Casapound, Facebook e la libertà di espressione

Casapound, Facebook e la libertà di espressione

Settimana scorsa ho apertamente esultato quando ho saputo che il Tribunale Civile di Roma aveva obbligato Facebook a riaprire le pagine di CasaPound e dei suoi amministratori, oscurate dal social network il 9 settembre scorso. Motivo dell’oscuramento: “Le persone e le organizzazioni che diffondono odio o attaccano gli altri sulla base di chi sono non trovano posto su Facebook e Instagram”. I giudici di Roma hanno ritenuto che questa regola di policy interna confliggesse con tutta una serie di norme cogenti dell’ordinamento italiano, a partire dall’Art.21 della Costituzione. E vivaddio la Costituzione è superiore al regolamento interno di un’azienda privata.

Per un giorno è infuriato il dibattito sui social tra chi riteneva sacrosanta la sentenza e chi si strappava i capelli prefigurando una deriva fascistoide della magistratura. Per parte mia, mi sono beccato qualche critica di qualche follower, timoroso che la mia esultanza derivasse da un mio posizionamento in qualche modo destrorso. Ho avuto il mio daffare a convincerlo che avrei esultato ugualmente se anche la sentenza avesse riguardato le Brigate Rosse, o un movimento neo-stalinista o anarco-insurrezionalista o ispirato a Pol-Pot. Ovvero che la mia esultanza derivava dall’affermazione di un valore pre-politico, pre-ideologico, pre-partitico: la libertà.


Io non ho paura della libertà altrui.


John Stuart Mill
John Stuart Mill

Si tratta di un valore che, fin dall’epoca dei lumi, è entrata in competizione, quando non in conflitto, con un’altro caposaldo della modernità: l’uguaglianza. I due principi, è ormai noto, sono inconciliabili. Non si può avere contemporaneamente il cento per cento dell’uno e dell’altro insieme. L’equilibrio sociale è dato dalla tensione tra i due elementi. La democrazia dovrebbe essere, del tutto in teoria, un sistema per governare quella tensione, rendendola profittevole per il maggior numero di persone possibile, spostando l’indicatore verso l’una o verso l’altra a seconda delle situazioni e vigilando affinché l’una non soverchi l’altra. Resta il fatto, al di là delle teorie e dei grandi sistemi, che se mi si mettesse una pistola alla tempia e mi si chiedesse di scegliere tra le due, non avrei dubbi nell’optare per la libertà.

E lo farei essenzialmente perché, imparata la lezione di John Stuart Mill, io non ho paura della libertà altrui. Anzi, credo che essa sia indispensabile per la mia libertà, ma anche per il rafforzamento delle mie idee. Mi spiace che non sia consentito a gruppi neonazisti, xenofobi, antisemiti, fondamentalisti islamici, pedofili, antropofagi, e via elencando nelle mostruosità più o meno esiliate dal discorso pubblico, di avere i loro siti, blog, profili social, canali d’espressione. Trovo che sia un sopruso che ai loro contenuti e argomenti non venga consentito l’accesso a una diffusione libera e legittima. Mi spiace perché la loro presenza mi obbligherebbe a studiare ciò che sostengono e a elaborare ragioni, concepire argomenti e reperire prove a sostegno del mio orrore verso di loro. Mi obbligherebbero insomma a usare l’intelligenza.

Un libero dibattito impostato su queste linee non consentirebbe, è ovvio, di convertire chi è convinto di questa o quella mostruosità, se non in piccola parte. Ma oblitererebbe senza difficoltà ogni loro possibile espansione, ne neutralizzerebbe il proselitismo. Perché non c’è da girarci troppo attorno: il bene è il bene, il male è il male; la verità è verità, la menzogna è menzogna; i fatti sono i fatti, le falsità sono le falsità. E solo mettendo le cose a confronto si rende tutto riconoscibile. Se a una delle parti si impedisce l’accesso all’espressione delle proprie idee, oltre a conferirle il fascino della trasgressività, si mette in atto una orribile censura che impedisce quel confronto indispensabile per riconoscere chi è vicino al bene e chi no. Tutto diventa un noioso monologo di autoaffermazione e autocertificazione.

Così, nel mio mondo ideale io dico all’antisemita o allo xenofobo: “avanti, vieni qua e parla”. Nel mio mondo ideale lo ascolto con estrema attenzione e, al momento della replica, dopo essermi documentato e aver studiato a fondo, lo faccio a pezzi, dati, fatti, argomenti e logica alla mano. Il tutto in pubblico, affinché il confronto sia sotto gli occhi e sotto il giudizio di tutti. A queste condizioni, la libertà di espressione è uno strumento di straordinaria evoluzione sociale e civile. Molto più di quanto non sia la trasformazione del confronto dialogico in un monologo, con la soppressione della controparte. Ma… c’è un ma in questo schema. Anzi più di uno. Il primo riguarda proprio quel pubblico che dovrebbe assistere alla libera disfida tra sostenitori di idee opposte.


Oggi si può parlare di emoziocrazia o panciocrazia.


Il pubblico deve essere preparato e strutturato per riconoscere e comprendere ciò che avviene nel libero dibattito. Deve avere intelligenza a sufficienza per non finire ammaliato dalla retorica, restando ancorato ai dati di fatto e alla logica. Perché il sistema funzioni serve un’audience curiosa e coraggiosa, attiva e non pigra. Ed è esattamente ciò che manca, a monte. Decenni di televisione hanno anestetizzato l’opinione pubblica, ora finita in coma profondo, forse irreversibile, grazie al web e ai social. Così facendo venir meno una delle pre-condizioni della libertà, in particolare quella di espressione: la presenza di un uditorio attento, consapevole, intelligente. Oggi quell’audience è composta di individui sradicati, diventati oggetti di marketing emotivo. Persone a cui un sistema poderoso ha tagliato l’alimentazione del cervello, messo sotto controllo quella del cuore e potenziato quella dell’intestino crasso. La situazione ideale per poter espellere impunemente chiunque dal dibattito pubblico.

Le precondizioni sono importanti, in tutto. Anche per quella democrazia che dovrebbe presiedere all’esercizio della libertà, specie quella di espressione. Nel momento in cui il regime democratico si attua in un contesto dove l’informazione non c’è, e quando c’è è inquinata e mistificata, allora la democrazia non c’è più, c’è qualcos’altro cui si deve ancora dare il nome. Forse oggi si può parlare di emotivocrazia o panciocrazia: media, politica, economia si basano essenzialmente sulle emozioni delle persone, sulla loro “pancia”, adattandosi a movimenti intestinali in parte predeterminati e calcolati. La democrazia, per come è oggi, è di fatto un virus intestinale che ha infettato il ventre profondo della società, privandola dei prerequisiti necessari per godere dei vantaggi della democrazia e per compensarne gli svantaggi. Questo rende oggi “democrazia”, la regolatrice di libertà e uguaglianza, una parola vuota.


Così nascono le policy dei social network.


Karl Popper
Karl Popper

In queste condizioni accade che si formuli un nuovo tipo di libertà: una libertà condizionata. Che vanta alla sua base anche qualche elaborazione filosofica “di peso”, debitamente sbandierata nel momento in cui ci si manifesta sostenitori del condizionamento delle libertà altrui e del soffocamento della libertà d’opinione. Il riferimento è al famoso “paradosso della tolleranza” formulato da Karl Popper nel 1945, secondo cui l’intolleranza nei confronti dell’intolleranza stessa è la condizione per la preservare la natura tollerante di una società aperta. In pratica: non tollerare gli intolleranti, odiare gli odiatori ed escluderli dal discorso pubblico, è l’unico modo per avere una società tollerante.

Così nascono le policy dei social network che chiudono a loro piacimento profili e pagine con cui sarebbe invece doveroso per ognuno confrontarsi, per mostrare l’eventuale insostenibilità delle loro idee e rendersi così più forti delle proprie. Così nascono i movimenti che si dicono tolleranti mentre mettono in atto la più feroce intolleranza verso coloro che non gli sconfinferano. Così si cerca, massima ironia, di dare attuazione a quello che lo stesso Popper ha definito un “paradosso”, ossia un concetto contrario alla realtà. Perché, e lo stesso Popper lo sapeva bene, c’è un rischio molto grande connesso al suo paradosso: chi decide e come ciò che è intollerante a sufficienza da dover ricevere intolleranza e ostracismo di rimando? Non è irrilevante: la risposta a questa domanda è lo spartiacque verso quella censura fascista la cui osservazione aveva ispirato a Popper il suo paradosso.


Un’idea dovrebbe avere sempre diritto di essere espressa.


Dunque chi decide oggi chi e cosa è troppo intollerante per consentirgli l’accesso al dibattito pubblico? Bret Easton Ellis nel suo ultimo libro “Bianco” la definisce corporation, e in qualche misura è azzeccato. Non essendoci regole definite per stabilire chi ha la facoltà di dividere i buoni dai cattivi, nella zona grigia si incuneano gli interessi organizzati (economici, politici, di corporazione o di altro tipo). Il nuovo modo di comunicare con le masse, ossia il sensazionalismo di pancia e il web con i suoi social network, fanno il resto. Oggi un’idea o una persona o un gruppo di persone possono finire al di qua o al di là della linea di demarcazione arbitraria che divide buoni e cattivi con un semplice post, click, tweet. Il tutto senza che gli sia stata data nemmeno la più piccola possibilità di esprimersi davvero.

Eppure le regole sono sempre state diverse, dovrebbero essere diverse. Nel momento in cui non genera danni concreti verso nessuno, un’idea dovrebbe avere sempre diritto di essere espressa. Non consentirglielo è fascista. I giudici di Roma, rifacendosi a una Costituzione, la nostra, nata dall’antifascismo, hanno voluto ricordarlo a Facebook e a tutti i volponi con fiocchi di neve al seguito che preferiscono rimuovere di forza una controparte invece che confrontarcisi apertamente, per potersi così autonominare e autocertificare dalla parte del bene (e chi non si allinea è automaticamente parte del Male), il tutto sotto la copertura di un paradosso filosofico della cui inattuabilità era certo anche l’ideatore.


Un metodo di confronto pubblico basato su una conventio ad excludendum del tutto arbitraria.


Nello scontro tra la legge vecchio stampo e lo strumento di business e comunicazione contemporaneo, ha prevalso il primo e io ne sono stato felice. Io che su temi specifici ho per lungo tempo concepito e costruito una mia strada verso una possibile verità, che però non mi è mai stato consentito di confrontare con chi ne concepisce una molto diversa, ho gioito per la condanna di chi si fa portavoce di un metodo di confronto pubblico basato su una conventio ad excludendum del tutto arbitraria, messa in opera attraverso la stigmatizzazione e l’etichettatura criminalizzante. Nel riammettere su Facebook un movimento di estrema destra, i giudici hanno sublimato il significato di una Costituzione scritta da chi ha avuto il fegato di confrontarsi (e battere) il fascismo, appetto di una generazione di smidollati che vogliono vedere l’avversario rimosso di forza da un’autorità più alta, per essere sollevati dalla paura connessa a un confronto. O, più spesso, per timore di venire sbugiardati e scoperti nei propri giochi sporchi, condotti non di rado sulla pelle altrui.

Bravi i giudici di Roma, dunque. Bentornati nell’arena pubblica a CasaPound e ai loro amministratori, con l’augurio che possiate trovare pane per i vostri denti, quando vi farete portavoce di qualcosa di sbagliato e dannoso. L’unico modo perché questo accada, è che sempre più persone rifiutino con forza ogni atto di censura ed esigano di decidere loro, dopo un libero dibattito, da che parte stia la logica e dove la follia. Senza essere più distratti da gattini, sogliole o acchiappaclick. E soprattutto senza delegare a un grande padre (o Grande Fratello) il dovere di rimuovere o contenere le eventuali idee definite “sbagliate” a priori o per pregiudizio presenti sul tavolo. Sarà solo quando l’opinione pubblica tornerà a giocare un siffatto ruolo attivo che tematiche come quelle di questo blog potranno finalmente trovare patria, dignità, ascolto e soprattutto quel confronto che negli anni gli è stato fascistamente e mafiosamente interdetto.

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