Il metodo sovietico di Gribaudo (PD) contro il paygap

chiara gribaudoChiara Gribaudo, deputata del Partito Democratico, ha di recente depositato una proposta di legge alla Camera volta a risolvere il problema del divario salariale tra uomini e donne in Italia. Un problema significativo, dicono alcune. Altre si spingono oltre: “è il più grande furto della storia”, tuona Laura Boldrini. “Per ogni euro guadagnato da un uomo, una donna guadagna 84 centesimi. Sono tremila euro in meno l’anno, due mesi di lavoro gratis. Lo dicono le Nazioni Unite”, rincara. Ed è una presa di posizione trasversale tra sinistra e destra. Renata Polverini (FI) infatti chiosa denunciando il “forte arretramento del ruolo della donna nella società”.

I dati sembrano confermare l’emergenza. L’occupazione femminile è al 49%, rispetto a quella maschile che arriva al 67%. Nel confronto, desunto dai dati dell’ONU, le donne guadagnerebbero talvolta fino a un quinto in meno dei colleghi maschi, “a parità di mansioni”, specifica il Sole 24 Ore commentando la proposta di Gribaudo. Le donne che hanno avuto figli, poi, arrivano a guadagnare un 12% in meno rispetto a quelle che non hanno procreato. Insomma una situazione sbilanciata e ingiusta che, al di là dei toni propagandistici delle sostenitrici della proposta, meriterebbe di essere risolta.


“E’ il più grande furto della storia”.


Ecco allora che la proposta Gribaudo giunge ad aggiustare le cose. E lo farebbe in quattro mosse. La prima è estendere l’obbligo per tutte le aziende pubbliche e private, anche quelle sotto i 100 dipendenti, a presentare il rapporto biennale sulla situazione del personale maschile e femminile. Si parla di “estensione” perché quell’obbligo è già vigente per le imprese pubbliche e private sopra i 100 dipendenti (lo sapevate?). Il report contiene tutto lo scibile possibile relativo ai dipendenti dell’azienda: assunzioni, formazione, promozioni, passaggi di livello, guadagni, prepensionamenti, eccetera. Tutto quanto dovrà essere comunicato ogni due anni all’INPS, in barba alla riservatezza (quella a cui i centri antiviolenza si appellano per non comunicare i dati reali degli accessi ai loro servizi, per altro).

L’INPS a sua volta, e questa è la seconda mossa della proposta Gribaudo, dovrà comunicare l’esito dei report ricevuti al Ministero del Lavoro, che provvederà a pubblicare sul proprio sito i nomi delle aziende che hanno presentato il rapporto e quelle che no. I buoni da una parte e i cattivi dall’altra, con tutta la gogna mediatica che ne potrebbe conseguire per questi ultimi, e il relativo danno d’immagine ed economico per le aziende inadempienti. Come nei regimi sovietici, massimo disprezzo e ostracismo per chi non è “fedele alla linea”. Una spessissima e oppressiva linea rosa. Chi rimane fedele e rispetta la parità di genere, invece, otterrà un “bollino di qualità”, utile come quello sulle banane, ma che forse qualche azienda utilizzerà cinicamente come richiamo per il genere notoriamente più propenso al consumo, quello femminile.


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La proposta Gribaudo giunge ad aggiustare le cose.


La terza mossa è già più concreta: chi non presenta il report o il cui report non sia conforme con i dettami della “parità” verrà multato. Già funziona così per le aziende sopra i 100 dipendenti e se la proposta Gribaudo diventerà legge, varrà anche per quelle più piccole. In aggiunta potranno venire sospesi i benefici contributivi eventualmente concessi all’azienda e se il report inviato dovesse contenere inesattezze o dichiarazioni mendaci, il titolare verrà incriminato per falso ideologico, rischiando con ciò la reclusione fino a due anni. Quarta e ultima mossa: il potenziamento (più soldi e più potere) alla “Consigliera di Parità”, che ogni due anni farà la spia in Parlamento su quali sono le imprese fedeli alla linea e quelle “deviazioniste”.

Siamo al delirio, è evidente (non a caso Valeria Fedeli sta sostenendo la proposta a gran voce). Si affronta in modo discriminatorio un problema imposto fin dal principio in modo mistificato. Il divario salariale è già stato infatti ampiamente dimostrato come inesistente (parafrasando Boldrini: è la più grande balla della storia), un’idea fallace che esiste non nella misura in cui i datori di lavoro discriminano tra lavoratori uomini e donne, ma nella misura in cui l’impiego di un individuo è frutto di un ampio spettro di scelte individuali spesso risalenti ai tempi della formazione, e nella misura in cui lo Stato ancora adotta una disciplina del mercato del lavoro obsoleta e discriminante. Esempio tipico: il congedo di “maternità”, cinque mesi per le donne, cinque giorni per gli uomini. Un sistema che rafforza il contrasto (inaccettabile) tra maternità e professione.


Siamo davanti al delirio, è evidente.


Falso è anche il dato ONU che, come sanno anche i sassi, è la media di tutte le retribuzioni maschili comparata alla media di tutte le retribuzioni femminili, senza tener conto di inquadramento, anzianità e altri parametri significativi. Comparando due lavoratori, un uomo e una donna, con uguale inquadramento, mansioni, anzianità, ore lavorate e altro, il divario salariale è impercettibile o inesistente. Se non lo è, l’impresa è nell’illegalità e come tale va perseguita, come stabiliscono i CCNL e le leggi annesse. Chiaro, di imprenditori che fanno gli infami o ci provano ce ne sono, ma lo fanno a prescindere dal sesso del lavoratore, ed è compito dello Stato rendergli la vita difficile, controllarli e sanzionarli severamente.

Insomma, la proposta Gribaudo è la solita inutile porcheria vagamente bolscevica. Una delle tante partorite dal progressismo velenoso contemporaneo, attento più alla raccolta dei consensi che non alla realtà dei fatti. E che nel legiferare affronta una discriminazione che non c’è finendo per essere lui stesso discriminatorio. Il messaggio sotteso al confronto salariale tra le donne che hanno avuto figli e quelle che non hanno procreato, ad esempio, è qualcosa di infame. Il sotto-testo è: se volete essere pari agli uomini e guadagnare tanti soldi, non fate figli. La lotta all’odiata maternità, uno dei capisaldi del femminismo…


Falso è anche il dato ONU.


Ma c’è di più: esistono, e non sono poche, le donne che liberamente, convintamente e gioiosamente scelgono di non lavorare per dedicarsi a ruoli di cura familiari. O a cui sta benissimo avere un lavoro modesto che gli consenta di curare la propria sfera personale o domestica. Di queste che ne facciamo? Pensiamo mai a una legge per costoro, onorevolessa Gribaudo, o si tratta forse di donne di serie B? In effetti sì, sussiste una profonda discriminazione di principio. Non sei donna se fai figli e non fai carriera (sottinteso: come un uomo). Tutele per te non ce ne sono, restano riservate a chi produce per poi consumare. In quest’ottica la proposta Gribaudo non è solo superficiale e stupida, ma un vero e proprio insulto violento contro una parte non irrilevante di donne.

Fermo restando che si tratta di una proposta soprattutto inutile. Non c’è nulla infatti che ne giustifichi la ratio. La prova? Se fosse vero che è legalmente possibile pagare meno una donna di un uomo, a parità di mansioni, le aziende assumerebbero soprattutto donne. Se così fosse, non si giustificherebbe il dato dell’inferiore occupazione femminile rispetto a quella maschile. Delle due l’una: o gli imprenditori italiani sono tutti degli imbecilli che non colgono l’opportunità per avere forza lavoro femminile meno costosa di quella maschile, oppure i dati usati come presupposto sono talmente in contraddizione da rendere il presupposto stesso e ciò che ne consegue del tutto falso. Indovini un po’, onorevole Gribaudo, quale delle due è vera?


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