Parla da femminista, ma non parlare a nome mio

persone_blasidi Anna Poli – Sinceramente di femministe che parlano a nome di tutte le donne ne ho un po’ piene le tasche. Il caso Brizzi, per come si è risolto, non poteva che scatenare maremoti di umoralità e piagnistei e, si sa, quando ci sarebbe solo da tacere, qualcuno che non vede l’ora di dire la sua viziatissima opinione si trova sempre. Il 31 luglio è uscita su Letteradonna, il “forum delle donne attive”, un’intervista alla scrittrice Giulia Blasi, lanciatrice l’anno scorso (se non ve lo ricordate, non doletevene) dell’hashtag #quellavoltache, diventato poi un libro che narra di episodi di molestie quotidiane subite (neanche a dirlo) da donne.

Non ho la benché minima intenzione di parlare a nome di tutte le donne, viceversa ho la precisa intenzione di parlare direttamente a te, Giulia. Nella tua intervista ti dici sconcertata riguardo il caso Brizzi poiché la sua archiviazione crea (parole tue) “un precedente pericoloso. Così si dice a una vittima di molestie che nessuno le crederà”. No, invece, non si dice assolutamente questo e sarebbe importante che un personaggio pubblico che nei suoi libri si rivolge al mondo degli (ma soprattutto delle) adolescenti lo riconoscesse. Si dice a una donna vittima presunta di molestie che, nel caso specifico, non è affatto vittima. Si dice che le si è creduto eccome, si è indagato e si è dichiarato il fatto da lei denunciato non sussistente. Si dice a una presunta vittima di molestie che le si crederà solo se quello che dice è vero e non che è vero a prescindere solo perché lei è donna e perché il fatto che racconta è un brutto fattaccio. Se è una balla o una verità rivista o un cambio di idea in differita fa senz’altro meglio a tacere e ad astenersi dal demolire la reputazione di qualcuno.

persone_brizziIl caso Brizzi crea, in effetti, un pericoloso precedente. Questo chiacchierato caso ancora una volta ci palesa come sia facile mettere un uomo alla gogna, processarlo in termini mediatici su pubblica piazza, turbarne la quiete privata che difficilmente ora potrà tornare ad essere la stessa, il tutto senza neanche aver accertato i fatti. E’ una vicenda che scopre le carte di un gioco sporco e contro il quale io femmina (mai femminista!) mi schiero. Un gioco di terminologie strumentalizzate che conclamano la vittima solo se è donna. Conseguenza della violenza di genere, d’altronde, non poteva che essere la vittima di genere. Se la vittima è uomo, per lui non sono previste tutele.

Nella tua intervista, poi, dici che “molte delle persone che hanno aderito alle campagne anti-molestie non si erano mai rese conto di quanto avevano subito fino a quando non avevano sentito altre donne parlarne”. Occhio, Giulia, che il fenomeno della massa come amplificatore emotivo è stato largamente studiato e sono abbastanza sicura che se ti chiedessi di riconoscerlo tra gli uomini che urlano sugli spalti di uno stadio non faticheresti ad individuarne la matrice villana e sgarbata. Di certo non mi proporresti la prassi spersonalizzante che il gruppo sistematicamente reca con sé come garanzia di veridicità di un fatto, anzi sarebbe proprio quella la variabile per cui mi diresti (presumo io) di imporre maggior cura e attenzione nel discernere qualcosa di realmente accaduto da qualcosa di inventato sulla base della suggestione e dell’affinità di clan.

#donna_manifestanteQuindi quando dici che quello che è successo è una “sconfitta per il femminismo poiché il messaggio che passa è che non si andrà mai a processo perché non è successo niente”, in realtà vuoi dire che non si andrà mai a processo SE non è successo niente. Esattamente come è giusto che sia. E se l’applicazione della giustizia è una sconfitta per il femminismo, di certo è una vittoria per il buon senso, per la cultura e per me, che non appartengo al tuo “noi”. Sul tuo sito personale, alla voce “Chi sono”, dichiari che fra le cose che ti irritano di più al mondo c’è la gente che dice “noi” per indicare una squadra di calcio (sono parole tue queste). Condivido ma ti invito a fare caso a quanto tu ti contraddica poi nei fatti. Tra le cose che irritano me, per esempio, c’è la gente che dice “noi” per indicare una categoria in cui sono dentro anch’io. Nella fattispecie tu. Parla da femminista, se non puoi farne a meno, ma non parlare a nome delle donne.

Il femminismo è una malattia dilagante della nostra società, l’ennesimo -ismo che vorrebbe totalizzare le teste con la forza dell’arroganza e dello scherno. La femminista parla per verità che non si discutono, come ogni assolutista che si rispetti. Dice, non chiede. Utilizza la disperazione e il piagnisteo per travestire da drammi i suoi argomenti, poi, pervasa dal riso sarcastico, sfotte. L’uomo o è un coglione, perculato e deriso, utile solo quando ci sono barattoli da aprire, oppure è un mostro, un molestatore potenziale dal quale guardarsi. E nel dubbio, sempre meglio querelare. Tu dici che “noi dobbiamo iniziare a mettere sotto accusa i molestatori, a svelarli. Perché sono loro il problema, non noi”. E invece siamo noi eccome. E con noi intendo solo quelle che la pensano come te, quelle che spacciano questa visione tossica e inquinata come la realtà del pericoloso contesto che ci circonda.

varie_tacereDunque, chiarisci bene quando ti esprimi: non parlare a nome mio. A me gli uomini piacciono, io li stimo. Mi indigno di fronte alla demonizzazione gratuita e assurda che i media contribuiscono ad alimentare nei confronti di un’intera categoria. Detesto i molestatori, ma per davvero, non per comodo. I molestatori che contrappongono un noi a un loro così da sembrare meno carnefici solo perché si professano vittime. Quando parli da femminista a nome delle donne ricordati di tenere presente che esistono donne a cui il femminismo fa schifo. E quando dici “abbiamo un governo con 6 donne su 39. A raccontare il mondo sono gli uomini” ricordati di dire anche che le donne che vorresti al governo sono quelle che la pensano come te. Perché se una di quelle donne al governo fossi io sono certa che non ne gioiresti affatto.


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22 commenti

  1. Lascio questa versione alternativa di un paragrafo del tuo post:
    “Il maschilismo è una malattia dilagante della nostra società, l’ennesimo -ismo che vorrebbe totalizzare le teste con la forza dell’arroganza e dello scherno. Il maschilista parla per verità e stereotipi che non si discutono, come ogni assolutista che si rispetti. Spiega (mansplaining), non chiede. Utilizza l’insulto e il “black humor” perchè non sa argomentare, poi, pervaso dal riso sarcastico, sfotte. La donna o è una tr**a, perculata e derisa, utile solo quando c’è bisogno di svuotare le palle, oppure è una santa, l’incubatrice dei suoi figli. E nel dubbio, sempre meglio malmenare.”

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  2. Articolo scritto da una donna, che, se non fosse stato per il femminismo su cui getta letame, sarebbe in casa, a pulire pavimenti, fare 30 figli e morire di parto al 31°.

    Almeno sii coerente. Ti fa schifo il femminismo? allora cosa scrivi a fare? cosa ti definisci giornalista a fare? torna in cucina, senza scrivere, senza pensare, a fare figli e a lavare i pavimenti. che quello è il ruolo tradizionale della donna che gli uomini hanno stabilito per te.
    La scrittura, lasciala ai maschi. Il pensiero anche. il lavoro, idem.
    Tu non sei proprietaria di niente, come non lo erano le donne prima del Novecento. Anzi, se andavi a lavorare in qualche industria, nel periodo ottocentesco, il tuo magro stipendio veniva intascato comunque dal marito. e dovevi chiedere a lui il permesso per fare tutto

    Tanto tu non sei femminista, per cui non devi avere alcuna istruzione, non devi scrivere, non devi pensare, servi solo come serva del marito e per fare figli.

    Che schifo,le donne che sputano sui diritti delle donne. Perché non ti converti all’islam, eh? Non c’è femminismo, nell’islam, e infatti non c’è parità dei sessi. religione che fa per te, tanto tu non sei femminista…

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    1. Carissima Stella, prima che dai contenuti è da questa modalità arrogante e intimidatoria che categoricamente mi dissocio. La via dell’urlare per avere non mi appartiene né per indole né per educazione. Mi piace parlare a voce bassa perché tratto di argomenti importanti. Tuttavia, come tu giustamente ricordi, una volta le cose erano ben diverse rispetto ad oggi. Dici cose vere, dunque prenderò il tuo commento come un suggerimento per fare qualcosa che, in effetti, non ho ancora avuto l’accortezza di fare. Colgo l’occasione per ringraziare gli uomini. Nel mio articolo ho detto che vi stimo ma non ho spiegato perché. Vi stiamo e vi ringrazio per aver saputo cambiarvi in meglio culturalmente e socialmente. Poiché è anche per la vostra capacità di resilienza e il vostro ridiscutervi strutturale che oggi alcune donne e molti figli possono constatare l’avanzamento di ruoli, una volta meno comuni, come il compagno collaborativo e presente e il papà che inventa giochi e cambia i pannolini.
      Stella, ti ringrazio per il tuo intervento e mi dispiace che tu sia così arrabbiata. La mia speranza è che questo nuovo estremismo cui hai scelto di appartenere (iniziato come una rivendicazione di diritti e sfociato nella isterica pretesa di privilegi senza meriti) possa trovare un giorno la via della cooperazione e della mediazione abbandonando finalmente quella della prepotenza e dell’insulto.

      Anna Poli

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  3. A ha ha ha ..Verissimo ! E un fenomeno emotivo di massa ” !! Un mio parere personale….sono donne assolutamente insoddisfatte dalla loro vita lavorativa, sociale , privata e incapaci a migliorarla, quindi l’ unico mezzo che hanno è gridare in massa !! Tutti insieme perchè da sole non valgono. Solo che non devono parlare a nome Mio !! A nome delle donne che la pensano diversamente, per fortuna non siamo tutte uguali !

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  4. Due commenti rapidi e veloci.

    Primo : “Femmina mai femminista” è uno slogan perfetto, dovrebbe venire diffuso viralmente.

    Secondo : Il femminismo fa proprio quello di cui l’articolo parla, e che è stato ampiamente condannato quando avveniva da parte degli uomini : dire alle donne cosa devono fare, come devono vestire, e come devono ragionare.
    Il femminismo non ha nulla a che vedere con la libertà e l’emancipazione femminile. E’ un movimento recessivo e conservatore (e propagandato da una sinistra che si spaccia per progressista, ironia della sorte) che vede le donne come pedoni da controllare in un gioco di potere per pochi. Anzi poche.

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  5. Io questa me la sposo (metaforicamente, sono già felicemente accasato).
    Sono arciconvinto che la stragrande maggioranza delle donne sia più intelligente delle poche femministe strepitanti.

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    1. Sei un po’ troppo ottimista, perché la stragrande maggioranza delle donne, in Italia come altrove, non si dissocia minimamente dagli estremismi femministi…

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      1. Non e’ vero, alla stragrande maggioranza semplicemente non gliene puo’ fregare di meno e cerca di vivere serenamente col resto del mondo uomini inclusi. Non si puo’ essere sempre in guerra con tutto.

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  6. Sottoscrivo in pieno. Aggiungo che la Giulia Blasi appartiene a quelle che pretenderebbero di zittire le voci delle donne di buon senso che la pensano come te e me accusandoci di mancanza di solidarieta’ femminile e asserendo che le peggiori nemiche delle donne sono le donne.

    No Giulia, le peggiori nemiche dell’umanita’ (composta da donne E uomini in pari misura) sono quelle che come te ragionano con la vagina anziche’ con il cervello e mi guardo bene dall’essere solidale con chi e’ reo di un crimine schifoso come la calunnia perche’ ne diverrei complice. La mia solidarieta’ va alle uniche donne veramente violentate nell’animo da questa vicenda: la moglie e la figlia di Brizzi.

    Nella vicenda di Fausto Brizzi l’autorita’ giudiziaria ha dimostrato dopo indagini serie (tra cui l’analisi dei messaggi sui cellulari che Le Iene si erano scordate di menzionare) che qualche sciacquetta ha infamato un uomo per un minuto di ribalta e spero che dopo aver pagato il loro conto torneranno all’eterno oblio come giusto contrappasso.

    Direte “come e’ possibile che in 15 abbiano raccontato la stessa storia?” E’ possibile eccome. In USA le controindagini degli avvocati di un ragazzino di 16 anni hanno dimostrato messaggi su facebook alla mano che le 13 ragazzine che lo accusavano di stupro si erano messe d’accordo per emulare il film “John Tucker must die”. Non ho problemi a credere in una regia soprattutto quando le storie sono troppo simili e, come ha dimostrato la magistratura, inventate.

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    1. Perchè Iris, secondo te le accuse a Weinstein non sono state orchestrate da qualche regia ? Possibile che eventi accaduti a persone diverse in periodi lontani tra di loro siano tutti scaturiti a denuncia nello stesso ristretto periodo di tempo ?

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      1. E’ assai probabile che anche nel caso Weinstein la prima non soddisfatta della merce di scambio ottenuta che ha gridato allo stupro (e che guarda caso, come per Brizzi, dopo lo “stupro” mandava messaggi d’amore, per anni, al presunto aguzzino) abbia innescato la reazione a catena delle altre fallite in cerca di rilancio.

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