False accuse: la lettera (rifiutata dai media) di una lettrice

Ricevo e pubblico volentieri una lettera inviatami da una lettrice del blog. Il testo che segue è stato da lei mandato, durante la bufera relativa alle dichiarazioni di Umberto La Morgia, ad alcuni noti quotidiani nazionali, che naturalmente si sono guardati bene dal pubblicarla.

Mario[Da messaggio privato] – Relativamente alla polemica scaturita intorno ad un post del consigliere comunale di Casalecchio di Reno Umberto La Morgia, che citava una presunta incidenza del 90% di false accuse nell’ambito di querele sporte da donne nei confronti di uomini accusati a vario titoli di violenza sessuale, stalking, maltrattamenti ecc., vorrei fare presente che un’incidenza dell’80% di false accuse di violenza nei confronti del partner maschile nel contesto di separazioni giudiziali è un dato riportato da magistrati (donne) nelle audizioni al Senato della Repubblica Italiana. Un dato peraltro identico a quanto rilevato dalla Polizia di Rostock, Germania, relativo alle denunce per stupro e molestie nel loro distretto.

Per quanto ogni volta chiunque osi cercare di portare avanti una discussione sensata su questo fenomeno venga aggredito verbalmente e a volte anche fisicamente dagli oltranzisti e negazionisti di turno, le nostre cronache locali sono piene di casi di false accuse. [Questo blog è impegnato a raccoglierne una chiara evidenza nella pagina giustamente chiamata “la punta dell’iceberg“. Confido che quegli esempi siano sufficienti per gli scettici. Come si vede, fanno riferimento a diverse testate di ogni orientamento, compresa Repubblica, anche se per lo più confinati alle pagine locali. N.d.R.].


Non sono rari i casi di calunniati che si tolgono la vita.


Jay Cheshire con sua madre

Questo vuol dire che tutte le accuse di violenza sporte in particolare dalle donne siano false? Assolutamente no. Vuole però dire che ogni qual volta vi sia una denuncia, di qualsiasi tipo e indipendentemente dal sesso di chi la sporge, è stato commesso un reato: quello contestato o quello di calunnia. Da cittadina mi aspetto che l’autorità giudiziaria indaghi affinché emerga la verità perché dietro un’accusa c’è sempre un dramma e dietro una falsa accusa ci sono vittime, i calunniati, la cui vita viene devastata insieme a quella dei familiari, spesso con tragiche conseguenze.

Non sono rari i casi di calunniati che si tolgono la vita anche dopo l’assoluzione, per quanto sono stati sconvolti dalla vicenda. Tra le centinaia di casi che ho studiato è particolarmente drammatico il caso di Jay Cheshire, UK, un ragazzino di 17 anni contro cui fu sporta accusa di stupro da parte di una compagna di scuola, poi ritirata dopo un paio di settimane, per cui lui si professò sempre innocente. Nonostante l’archiviazione Jay rimase talmente sconvolto dalla vicenda che si impiccò a un albero del giardino dietro casa un paio di settimane dopo. L’anno successivo, il giorno onomastico del suicidio di Jay, si tolse la vita sua madre, appendendosi allo stesso ramo.


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jemma beale
Jemma Beale

Perseguire chi calunnia, specialmente su reati di comprensibile allarme sociale come la violenza sessuale, è importante perché stanti gli scarsissimi deterrenti reali (la sfido a trovarmi una sola donna in Italia che si sia fatta anche solo un giorno di domiciliari per aver ingiustamente accusato di stupro un uomo), diverse calunniatrici diventano delle seriali. Il record ad oggi è di una cittadina inglese, Jemma Beale, che, favorita dalla legislazione locale (salvo diversa decisione del giudice la legge in UK protegge con l’anonimato chi sporge denuncia per violenza sessuale, ma non chi viene accusato, seppur ingiustamente) arrivò a denunciare ingiustamente per stupro ben 15 uomini, tra cui un povero Pakistano che si fece 3 anni di prigione per le sue menzogne. Il caso di Jemma Beale è anche quello che ad oggi detiene il record registrato a livello mondiale di pena per una calunnia di questo tipo (10 anni), ma se ci pensa parliamo di meno di 8 mesi a calunniato e, mi si creda, è più l’eccezione che la regola.

Ognuno di quei 15 uomini, e parliamo solo di quelli ingiustamente accusati di stupro dalla Beale,  aveva una famiglia, composta anche da donne: madri, sorelle, compagne, figlie. Come si pensa abbiano vissuto un’odissea giudiziaria come quella legata a una calunnia così orrenda? Moltiplichi questo dato per tutte le assoluzioni con formula piena (informazione su cui in Italia vige una certa “difficoltà” ad avere numeri certi da parte dei nostri Ministeri, in particolare quello della Giustizia) e avrà un’idea della vastità del fenomeno. Se poi vale il principio che anche solo una donna violentata è di troppo, credo che lo stesso possa dirsi di un uomo distrutto da una calunnia di questo tipo insieme alla sua famiglia. Per tacere dell’ingiustizia fatta a migliaia di vere vittime i cui casi, in un sistema che non dispone di risorse infinite, vengono subordinati a correre dietro a chimere, intasando le procure che, parola degli addetti ai lavori, non riescono a distinguere i casi urgenti da quelli non urgenti se non falsi.


Di false accuse in Italia si parla troppo poco e senza reale cognizione di causa.


Rispetto alle polemiche di questi giorni, mi si consenta di esternare il mio sconforto e disgusto di fronte alla faciloneria e superficialità di gente che, senza uno straccio di laurea, per tacere di competenza specifica in materia, da una parte e dall’altra dello schieramento politico parla a suon di slogan di temi che non conosce nel dettaglio, speculando politicamente sulla pelle della gente, vere vittime di violenza o calunniati che siano. Nessuno nega la gravità del fenomeno della violenza, di cui sono vittime entrambi i sessi (vedasi il caso della pedofila di Prato che ebbe un figlio dall’allievo 13enne, attualmente a processo), ma esistono anche le false accuse e in Italia rispetto all’estero se ne parla troppo poco e senza reale cognizione di causa.

Da cittadina è una situazione che mi spaventa perché le prossime vittime di calunnia potrebbero essere mio marito o mio padre o io stessa. In un clima di questo tipo nessuno di noi è al sicuro, uomo o donna che sia. Concludo citando le parole di Cathy Young dal suo articolo «Crying rape» (“Gridare allo stupro”) pubblicato sulla rivista statunitense Slate il 18/9/2014: “cercare giustizia per le vittime femminili dovrebbe renderci più, non meno sensibili alla giustizia per gli uomini accusati ingiustamente. In termini pratici, questo vuol dire trovare modi per mostrare sostegno alle vittime senza mettere sullo stesso piano accusa e colpa e riconoscere che quelli accusati ingiustamente sono anche loro delle vere vittime. Per metterla giù in modo semplice, dobbiamo smetterla con la presunzione di colpevolezza”. Ringraziando per l’attenzione, porgo cordiali saluti.


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