1522 e centri antiviolenza ai tempi del Covid-19

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LA FIONDA

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di Gino Gello – Qualcuno avrà notato quanto profondamente stia incidendo l’epidemia di Covid-19 sulla comprensione della dimensione di tanti aspetti della vita sociale precedente. Un esempio: sembra che le navi zeppe di migranti non naufraghino più in mare. Improvvisamente le imbarcazioni sono diventate solidissime oppure qualcuno ha rinunciato a partire per le nostre coste fingendosi vittima di naufragio? Ma non è la sola grande menzogna che la piaga del virus sta scoperchiando. Che fine ha fatto l’incombente pena infernale per chiunque mettesse in discussione i tanto osannati vincoli di bilancio e la spending review? Sentite e ricordate come ci si imbrodolava, fino a poco tempo fa, con quello che oggi sembra un assurdo, preistorico, ridicolo, formalismo burocratico appartenente all’era A.C. (avanti coronavirus), e che si trova ancora tra un intasamento e l’altro della rete: “Le metodologie, elaborate a partire dagli Indicatori della banca-dati “OpenCivitas” per i Comuni delle Regioni a statuto ordinario, “costituiscono uno strumento di ausilio nella gestione delle risorse pubbliche locali”, per favorire una “nuova cultura” in cui la revisione della spesa non rappresenti “mera adesione a uno schema standardizzato di formalismo comportamentale burocratico imposto dall’esterno” ma l’effetto di “relazioni dialogiche all’interno dell’Ente e di un fattivo confronto tra l’Organo politico e la struttura amministrativa sulle scelte operate……etc.etc.

Roba che accappona la pelle e appare nel frangente attuale un insulto a quella dignità della sopravvivenza umana che un microscopico minuscolo insignificante virus ha messo a nudo nella sua fallacia universale, al di là di ogni ipocrisia e di ogni menzogna di tutti gli strilloni mediatici del mondo. E a questo proposito, fra le tante aziende votate forse al fallimento, nel nostro bel paese sinistro-liberista e globalizzato, per colpa del flagello del coronavisus, c’è ne una che piange calde lacrime di sangue. E’ quella dell’antiviolenza di genere, ovvero l’industria che lucra sull’uomo caro estinto, meglio se padre. E’ un film dell’orrore, non per le vittime di violenza, ma per le femministe militanti.


Le amazzoni mestieranti dell’antiviolenza.


Nei centri antiviolenza i telefoni non squillano quasi più. In queste settimane di emergenza i numeri verdi sono attivi, tanto il virus non attacca via telefono, ma le donne vittime di abusi, si sostiene, costrette in casa con il proprio aguzzino, spesso faticano anche ad inviare un messaggio. Non riescono proprio. Questa è la spiegazione! E fantastica la creatività fantasiosa e l’inventiva delle professioniste del mestiere forgiate alla demenza di genere. Se quello di abusare sui casi di cronaca e mistificare i dati sulla violenza del peto maschile era un vizietto già abbastanza sbugiardato da questo blog, occorre dire che all’iconografia classica della donna pestata a pugni e calci, testa fra le mani accovacciata nell’angolo, che certamente si nasconde in ogni casa e in ogni famiglia (a milioni) che si rispetti, adesso se ne aggiunge un’altra: quella che sorvegliata a vista dal suo aguzzino non riesce a telefonare al 1522.

Ecco allora che si inventano di tutto, nel fumettismo dell’orror che tanto fa brodo mediatico: da quella che fa il numero da casa ma poi attacca subito per paura di essere scoperta, a quella che telefona da sotto la doccia per non farsi sentire, a quella che lancia uno smozzicato messaggio whatsapp come una bottiglia nell’oceano per i posteri che dovessero trovarla dopo anni e anni, a un’altra che chiama da sotto il letto da cui non si sogna di uscir fuori. Questo è quanto si evince dal racconto delle amazzoni mestieranti dell’antiviolenza ai tempi dell’#iorestoacasa. Ma la realtà vera si basa soprattutto su un dato: in questo periodo il numero delle chiamate (ma loro le chiamano “denunce” autonominandosi ufficiali di polizia giudiziaria) è calato drasticamente.


Un kamikaze estremista stalker.


Dall’otto al 15 marzo le chiamate giunte al 1522 sono diminuite del 55,1%: 496 in totale rispetto alle 1104 degli stessi giorni del 2019. Una flessione presente anche se si estende il periodo di monitoraggio: nelle prime due settimane di marzo le segnalazioni di casi sono state 101, mentre lo scorso anno, nello stesso periodo, erano state 193. Una diminuzione del 47,7%. Una conquista di civiltà? No! Macchè! Un calo disastroso della produttività che rischia di mettere fuori mercato l’azienda. Come mai allora? Una donna in pericolo di vita o sottoposta giornalmente a botte e torture si arrende al virus e non chiama più aiuto? Col boia con il ferro rovente in mano in casa, che minaccia di marchiarla come una vacca, 24 h su 24, (come se anche lui non dovesse ogni tanto allontanarsi per far pipì e pupù, come minimo, allentando la sorveglianza) nessuna grida aiuto?

Sarà che la fuga dalla violenza e forse dalla morte tra atroci tormenti diviene improvvisamente impossibile per colpa dell’autocertificazione? Si perché anche l’autocertificazione sembra sia responsabile della maggiore remora a ricorrere al CAV. ”A ridurre ulteriormente le già scarse occasioni per chiedere aiuto, c’è anche il problema dell’autocertificazione. Per la donna è un pericolo”, dice la presidente nazionale di D.i.Re., “perché deve inserire il luogo in cui sta andando e anche il motivo per cui si sta allontanando dall’abitazione. Se il documento viene trovato dal partner passa dei guai; se invece viene fermata dalle autorità deve dire che si sta recando in uno dei centri antiviolenza che ancora riceve fisicamente. Una cosa che non tutte vogliono fare. E il motivo è semplice: pensiamo a un piccolo comune, dove più o meno si conoscono tutti, il rischio è che l’agente che effettua il controllo possa essere amico o addirittura parente dell’uomo”  e (proseguiamo noi nella fantasiosa ipotesi) fare la soffiata per l’invio di un missile intelligente, o per attivare l’azione di un kamikaze estremista stalker capace di lanciarsi col giubbotto imbottito di tritolo contro le mura del CAV.


Permettere agli operatori di tali inutilissimi CAV di continuare a lavorare.


Non è mica che di fronte alla tragedia incombente sui familiari, come in guerra, anche le divergenze e le asprezze della convivenza approdano a più miti consigli, come è umano? Giammai! per lorsignore non sarà mai possibile. La violenza è violenza e finisce con la fine fisica dei milioni di violenti. Stop. Ma come dare sfogo e utilità allora al fruttifero lamento della vittimista di turno, ottenendo supporto per una denuncia penale, che non sia accompagnata dalla comprovante giudiziaria del ricovero al CAV, (prova della violenza subita, come giurisprudenza ritiene) al fine di sentenziare la fine del ruolo anche paterno dell’odiato ex? Questo è il dilemma! La domanda sorge spontanea. Che dire di una denunciante che mentre è in pericolo, convive col suo macellaio dividendo desco e talamo, solo perché c’è l’emergenza? Come si potrà affermare che “trovava il coraggio di sottrarsi alla violenza e correre alla protezione del Centro di Accoglienza tal dei tali”?

Ma la realtà è che le tante associazioni che cercano di aiutare le donne che versano nel decantato “pericolo di vita” battono la fiacca da due settimane. La colpa? Delle istituzioni! Perché un’indicazione su come affrontare l’emergenza contagio e rimanere a galla (vedi immissioni di denaro a fondo perduto per mantenere in piedi una baracca ormai pressoché vuota) non è mai arrivata, come non sono arrivati dispositivi sanitari (da togliere forse agli ospedali ed agli operatori che rischiano la salute e la vita 24 ore su 24 da circa un mese), per permettere agli operatori di tali inutilissimi CAV di continuare a lavorare.


Così riappare la scuola di “empowerment femminile”.


bonetti
Elena Bonetti

Le misure annunciate dal ministro delle Pari opportunità e la Famiglia Elena Bonetti, come lo stanziamento di risorse dedicate all’emergenza, la ripartizione dei 30 milioni di fondi ordinari che dal 2019 sono ancora fermi e l’anticipazione dei 20 milioni previsti per il 2020, non placano le preoccupazioni di Antonella Veltri, presidente di D.i.Re che raggruppa 80 CAV sul territorio nazionale, e che ancora lancia il suo grido di guerra: “se non saranno mantenute le promesse torneremo alla carica”. Anche perché, dicono, dalla chiusura delle prime province del nord Italia a oggi, i provvedimenti eccezionali adottati per contrastare la diffusione di Covid-19 e la, udite udite, mancanza di una comunicazione ufficiale da parte delle istituzioni locali e nazionali hanno portato le donne a credere che i servizi antiviolenza non fossero operativi! Come le parrucchiere ed i centri estetici. Ecco infatti giungere forte il richiamo del Ministro Bonetti: “Se subite violenza, chiedete aiuto. Non temete l’autocertificazione”.

In realtà ciò che non si può nascondere è che la maggioranza delle strutture ha chiuso le proprie sedi e sospeso ogni attività per mancanza di denuncianti, in altre faccende affaccendate, e meno propense a quisquilie di genere. Poiché però l’erba cattiva non muore mai, sono state attivate per loro modalità di colloquio telefonico o via Skype. Ora, la vediamo la vittima di incombente violenza maschile, la cui incolumità fisica è in serio pericolo, mentre dietro di lei il boia affila l’ascia, porsi dinanzi al computer a lamentare via Skype le torture cui viene sottoposta? Sarebbe stato veramente divertente se anche il 1522 avesse dovuto chiudere del tutto i battenti per mancanza di clienti. Invece, caparbiamente, eccole lì, a cacciare le mosche dell’imminente primavera, pur di ripetere ossessivamente in tutti i media che “l’assistenza alle vittime di violenza è garantita”. Assistenza solo telefonica! Mentre sullo sfondo si odono le invocazioni di aiuto delle vittime, le imbonitrici sulla pubblica piazza ricorrono al mercante in fiera: “Venghino venghino lorsignore, venghino, chiamate, ed or vi preghiamo, chiamateci; spettacoli salvifici vi offriamo; la donna cannone, persino barbuta cavalcò infine l’omino penuto” (con una “n”). Così riappare la scuola di “empowerment femminile”.


Belzebù fa la spesa.


Mariangela Zanni

Lo sforzo dei singoli CAV non basta (a salvare il business), dice la Veltri, serve una campagna di comunicazione nazionale chiara e strategica (1522, o chiami tu o ti chiamiamo noi, non scappi!). Le poche donne che stanno cercando di chiamare lanciano dei messaggi frettolosi. Serve mettere realmente le donne nelle condizioni di chiedere aiuto! Facilitare facilitare la denuncia il più possibile, formalizzare nell’arco di pochi secondi. Nel caso ci ripensi! Perché se una donna chiama il servizio 1522, l’operatore la indirizza al centro del suo territorio. Un passaggio che quindi richiede qualche minuto (in cui si perde una vita) e una doppia chiamata. “Tempo prezioso”,  dice, “per chi già è costretto a nascondersi per telefonare, dato che spesso gli uomini violenti osservano ogni movimento delle compagne, spiano dal buco della serratura, controllano perfino il loro telefono”. Questo violento non si decide mai insomma. Oscilla tra il mettere la vittima al macello e lo spiare il suo telefono in cerca di chissà che. Tanto tutto fa brodo, nel sabba infernale della violenza di genere. Ma non è finita!

Il centro antiviolenza “Progetti Donna” di Padova, tra le zone più colpite dal contagio, ha creato un modo tramite cui è possibile segnalare anche l’orario più adeguato per farsi contattare dalle operatrici. Un modo per sfruttare ogni istante, anche quello più breve. “Momenti fugaci in cui solitamente il maltrattante è fuori per fare la spesa!” (attività condotta, come è noto, dagli assassini di famiglia nell’intervallo tra una botta e l’altra alla moglie) spiega Mariangela Zanni, consigliera regionale di D.i.Re. Le associazioni chiedono quindi una misura che valuti la possibilità per chi “subisce violenza” (autocertificata) di uscire da casa senza incorrere in rischi penali o di altro tipo (senza autocertificazione). Insomma, pandemia o no, che sia garantita la loro privacy. Meglio che garantire l’assistenza con l’intubazione se necessaria. Perché la poverina è in realtà una che riesce a “scappare dall’inferno” (mentre Belzebù fa la spesa), per entrare in un rifugio protetto. Perché questo ambisce quella che fa una telefona per un consiglio mentre fa pipì con l’acqua della doccia aperta. Non manca l’inventiva.


Il coronavirus fa meno vittime.


Antonella Veltri

Ecco che un CAV ricorre ad affittare delle ‘case vacanza’ su Booking. O inserendo donne e figli in un albergo, e poi in un appartamento preso in affitto da privati. Roba costosa che farà lievitare gli appetiti di Ro$a No$tra in tempi di crisi d’astinenza. Ma assicura la necessità di battere cassa. Un altro centro, a Lugo di Romagna, nel ravennate, ha preso contatti addirittura con un convento che fornisce ospitalità e pasti alle donne. “Una soluzione drastica che cozza con quelle che sono le nostre modalità di intervento e sostegno alla vittima, perché noi privilegiamo sempre il confronto con le altre donne già inserite nei programmi, con gruppi di mutuo aiuto”. Dice la presidente Veltri: “Mi sembra assurdo che debba essere un centro antiviolenza ad occuparsi di prendere case e non chi ha il compito, come il governo, di gestire tutta la questione legata al tema della violenza di genere”. Osservazioni che si commentano da sole. Insomma, da sbellicarsi dalle risate, se non fosse tutto tremendamente preso sul serio dai vertici istituzionali.

Neanche l’ottava piaga biblica potrà fermare quindi le combattenti contro la violenza di genere, ci sia o non ci sia la violenza. Ora delle due l’una. O la tanto vituperata convivenza familiare porterà ad una impennata storica dei “femminicidi” e di donne che giungeranno ai posti di polizia con tanto di occhi neri e ossa rotte o, se non vi sarà l’aumento paventato, ma anzi una diminuzione, auspicata da tutti meno che da chi dovrebbe auspicarselo per mestiere, di pestate dal marito/compagno/padre ricoverate al pronto soccorso, si dimostrerà l’arcano: che in tempi di tragedia biblica mondiale (ma il coronavirus fa meno vittime, è stato affermato dalle sedicenti protettrici di donne) gli stalker e i violenti, anziché trastullarsi con le mogli/compagne/madri usandole come dei “punching ball” (e tra le macchiette apparse sui social in tempo di segregazione in casa manca solo questa), offrono fiorellini alle donne. E la grande “bufala” della violenza dilagante dell’uomo geneticamente, irrinunciabilmente, stalker incapace di rinunciare alla sua preda, mascherata come la polvere sotto un tappeto a cui ora si fa prendere finalmente aria, verrà fuori.


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