E Pablo Trincia titilla l’audience femmina

Tutti sappiamo chi è Pablo Trincia. Insieme ad Alessia Rafanelli è autore della bellissima e terribile inchiesta “Veleno”, sui fatti dei diavoli della Bassa Modenese. La Bibbiano prima di Bibbiano, con la comparsa già allora di Hansel e Gretel, CISMAI e compagnia brutta. Ma soprattutto col filo rosso dei falsi abusi a danno di minori il più delle volte denunciati a carico dei padri (ma non solo). Una lunga scia di colpevolizzazioni e criminalizzazioni forzate della famiglia e soprattutto dell’uomo-padre, facilitate da uno stream culturale secondo cui l’uomo è colpevole di ogni nefandezza, da sempre, dai primitivi a oggi.

E’ la fuffa del “patriarcato” a facilitare queste chiavi di lettura criminalizzanti e Trincia, pur non denunciandolo apertamente in “Veleno” (un deficit evidente della sua pur formidabile inchiesta), dovrebbe saperlo bene. Eppure su Facebook si lancia in un inspiegabile endorsement per uno dei tanti libri improntati al “women empowerment”, quelle porcherie che rileggono miti, leggende, favole o produzioni letterarie del passato, eliminando il maschile, quando non criminalizzandolo, e girando tutto al femminile. Con esiti spesso esilaranti, ma il più delle volte velenosi per la cultura diffusa. Trincia ne recensisce uno (di cui naturalmente non svelerò il titolo per non fargli ulteriore pubblicità) con grande entusiasmo. Queste le sue osservazioni (e a seguire il commento che gli ho lasciato):

trincia

[Il mio commento] Invece io non solo dico “non leggetelo”, ma anche non compratelo, non recensitelo, non parlatene. E lo dico senza averlo letto. Pregiudizio? No, osservazione critica e ampia della realtà. Di libri così sono rigonfie le librerie, gli editori non pubblicano altro. Si tratta di operazioni di mercato atte a sfruttare un filone al momento molto redditizio, quello del cosiddetto “empowerment delle donne”, e che nulla ha a che fare con la letteratura, l’arte o altro. E’ un’operazione che sta a metà tra moda e propaganda, e se il primo aspetto è tutto sommato innocuo (al massimo fastidioso), il secondo è un vero e proprio veleno sotto molti aspetti.

E’ un veleno letterario, perché la maniacale tendenza a dare “letture femminili o femministe” di produzioni letterarie precedenti altro non è che una violenza a ciò che di grandioso è stato scritto nel passato. Sto facendo una ricerca in merito, di cui a breve pubblicherò gli esiti. Ad oggi esistono riletture “al femminile” di testi come la Bibbia, opere di Dante, Shakespeare, Omero, e altri capisaldi del genere. Vengono riscritte le più famose favole per bambini, è stato stuprato anche “Il Piccolo Principe” e non si contano le opere liriche stravolte (Carmen, Don Giovanni e altre). Il cinema ormai è perso, da questo punto di vista.


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L’ultimo “libro” che mi è capitato sott’occhio, ad esempio, è un libercolo di Michela Murgia & Co. dove il mito di Ulisse viene “riscritto al femminile” e il prode e geniale condottiero viene sostituito da sua moglie Penelope, che si imbarca come cuoca sulla Open Arms. Non serve essere dei letterati di chiara fama per capire che si tratta di porcherie assolute, veri e propri soprusi, banalizzazioni e violenze alla grande letteratura, che nulla aggiungono e tutto tolgono al valore di testi universali. Potrebbero avere un minimo valore se fossero saggi, ricerche storiche con tanto di fonti e prove, ma il più delle volte sono opere di fantasia, come quello che qui tu citi, Pablo Trincia. Ed è un’astuzia perché con il pretesto dell’affabulazione (e senza obbligo di citare ampie fonti storiche) introducono nella cultura generale una chiave di lettura storiografica senza portarne prove concrete, lasciando che il punto di vista venga sostenuto da meri aspetti emozionali. E la tua recensione qui sopra lo dimostra: la storia fatta con la pancia invece che con la mente.


Si tratta di porcherie assolute.


La violenza letteraria è già grave di per sé, ma c’è di peggio. Con queste operazioni si mette in atto, in modo nemmeno troppo nascosto, un’operazione di “revanche”. Il concetto è: le donne sono state oppresse per secoli da una cultura patriarcale, ben dimostrata dalla produzione letteraria. “Ora ci riprendiamo ciò che è nostro e diamo di tutto una lettura al femminile”, si dice. Qui sta la propaganda, qui sta il veleno. Perché non c’è mai stato alcun dominio patriarcale, alcuna oppressione sistematica, e questo lo si vede bene semplicemente studiando in modo approfondito sia la storia sia le produzioni letterarie elaborate nella storia.

Tuttavia libri del genere alimentano il mito dell’oppressione femminile e della connessa violenza insita nella natura maschile, e della necessità oggi di avere una sorta di “compensazione” (o vendetta?). Con ciò si alimenta una situazione dove i privilegi per il mondo femminile sono sempre di più e sempre più vergognosi, dove i libri che raccontino storie in cui NON ci sia una donna maltrattata che vince la sua sfida con la vita, ma magari sia un uomo a fare quel percorso, semplicemente NON vengono pubblicati.


Qui sta la propaganda, qui sta il veleno.


Ma soprattutto, e questa è cosa che dovrebbe suonarti familiare, Pablo Trincia, si alimenta una cultura dove diventa facile, ovvio e scontato accusare e incarcerare un uomo-padre di abusi, anche senza prove e in modo del tutto falso, per poter portare via i minori dalle famiglie e farci sopra tanto bel business. Dietro a pratiche del genere o a falsificazioni tipo Foti-CISMAI c’è una cultura alimentata anche da testi come quello.

Mi stupisce molto questo tuo “endorsement”, insomma. Capisco che avere l’adesione e l’approvazione dell’audience femminile sembra cruciale per consolidare la propria fama (e fa piacere comunque e a prescindere). Ma ci tenevo a farti sapere che questo tuo indulgere nella ricerca di quel consenso contribuisce al sistematico avvelenamento dei pozzi della convivenza culturale e civile che il femminismo contemporaneo porta avanti da un pezzo. Ecco perché questo libro, come tutti gli altri simili, NON va né comprato, né letto, né recensito.


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