Anche Joe Biden nel tritacarne del #MeToo. E ben gli sta.

Sen. Joe Biden

di Alessio Deluca – Joe Biden è il 77enne senatore americano in predicato di diventare il competitor di Donald Trump alle prossime imminenti elezioni presidenziali USA. Dopo vari pasticci nelle convention del suo Partito Democratico, è riuscito a prevalere su numerosi altri candidati ed era già pronto a iniziare la sua sfida contro l’attuale amministrazione, se non fosse che una buccia di banana si è improvvisamente materializzata sotto il suo piede. Una bella accusa di violenza sessuale. Negli USA ci vanno a nozze con queste cose, si sa, ma ci sono diversi precedenti, tutti ricadenti sotto l’hashtag #MeToo, e con illustri personaggi coinvolti, quindi la questione prende dimensioni, soprattutto mediatiche, molto significative.

I fatti: una sua ex collaboratrice al Senato, Tara Reade, lo accusa di aver tenuto comportamenti invasivi (carezze sul collo, palpate sulle spalle) durante il suo incarico nello staff, fino ad arrivare alla violenza vera e propria. Secondo il resoconto della donna, Biden l’avrebbe bloccata contro un muro facendole scivolare le mani sotto la gonna e toccandole i genitali. Un fatto grave, una vera e propria aggressione sessuale, insomma. Di cui la Reade si ricorda proprio adesso, vicino alle elezioni presidenziali e a nomination ormai ottenuta da Biden, ma soprattutto dopo la bellezza di 27 anni. La Reade infatti lavorò per Biden dal dicembre 1992 all’agosto 1993. Quando si dice: i risvegli tardivi…


E’ il copione del #MeToo.


Tara Read (nel 1993)

Il candidato democratico ha atteso a lungo prima di rispondere alle accuse, con ciò attirandosi le critiche da ogni parte. Il suo silenzio prolungato ha dato l’impressione dell’imbarazzo se non della colpa. Di recente però Biden ha affrontato in TV la situazione, negando recisamente di aver mai assalito la Reade e anzi sfidandola a tirar fuori tutti i documenti ufficiali dove si dimostri che già ai tempi lei avesse depositato un reclamo per la sua condotta. Quel reclamo, in effetti, insieme a qualche fragile testimonianza di qualche amico, è l’unica pezza d’appoggio su cui la Reade al momento fa affidamento per sostenere la propria accusa. Altre donne in passato avevano accusato il senatore democratico di condotte scorrette, va detto. Ma mai di violenza. E nessuna di loro, pur avendo conosciuto la Reade, ha confermato di averla mai sentita parlare di aggressioni o violenze.


La questione sta facendo il suo corso negli USA. Ci sono discrete possibilità che le accuse della Reade si trasformino in un processo, che inevitabilmente stroncherebbe le velleità presidenziali di Joe Biden. Insomma saremmo alle solite: la voce di una donna, che si alza ad accusare un uomo dopo una montagna di anni per condotte non comprovabili, arriva a interferire con equilibri di potere e con il ruolo di uomini investiti di potere e responsabilità, oltre che dotati di molta ricchezza. E’ il copione del #MeToo, che ancora nella terra dei cowboy detiene un qualche potere, con l’immancabile complicità dei media di massa. Tuttavia la vicenda ha anche un altro aspetto non irrilevante dal nostro punto di vista, e che ha a che fare con la coerenza.


Biden fa furbescamente scivolare il suo standard.


Brett Kavanaugh

Joe Biden fu uno dei più strenui accusatori di Brett Kavanaugh, il giudice di area repubblicana accusato nel 2018 da Christine Ford di aver tentato di violentarla ai tempi dell’università. Kavanaugh venne prosciolto e riuscì così a diventare ciò che è oggi, ovvero un giudice della Corte Suprema USA, ma il caso tenne banco per settimane nei media (anche italiani), come uno dei maggiori apici del #MeToo. Biden in allora era in prima fila a sostenere: “believe women”, bisogna credere alle donne. Sono tantissime le sue dichiarazioni in cui dice che poco importa della mancanza di prove o delle incoerenze nel resoconto della Ford: Kavanaugh era colpevole punto e basta. Perché una donna non ha motivo di fare accuse del genere, se non sono vere.

Questo era, e in verità è sempre stato, il suo standard: pienamente conforme al dettato femminista suprematista, a dispetto dei principi dello Stato di Diritto e del giusto processo. Come accade a tutti i cicisbei femministi, però, la musica cambia quando finiscono nel tritacarne. Nelle sue recenti interviste a propria difesa, Biden fa furbescamente scivolare il suo standard su posizioni garantiste: “occorre verificare che i fatti siano veri”, dichiara, aggiungendo con non poca faccia tosta: “l’ho sempre sostenuto”. Oggi dunque la sua versione è che believe women significhi che le donne vanno sempre “ascoltate”. Non più “credute”, ma ascoltate. E che a far testo sono le carte e le prove, altrimenti sono chiacchiere. Sa bene che dopo 27 anni i fatti non si possono più dimostrare, e probabilmente guarda con invidia alla legge italiana che dà il ragionevole tempo di sei mesi per presentare denuncia per stupro (ed è già troppo… come dimostri l’avvenuto stupro dopo tanto tempo?).


Una bella lezione per tutti i femministi come lui.


Improvvisamente, insomma, trovandosi sulla graticola, le posizioni del democratico iperfemminista Joe Biden si avvicinano lentamente ma con decisione a quelle ben più ragionevoli e rigorose di Donna Rotunno, l’avvocato di Harvey Weinstein. Già questo segnala una grave incorenza, un atteggiamento politico tipicamente radical, cioè ipocrita, pronto a sfruttare politicamente le lamentele di lobby sedicenti rappresentanti di minoranze oppresse, salvo poi tirarsi indietro quando si finisce sotto accusa. Ma c’è di più, ed è l’atteggiamento generale dei suoi compagni di partito e di tutto il circo mediatico che vi ruota attorno. Oltre a lui stesso, infatti, sono diventate garantiste anche molte donne del suo partito, dalla bella (unica cosa che si può dire di lei) Alexandra Ocasio Cortez a nientemeno che Nancy Pelosi la quale, tolte le bende della mummificazione, ha messo pubblicamente la mano sul fuoco per l’amico senatore.

I media vanno a ruota: negli USA come in tutto il resto del mondo, Italia compresa, Biden viene trattato coi guanti, con un garantismo peloso mai visto in precedenza. Soprattutto non visto nel caso di Brett Kavanaugh o in quelli che hanno coinvolto quell’orribile mostro che va sotto il nome di Donald Trump, per non parlare appunto di Weinstein. Per loro le pagine dei media avevano già deciso tutto: accusa, sentenza e condanna. In quel caso sì, believe women, a prescindere. Con Biden curiosamente no. Peccato che il fronte anti-liberal, negli USA come altrove, è ormai forte e attento e già circolano satire feroci di questo doppio standard nella trattazione politica e mediatica del caso. Resta per noi la profonda indignazione che la carriera di un politico possa venire azzoppata, magari stroncata, da chiacchiere prive di prove, solo perché pronunciate da una donna. Ma non possiamo non nascondere un intimo e potente godimento nel vedere il cicisbeo Joe Biden sulla graticola. In ogni caso è una bella lezione per tutti i femministi come lui.


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