nell’educazione dei loro figli.
    Spesso sono donne di ottime capacità, che non avrebbero certo avuto bisogno di quote rosa per emergere. La realtà è che le quote rosa (comprese quelle di scrittrici nei libri di testo) sono un modo con cui le donne mediocri cercano di scavalcare persone molto più in gamba di loro. La nostra società è già molto poco meritocratica, così rischiamo di peggiorarla ulteriormente. Posso testimoniare nella mia vita studentesca e lavorativa (prima di trovare un’occupazione più conciliabile con la famiglia, ho lavorato nella ricerca e sviluppo di una grossa multinazionale) di non aver mai riscontrato la minima discriminazione per il mio essere donna. E nemmeno ho avuto facilitazioni, come è giusto che sia.
    Non mi pronuncio sui secoli passati. È nel ventunesimo secolo che dobbiamo vivere e poco importa se qualche donna ha subito in passato discriminazioni. Ora in Occidente non esistono più e chi si ostina a negarlo lo fa in malafede, probabilmente allo scopo di ottenere vantaggi indebiti e ingiusti, con i quali passare davanti a persone più dotate (e magari più oneste). Chiudo ricordando che la Natura ha dato alle donne un compito importantissimo, quello di mettere al mondo, crescere ed educare la prossima generazione. Duole notare che tante donne si sentano superiori a tale compito, magari per dedicarsi a scribacchiare roba che non legge nessuno e/o per raggiungere una ipotetica autorealizzazione.

    1. @Alessandra
      Scrivi che hai cambiato lavoro, dunque – chiedo da profana – il tuo ruolo di ricercatrice presso una multinazionale era incompatibile con la vita di famiglia? In che cosa, di preciso? (orari richiesti, trasferte…?) E pensi che dipendesse da quella particolare azienda o che sia un problema di tutte?

      Sul finale: la Natura ha dato il compito genitoriale ad entrambi, nella specie umana, che anche per questo ha potuto arrivare dove è arrivata. È un compito nobilissimo che non tutti e tutte si sentono di svolgere, e forse non sarebbero neanche adatti a svolgere, quindi tanto di cappello a chi ha il coraggio di chiamarsene fuori invece di adattarsi per convenzione e poi far danni alla psiche dei propri figli.

      1. I motivi della mia scelta sono stati tanti. In particolare io e mio marito lavoravamo a 100 km di distanza, il che avrebbe creato diversi problemi di organizzazione famigliare. Gli orari erano abbastanza normali, ma erano richiesti dei turni di reperibilità in orario serale e nei fine settimana. Era richiesta espressamente la disponibilità ad effettuare tali turni. Inoltre, come in molte aziende, tante riunioni cominciavano alle 6 di sera, quando sarebbe stato ampiamente il momento di andarsene. Diciamo che l’organizzazione non era il massimo per una mamma con bimbi piccoli. Però non ho mai ritenuto che questa fosse una discriminazione nei confronti delle donne. Semplicemente il lavoro andava fatto e si richiedeva che i dipendenti fossero efficienti. In realtà io credo che sia molto difficile conciliare maternità e lavoro (nei primi anni di vita del bambino) perché per farlo è necessario lasciare il bambino con altre persone (asilo nido, babysitter, nonni) più tempo di quanto stia con i genitori. Mi sono quindi chiesta: “davvero voglio che siano altre persone a crescere i miei figli?” Mi piaceva il mio lavoro, ma ho ritenuto che i figli venissero prima. Ovviamente parlo da “privilegiata” perché ho avuto l’opportunità di scegliere un altro lavoro. Non tutti ce l’hanno e giustamente fanno come possono.
        Infine sul fatto che le donne che non se la sentono facciano bene a non aver figli, perché farebbero dei danno, io credo che sia una preoccupazione eccessiva. Ai bambini basta “una madre sufficientemente buona” come diceva Winnicot. Anche se può essere stanca, irritata, delusa ecc, la madre “normale” va più che bene. Anzi a me fanno molta più paura le supermamme sempre perfette.

          1. Se volete potete contattarmi a questo indirizzo. Però non credo di potervi essere utile, per tante ragioni.

        1. Dalla tua descrizione penso dipenda molto dal tipo di azienda. Fortunatamente ci sono realtà più “illuminate” che hanno un approccio diverso al lavoro dei dipendenti, sanno motivarli e tenerseli cari anche garantendo loro flessibilità e ritmi umani. Lo smart working in questo viene in aiuto e spero che molte altre aziende “vecchio stile”, costrette a impiegarlo dall’emergenza covid, ne capiscano finalmente l’opportunità. Ho parlato di ritmi umani perché secondo me certe abitudini imposte dalle aziende sono deleterie per tutti, anche per i papà quindi, e in generale poter conciliare al meglio lavoro e vita privata rende tutti più sereni e produttivi.

  2. Ho letto solo ora:

    [I maschi erano incoraggiati a osare, le femmine a essere prudenti, e tutto ciò a derivazione di differenze biologiche.
    24 Giugno 2020
    Chiara]

    Credo che il mio commento precedente metta in dubbio che si trattasse solo di “differenze biologiche”.

  3. L’ avevo già accennato nel post precedente.
    Era in capo agli uomini (sicuramente per pressione sociale, consuetudini e senso etico, ma spesso, se non sbaglio, anche per legge) il DOVERE di mantenere mogli e figli (talora anche sorelle e genitori).
    Di conseguenza era difficile che possero sottrarsi a impegni lavorativi, anche quelli poco appetibili (vuoi perché molto faticosi, pericolosi o poco remunerativi).
    Non risultano, storicamente, doveri di tale portata per le donne.

  4. Oltre all’arte, le scienze.
    Recentemente sono capitato sulla pagina seguente di Wikipedia, relativa ai contribuiti delle donne nel campo della fisica, che ha un certo interesse:

    https://en.wikipedia.org/wiki/Women_in_physics

    E’ sorprendente che ci fossero donne in fisica praticamente fin dall’inizio. Forse ne ha già parlato Strumia.
    In particolare un’italiana, Laura Bassi, entrata ventenne nel 1732 all’Accademia delle Scienze di Bologna e prima professoressa di fisica al mondo.Vale la pena leggersi l’articolo di Encyclopedia Britannica a lei dedicato e riportato nelle citazioni a fondo pagina per rendersi conto di come la bravura di una donna non solo non fosse osteggiata, ma al contrario fosse apprezzata.
    Cito l’inizio:

    “Bassi fu una bambina prodigio e studiò latino e francese. Quando raggiunse i 13 anni, il dottor Gaetano Tacconi, medico della famiglia Bassi e professore di medicina e filosofia all’Università di Bologna, prese in carico la sua istruzione. Nel 1731 Tacconi invitò i filosofi dell’Università e l’arcivescovo di Bologna, Cardinale Prospero Lambertini, a esaminare i suoi progressi. Lambertini e i filosofi furono molto colpiti. La notizia dell’intelligenza della Bassi si diffuse rapidamente, e nel 1732 essa fu al centro di una serie di eventi pubblici organizzati da Lambertini [nota mia: la famosa misoginia dei preti … Il cardinale Lambertini sarebbe in seguito diventato Papa Benedetto XIV]. Il 20 marzo la Bassi fu ammessa alla Accademia delle Scienze di Bologna come membro onorario, e ne fu il primo membro di sesso femminile. Il 17 aprile la Bassi discusse la sua tesi per la laurea di dottorato. Era diventata famosa a Bologna e così presentò la sua dissertazione in municipio davanti a Lambertini piuttosto che nelle chiese degli ordini religiosi, come era abituale. Parecchie delle sue tesi mostravano l’influenza dei lavori di Isaac Newton sull’ottica e la luce. Il 12 maggio, quando la Bassi ricevette la sua laurea, l’entusiasmo a Bologna per i suoi conseguimenti culminò in celebrazioni pubbliche e in raccolte di poesie pubblicate in suo onore […]”

    A onor del vero, l’articolo dice anche che poiché era una donna non le fu permesso di insegnare all’università ma poteva insegnare a casa sua. Diciamo che esistevano alcune disparità di trattamento ma nessun ostracismo.

  5. L’equazione è questa: Dove F > M => F superiore a M. Dove F F limitata da M.
    Tutto ciò che le DD hanno prodotto in misura inferiore agli UU (nel bene, è ovvio) è dovuto agli impedimenti frapposti dal dominio fallocratico – fallocentrico – etero – patriarcal – misogino. Qui “tutto” significa tutto, giacché l’equazione vale in ogni ambito della vita privata e pubblica, in politica, nell’arte, nella scienza. Vale in ogni luogo e in ogni tempo, nelle cose importanti come in quelle minime.
    L’ipotesi che ciò dipenda da differenze naturali – quasi totalmente nel passato e totalmente oggi – è esclusa come una bestemmia. Anatema!
    Ciò che dovrebbe provare e provava le differenze naturali oggi prova invece il pedurare del dominio F.F.E.P.M. (di cui sopra).
    Ci sono meno DD nei corsi STEM ? E’ la prova del dominio FFEPM
    Ci sono meno DD all’apice degli studi di fisica? E’ la prova del dominio FFEPM – vedi caso Strumia
    Ci sono meno DD al vertice di qualsiasi sistema, organizzazione, istituzione? E’ la prova del dominio FFEPM.
    Ci sono poche DD (solo il 13%) che redigono voci di wikipedia? E’ la prova del dominio FFEPM.
    Gli abbonati a riviste scientifiche sono tutti maschi? E’ la prova del dominio FFEPM.
    Ci sono meno DD in alto da qualche parte ? E’ la prova del dominio FFEPM.
    .
    Tutto ciò ovviamente sul versante del bene, del meglio, del glorioso etc.
    Sul versante del male, del peggio, dell’abietto, ovviamente l’equazione si rovescia.
    Meno DD criminali? Perché sono +a, +b, +c…
    Meno DD suicide? Perchè sono +d, +e, +f
    Vivono + a lungo? Perchè sono +g, +h, +ì.
    .
    E’ sufficiente applicare l’equazione e il problema è risolto. Sempre.

  6. Come in altri ambiti, si sono sedute al tavolo, solo quando hanno visto il piatto già bello che sistemato, minestra da consumare, senza bisogno di soffiarci per raffreddarla.

  7. Però se parliamo di “vita grama” di certi artisti la discriminante è più che altro l’essere stata un tipo di vita realmente più pericolosa per le donne. Una donna “libera”, non accompagnata da un consorte, era considerata in certi ambienti al pari di una prostituta e col rischio di doverlo diventare davvero, alle brutte, o di essere violentata. (ricordo tra l’altro di aver letto, in un testo di leggi locali settecentesche, che lo stupro era considerato meno grave se attuato su una donna che si aggirasse da sola fuori dalle mura della città e che non avesse marito).
    Pensate alla considerazione che avevano le attrici delle compagnie girovaghe di teatro, uno stigma aggiuntivo che perlomeno sui colleghi uomini non ricadeva.
    Insomma il discorso è che alle donne conveniva davvero TANTO essere prudenti nella vita, soprattutto considerato che da uno stupro poteva pure succedere una gravidanza. Oggi che il progresso tecnologico e sociale ha cambiato le regole anche le donne possono permettersi di rischiare un po’ di più, e lo fanno.

    1. Ehehehe, cara Chiara, non ci siamo mica. Acca’ nisciuno è fesso. Allora: ti sei spesa in luuuuunghi commenti di contestazione nella diatriba sugli artisti maschi e gli artisti femmine e ora che il nostro Deluca ha inchiodato i fatti della realtà belli chiari e palesi, ti perdi in questa supercazzola che altro non è (guarda che si vede…) che un tentativo di cambiare discorso girando su altre questioni. Una roba mooooolto femminista. Dici che alle donne conveniva essere prudenti. Agli uomini invece no… figuriamoci… loro potevano girare allegramente ovunque senza paura di briganti, assassini, pazzi furiosi, in un mondo che era brutale per tutti.
      Ma soprattutto nell’articolo si parla d’altro, di artisti e artiste. Nell’articolo si storicizza la questione. E allora la domanda resta: le ineffabili artiste donne non si sono espresse prima, orientativamente, del 1830, perché erano oppresse o perché non gli interessava fare la fine dei giullari? Non si sono forse affacciate in massa al mondo artistico solo quando era sicuro, redditizio e profittevole?
      Lì è il centro della questione. Tutto il resto è un modo per sviare il discorso. Eddaje, talvolta sembri i nostri haters che fanno finta di non capire…

      1. Davide, io nell’altra discussione non avevo nemmeno pensato al discorso della “dura vita dell’artista”, mi ci ha fatto riflettere questo post e mi è scaturita quest’altra osservazione, tutto qui. Era solo un’ulteriore ipotesi di motivazione al non sbilanciarsi delle donne, che a parità di “vita di strada” rischiavano gli stessi pericoli degli uomini PIÙ quello dello stupro e delle sue conseguenze (e lo stigma sociale di “donnaccia”); ma sono cose talmente risapute che non c’è bisogno di spiegazione. In fondo stiamo dicendo la stessa cosa: le donne si sono esposte nel mondo artistico quando è divenuto più sicuro (vedi sopra) e profittevole (se una donna non fosse riuscita a campare con la sua arte, in quegli ambienti, avrebbe dovuto finire col prostituirsi).
        In realtà sarebbe interessante osservare la storia delle diverse forme d’arte perché a mio avviso non si possono considerare di stesso impatto sociale musica, pittura, teatro, letteratura ecc…, e varia anche molto il loro valore sociale a seconda delle epoche e delle culture.

        Ma perché se si propone un punto di vista leggermente diverso sulle questioni per come le ponete, si passa per haters?

        1. Vedi, è il diversivo che sollecita i sospetti. L’articolo parla di una cosa specifica e, in un certo senso, mette la parola fine alla diatriba nei commenti dell’altro post. Vedere un tuo commento che sembra voler portare il discorso altrove, evitando di ammettere una realtà scomoda (cosa che però qui hai fatto), inevitabilmente fa pensare a una furberia dialettica, per altro abbastanza tipica di un certo modo di discutere. Che un po’ tu hai, bisogna dirlo, anche se lo usi con grazia e prudenza. Come il tuo infilare lì la “primazia” femminile per il rischio di venire stuprate, cosa “riservata” alle donne. Be’, certo, c’era quel rischio. Gli uomini in genere non avevano quella scappatoia: “o la borsa o la vita”, e spesso perdevano l’una e l’altra. Ancora: le donne rischiavano di finire a prostituirsi. Vero anche questo. Via d’uscita terribile e misera, ma pur sempre una via d’uscita, che gli uomini non avevano. L’artista squattrinato moriva di fame, punto e stop.
          Insomma, va bene tutto, cara Chiara, qui è benvenuto chi ragiona, anche se non è d’accordo con le posizioni del blog. Ma non c’è spazio per i luoghi comuni e le primazie storicamente (e logicamente) infondate, questo dev’essere chiaro. Da queste parti vige un’oggettiva parità: nessuno è stato (né è) più dell’altro. Nemmeno se si tratta di vittimizzazione. 🙂

          1. Il diversivo? Non lo vedevo come tale.
            A meno di non copiare esattamente ciò che il post dice, o limitarsi a dire “bravo hai ragione!”, qualunque contributo aggiuntivo allora potrebbe essere visto come “diversivo”. E quale sarebbe la verità scomoda che qui avrei ammesso? Che le donne erano più timorose del mondo esterno? Certo, le loro condizioni biologiche le rendono più vulnerabili dalla notte dei tempi! Non c’è nulla di strano. L’unica cosa che mi pare fuori luogo, proprio per questo, sono le frecciate di alcuni sulla “pappa pronta”. Le frecciate in generale non fanno che alimentare la cosiddetta “guerra dei sessi”, che non condivido affatto; per me l’unione fa la forza.

            1. E’ solo autodifesa, Chiara. Solo autodifesa. Non siamo noi a dare degli oppressori all’altro versante. Non dimenticarlo. Finiti gli attacchi, finiranno anche le autodifese.
              E in ogni caso il discorso della “pappa pronta” è verissimo. A differenza degli altri, però, noi, come ha ben espresso Deluca nell’articolo, non condanniamo né biasimiamo le donne per aver scelto la strada più sicura. Hanno fatto la cosa più ovvia e giusta da fare. Dal lato dell’arte diciamo solo: peccato, perché il loro contributo avrebbe arricchito il panorama generale, come poi è accaduto dopo.
              Ammesso questo, però, ne discende che il 90% della teoria del “patriarcato storico” finisce dove deve finire. Nel cesso.

              1. Su questo siamo d’accordo, pensavo si fosse già capito dall’altra discussione. Esisteva un “sistema sociale patriarcale” (è un concetto sociologico e antropologico, non lo dico io), ma non una “oppressione patriarcale” come la intendono le femministe che pensano gli uomini abbiano tenuto volontariamente e sistematicamente “schiavizzate” le donne. Nell’altra discussione infatti dicevo che una bambina cresceva in un certo modo “senza neanche pensare a volere qualcos’altro” (e lo stesso accadeva ai bambini su altre cose). Sarebbe stato piuttosto difficile che ne uscisse una donna diversa dalla maggioranza. I maschi erano incoraggiati a osare, le femmine a essere prudenti, e tutto ciò a derivazione di differenze biologiche.

                1. Ribadisco: il tuo è solo un modo garbato di riproporre la versione femminista dell’oppressione patriarcale. Accà nisciuno è fesso, non scordare.

                  1. Davide, non sono d’accordo. Vorrei mi facessi capire perché secondo te è un modo diverso di proporre l’oppressione patriarcale. Da quali mie parole deduci questo? Se hai presente la spiegazione della Storia umana data dal sito Antisessismo, cioè la “teoria bisessista” se non sbaglio, sappi che io ho in mente praticamente la stessa cosa.

                    1. davide non dare cosi importanza al passato e poi scusa se te lo dico ma acca’ nisun è fesso come se chiara volesse ingabolarti… dai… chiara scrive sempre, e’ una sostenitrice ma non siete d accordo in questo caso, e sul passato mi spiace ma nemmeno voi potete avere la verità in tasca e conoscere realmente tutte le situazioni… quindi prendete atto di avere idee diverse e fatela finita… scusate ma io tengo molto che le donne ci ‘aiutino’ con la loro presenza e le loro idee, e Chiara la ritengo onesta educata e che non voglia far fesso nessuno, è cmq una donma che riflette sul fatto che tanti altri potevano essere i problemi a quei tempi per una donnw come tamti potevano essere per l uomo… un uomo aveva almeno più forza fisica dalla sua e poteva giocarsela con un po do vantaggio, e credo i briganti o quamt altro fossero più donme che uomini e ss una donna si fosse trovata ad affrontare un brigante… tutto il passato si basa su lavori fisici dell uomo e altri lavori meno fisici della donna proprio per la minore forza fisica, il che comprende l ‘uso’ dei maschi in guerra e le donme a tenere i figli a casa, a parte casi di partigiane che non essendo chiamate dallo ‘stato’ potevano partecipare più attivamente… quindi basta con questa altezzosita di chi sa tutto e conosce anche i difetti di chiara, allora io ho riconosciuto questo tuo difetto… e spero che tu prenda questo messaggio come spunto, se sai chi sono sai che tendo alla causa e tengo al che ‘stalker sarai tu’ si diffonda il più possibile e perché accada non devi cadere in basso o in atteggiamenti secondo me sbagliati

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