Chi parla male, pensa male. Analisi linguistica della follia

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LA FIONDA

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di Giorgio Russo – “Chi parla male, pensa male”. Così insegnano nei corsi di psicologia o filosofia. Ed è la prima cosa che abbiamo pensato quando abbiamo letto gli interventi che un amico del blog ha screensciottato e ci ha inviato. Siamo su Facebook, in particolare sul profilo di un noto esponente maschile del femminismo italiano. Un personaggio che si è distinto nel tempo per un particolare zelo nell’attaccare qualunque ipotesi di riforma della disciplina delle separazioni e affidi, appiattendosi abbastanza servilmente alla versione delle abusologhe da strapazzo e femministe assortite. Quelle devote al CISMAI e per cui la Carta di Noto è roba per pedofili, per intenderci.

La conversazione, in tutte le sue articolazioni, è davvero meritevole di essere letta e analizzata. Non per il suo contenuto. Quello che dice questo genere di persone non è mai significativo. Senza contare che sfidiamo chiunque a capire di cosa stiano parlando. Al di là delle strisciate nere che abbiamo messo sugli screenshot, per non dare ulteriore visibilità a questi soggetti, e che non facilitano la lettura, il primo pensiero che sorge nel leggere il loro dibattito è: ma di che diavolo stanno parlando? Cosa diavolo stanno dicendo?


L’uscita scatena l’ira di Dio.


Per quanto siamo riusciti a decifrare, sembrerebbe che il gestore del profilo, il personaggio maschile di cui si è detto all’inizio, se ne esca con un post un po’ più sveglio del solito, nel senso di piuttosto critico verso gli schemi di lettura del femminismo suprematista delle counselor e abusologhe assortite. La sua critica si estende anche a un caposaldo attuale: la nota vicenda di Laura Massaro. L’uscita scatena l’ira di Dio di critiche e distinguo. Un intrico di concetti avvitati su se stessi, in un gergo che solo chi fa parte della setta è in grado di decifrare. Quello che si intuisce, alla fine della discussione, è che una delle virago, forse dopo essersi vestita in latex ed essersi armata di scudiscio, intima al personaggio di cancellare tutto. Questa che segue è la sequenza in questione. Le sottolineature in rosso sono nostre, e hanno un senso che spiegheremo dopo.


Pensavamo che determinate espressioni fossero solo artifizi retorici.


Noi, siamo sinceri, pensavamo che determinate espressioni fossero solo artifizi retorici che gli appartenenti a questa setta usavano nella comunicazione pubblica, allo scopo di affascinare o irretire qualcuno da tirare dentro come sostenitore o claque. Invece, cosa che lascia esterrefatti, parlano proprio così, anche tra di loro. Essendo oscuro infatti il significato di ciò che dicono, a causa del loro parlare in codice, non resta che soffermarsi sul significante, cioè sulle formule e sulle parole che usano anche dibattendo al loro interno. Non è un elemento di scarsa importanza: dimostra che le loro formule non sono soltanto strumenti di marketing, come si credeva, ma il sintomo di una fede vera, radicata, autentica. E questo aggiunge un lato spaventoso a quello grottesco.

Perché, sì, questa gente si esprime davvero usando termini come “mansplaining”. Oppure espressioni tipo: “il patriarcato è un maschio”, o “il patriarcato è un’istituzione maschile da cui trae vantaggio il genere maschile”, o “le ancelle del patriarcato” per indicare le donne che non aderiscono al loro fanatismo e “fascio-patriarchi” gli uomini che… hum, probabilmente con quella formula si intendono tutti gli uomini indistintamente.


I padri violenti o pedofili.


E l’aggiunta di “fascio” ha un senso: la loro lotta per le donne è politicamente orientata. Questo è forse l’unico elemento già noto, ma vederlo chiarito nei termini seguenti lascia sbigottiti: “Meloni ti sembra un uomo? Le varie assistenti sociali che vittimizzano le donne ti sembrano uomini? Le stesse CTU pasiste che vittimizzano ti sembrano uomini? Le leghiste che invitano a stuprare altre donne? E le parenti degli stupratori che insultano le vittime?”. Ma dove vivono queste qua? Pare la descrizione di un mondo di fantasia. Ma soprattutto è chiaro che per costoro ci sono donne e donne. Le leghiste, la Meloni e quelle di destra in generale lo sono meno di altre, quindi sono da tutelare di meno. Bel concetto di difesa dell’interesse femminile…

Non può mancare l’esperta in legge, l’avvocata che dice la sua. Ossia che il 15% delle separazioni è conflittuale, che in quei casi è lei a trasformare le sue assistite “in tigri”. Anzi, dice con orgoglio: “vengono EMANCIPATE da tutti, avvocato in primis”. Facile così sospettare che si tratti probabilmente di uno di quegli avvocati che in fase di separazione presentano di default false denunce penali contro l’ex marito. Ma non per tattica, magari! Sarebbe sintomo di acume e astuzia. No, se lo fa è probabilmente perché ci crede davvero. Dall’alto della sua esperienza sentenzia infatti, parlando dei minorenni: “…per salvarli da padri violenti o pedofili: il famoso 15%”. Tutte le separazioni conflittuali per lei hanno dunque alle spalle quel tipo di uomini, sempre, comunque e a prescindere.


“Chi parla male, pensa male”.


L’unica parte appena chiara del dibattito è dove una utente si lascia scappare un’ironia tagliente: “tipo quelle dei cav?”, commenta, in riferimento al post iniziale, dove l’autore alludeva al fatto che molte donne traggano vantaggi dal “patriarcato”. Una battuta coraggiosa, quella che fa riferimento ai centri antiviolenza. Coraggiosa perché assolutamente vera. Non a caso l’autrice viene subito richiamata all’ordine: “alcune… Sennò ti si scatena contro la guerra mondiale… Alcune, non tutte…”. Un avvertimento più che un commento. Dentro la setta le punizioni per chi critica la cassaforte dei centri antiviolenza devono essere davvero aspre. Eppure l’utente non demorde e risponde manco fosse una lettrice assidua di questo blog: “quindi le statistiche per maggioranza valgono solo quando fa comodo?”, seguito da due faccette che si scompisciano.

Al di là di questo sprazzo di buon senso, che probabilmente varrà all’autrice una crocifissione in sala mensa con conseguente damnatio memoriae, ha senso tornare al concetto iniziale: “chi parla male, pensa male”. È sufficiente ridare una scorsa alla conversazione per rendersi conto di quanto questo detto sia assolutamente veritiero. E il vero problema non è tanto che esistano siffatte malpensanti e malparlanti. Il vero problema è che costoro hanno sul loro cellulare i numeri di telefono e le email di parlamentari, giornalisti e dirigenti pubblici aperti ad accogliere le loro segnalazioni, i piagnistei e le loro richieste come se si trattasse di persone normali. Quando in realtà, pare chiaro da cosa scrivono e soprattutto da come lo scrivono, si tratta di pericoli pubblici la cui esistenza dovrebbe allarmare molto più del “coronavirus” cinese.


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