Una guerra di parole cui opporre una redenzione collettiva

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LA FIONDA

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Gabriele D’Annunzio

di Giacinto Lombardi – Agli albori della Prima guerra mondiale, i neutralisti, pacifisti e internazionalisti, si opposero alla guerra perché si rifiutavano di uccidere il “fratello” lavoratore tedesco o austriaco. Avevano maturato una coscienza nuova oltre i confini della fabbrica e della nazione, oltre i confini della lingua e della religione, oltre le barriere del sospetto e della paura dell’altro. Avevano costruito una nuova coscienza, un nuovo spirito di corpo e di classe: la chiamavano fratellanza, era anche il germe di una coscienza di genere anche se non lo sapevano. Jean Juarés, leader socialista francese pacifista e operaista, profeta della fame e dell’epidemia che sarebbero venute dopo la guerra, venne ammazzato in un bar come un malfattore il 31 luglio del 1914. Chi lo uccise voleva la guerra con la Germania. I Socialisti italiani a Milano scrissero il manifesto contro la guerra: “Il perdurare della guerra fascia di tenebre dolorose case e famiglie di operai così nel Belgio, come in Francia, come in Germania, come in Russia, come in Inghilterra, in Austria ed in Serbia; devasta città ed annienta ricchezze che mezzo secolo di lavoro non basterà a rifare, conturba molti animi e molte menti”. Nel cuore del popolo è la compassione per l’altro e questo è il pericolo per tutti i poteri forti o che vogliono diventare forti. Loro praticano il divide et impera dei generali e degli imperialisti: divisione di pelle, di popoli, di nazioni, di sesso. Spesso vincono loro ed è guerra: vinsero infatti quelli che dicevano che la guerra era “l’unica igiene del mondo”.

Apparentemente vinse l’uomo nicciano, “l’uomo che voleva morire”, l’uomo che rifiutava se stesso, l’uomo occidentale che, alla fine dell’800, si vedeva come suddito, sottomesso, represso nel cuore e nel pensiero e finalmente voglioso di una rivincita. Ma si sbagliò, perché nelle trincee altra fu la consapevolezza che crebbe nel cuore del soldato, la fratellanza non morì con le dichiarazioni di guerra ma crebbe nel fango delle trincee e dei campi di battaglia. Poi la guerra finì e fu festa, i soldati tedeschi e russi si abbracciarono sull’Elba e a Natale c’era la tregua di Dio e ballavano e bevevano insieme. D’Annunzio bombardò Vienna, ma di volantini, occupò Fiume ma scrisse la Carta del Carnaro, una bella sintesi di socialismo e libertà. La guerra era stata una grande finzione, una maschera atroce era calata sull’anima dei popoli e li aveva costretti a recitare un ruolo non proprio. Ungaretti tornò dall’Africa per difendere la “patria in pericolo”, ma poi riconobbe l’uomo e se stesso, e scrisse “Fratelli”, involontaria rivolta dell’uomo alla sua fragilità e “San Martino del Carso” (ma nel cuore/ nessuna croce manca) dove non dice nel mio cuore, ma nel cuore. In ogni cuore nessuna croce manca. E poi, in barba a quelli che rifiutavano la vita, dopo una notte accanto a un cadavere scrisse “Veglia”: “Non sono mai stato tanto attaccato alla vita”. La guerra insegna, cambia, mette in discussione le menzogne dell’ideologia e l’umanità trova sempre la strada della redenzione.


Un macigno sul cuore.


Mia Martini

Oggi la guerra, per ora, è una guerra di parole. E di virus, che somigliano tanto alle parole, perché l’anima è fatta di parole e si nutre di informazioni, che possono nutrirla o possono avvelenarla. La parola salva, la parola uccide, con la parola Dio ha fatto il mondo, con la parola gli uomini (e le donne) costruiscono il loro mondo e gli danno un senso e talvolta lo distruggono. La guerra che abbiamo di fronte è una guerra morale, psicologica, giuridica per ribaltare il senso delle cose e girarlo a proprio favore. Quando osserviamo la questione maschile: il doppio standard giudiziario, i dati gonfiati, il silenzio degli innocenti, la solitudine dei morti sul lavoro e sulle strade, lo svantaggio pensionistico e dell’attesa di vita, la sconfitta dei padri separati… Tutto senza che sortisca una rivolta, una manifestazione di protesta o magari la nascita di un movimento di massa come Vox in Spagna. Ci chiediamo come sia stato possibile, come hanno fatto ad avvelenarci l’anima giorno dopo giorno per arrivare a questo punto, a questo Sanremo, a questi libri, a questi giornali, a queste leggi, a queste sentenze. Hanno avvelenato le parole, ci hanno iniettato un virus mascherato da indignazione, hanno nascosto la calunnia sotto la ragion di Stato: una necessità moralizzatrice, e pazienza se qualche innocente morirà, la promessa di un mondo senza delitto e senza peccato supera ogni ingiustizia e falsità.

Ciò a cui abbiamo assistito ultimamente è stato un infame processo di distruzione della coscienza maschile, nessun tentativo di redenzione, la costruzione di una fittizia colpa collettiva, diffusione del sospetto che ogni uomo sia perverso e criminale.Il genio femminista è stato quello di proiettare la colpa sugli uomini e fare delle donne delle vittime o delle furbe rubapatrimoni in modo che il maschio dovesse risultare o pervertito o coglione. Così se le ragazzine tormentano i professori, tutto quello che si riesce a dire è una bella canzone in cui uno young teacher imbarassed and frustrated implora “Don’t stand so close to me” (The Police, 1980) – non starmi così attaccata. Contro i maschi invece il grande anatema (“Gli uomini non cambiano”): “Gli uomini ti uccidono, e con gli amici vanno a ridere di te”, scritta da tre uomini e cantata da una donna, Mia Martini, che morirà prematuramente sola e disperata in circostanze poco chiare. Una canzone ripugnante, che generalizza, che si infila in ogni rapporto, in ogni amore nascente per distruggerlo ingenerando il sospetto, il timore, il pregiudizio preventivo. Ricordo una volta in una gita, nel pullman la radio trasmetteva canzoni, le ragazze cantavano, ognuna era fan di qualcuno, a un certo punto arriva la voce di Mia Martini con questa squallida canzone, scritta appunto dal paroliere degli Squallor: un silenzio tombale, un greve imbarazzo, un macigno sul cuore e ci vollero molte altre canzoni perché si ritrovasse l’allegria.


Serve un movimento di liberazione maschile.


Bill Clinton

Bisogna creare un grande pregiudizio antimaschio in modo che ogni sguardo, ogni fantasia, ogni saluto, ogni vicinanza venga interpretata come violenza, perversione, narcisistico love bombing prima del tradimento e l’abbandono. Così diventa inaccettabile che un padre separato possa avere contatti con i figli minori, possa ospitare sua figlia a casa sua, possa rivendicare pari dignità con la madre. Del padre l’unica cosa che serve è lo stipendio. Come diventa legittimo, anzi figo, che una studentessa si paghi gli studi facendo la sugar baby, o vendendo le foto delle sue nudità su internet o cercare sulle chat il coglione di turno che pagherà cena e dopo cena. Il nichilismo di queste canzoni ha fatto breccia, se gli uomini non sanno amare che almeno paghino l’amore recitato sul sedile ribaltato di un’automobile. Tutto è compiuto, il grande pregiudizio antimaschile ha messo radici profonde, ora tutto è possibile: un uomo comanda due sicari di sfigurare una donna e si prende vent’anni di galera, una donna e il suo famiglio devasta la vita di un uomo e la mandano ai servizi sociali, o al massimo si prende 5 anni. Un tavolo di economisti è fatto di soli uomini (o quasi) ed è scandalo, si invocano le quote rosa; l’86% delle ultime assunzioni a scuola è fatto di donne ma va bene così, niente quote azzurre. Oltre vent’anni di Ministero delle Pari Opportunità hanno visto solo donne, tutte le politiche di genere sono state sempre a vantaggio delle donne. Chi se ne frega? Tanto i maschi non reagiscono, il veleno ha fatto effetto, vedono ma non possono reagire, una droga ha spezzato i collegamenti tra la testa e il corpo.

Intanto però con gli scandali sessuali cade Strauss-Kahn senza colpa, passa i guai Berlusconi ancora oggi chiamato pedofilo per essersi intrattenuto con una ragazza a cui mancavano alcuni mesi ai 18 anni ma che ben sapeva quello che faceva e ne era orgogliosa, si rende ridicolo Bill Clinton costretto a chiedere perdono piangendo in televisione per la famosa scena di Monica Lewinsky  sotto la scrivania; due carabinieri non sanno comprendere che chi tace non acconsente e si beccano 5 anni di galera e 60.000 euro di risarcimenti vari; il feroce Weinsten con 23 anni di galera, alla sua età, si becca praticamente l’ergastolo come un omicida. Come difendersi in questa guerra? Al centro di due fronti armati fino ai denti, da una parte la matriarca, le sue mani sul patrimonio, le sue grida bestiali contro la libertà degli uomini, dall’altra schiere di seduttrici pronte a tutto per i favori di un uomo potente salvo poi rifarsi la verginità denunciandolo dopo vent’anni per molestie… Come invertire la tendenza? Come liberarsi di questa rete invisibile eppure di acciaio che costringe alla vita inautentica l’uomo occidentale? Che lo tiene sotto pressione, lo ricatta, lo sfrutta, lo rovina? Qualcuno deve fare il viaggio agli inferi, tra le colpe, i dolori e le sconfitte degli uomini per giungere infine ai Campi Elisi al cospetto di chi gli svelerà il senso dell’esistenza. Nella profondità dell’anima c’è Dio, diceva Agostino di Ippona, e ci sono anche gli anticorpi per i virus delle parole che confondono invece di chiarire, questa oggi è la funzione dell’intellettuale, diffondere anticorpi, dare la caccia alle parole killer che generano rabbia o depressione, attingere all’immenso serbatoio della storia per trovare una cura ai mali di questo tempo. Serve un movimento di liberazione maschile, a partire dalla liberazione dell’insulto della parola, dalla falsità delle narrazioni, dall’astrattezza del giudizio per ripristinare la realtà del vissuto esistenziale dell’essere umano.


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