La censura boomerang alla RAI e a Genova

censuraSu questo blog parlo sovente di censura e di come gli impedimenti al libero dibattito e al confronto di idee contribuiscano ad avvelenare il clima sociale molto più degli espliciti “discorsi d’odio” di cui si parla tanto. Quando si pensa alla censura, poi, istintivamente vengono in mente immagini di oscuri burocrati intenti a tracciare righe nere su nomi, parole o frasi o ad apporre timbri ostativi su ciò che il sistema ritiene sgradito. Era così in passato, oggi no. Ieri ho provato a descrivere come il meccanismo, in Italia e in tutto il mondo occidentale, si imperni piuttosto sui social, il web, i mass media e gli aspetti reputazionali degli individui, minando i quali si ottiene di tacitare le opinioni controcorrente quando non di distruggere chi se ne fa portatore. Non si bruciano più le sedi dei giornali, come negli anni ’20 e ’30 del secolo scorso, insomma: oggi la censura ha preso la consistenza e la pericolosità di un gas venefico.

Si tratta di un’interdizione alla circolazione di opinioni eterogenee che colpisce tanti ambiti, ovviamente. Ma qui interessa in particolare la censura sulle “questioni di genere”, ossia gli squilibri nelle relazioni uomo-donna, il doppio standard nella trattazione dei fenomeni devianti e così via. Mentre su altri temi (e penso all’immigrazione, alle politiche economiche ed altro) il sarin della censura raramente mostra effetti collaterali verso chi lo utilizza, nel campo d’interesse di queste pagine la questione spesso sfugge di mano. È probabilmente perché la menzogna che si cerca di tenere in piedi è troppo grande e grossolana, o forse perché chi fa scattare le ganasce della mordacchia è troppo sicuro di sé, sta di fatto che gli “effetti boomerang” sono molti e tendono a moltiplicarsi.


Sciarelli & Co. avevano raccontato la mezza messa.


federica sciarelli
Federica Sciarelli

Ci sono due esempi piuttosto recenti. Il primo riguarda uno dei capisaldi della narrazione femminocentrica e vittimistica che viene imposta all’opinione pubblica, la trasmissione “Chi l’ha visto?”, condotto da Federica Sciarelli. Di recente, nel raccontare la vicenda di una donna apparentemente scomparsa, Claudia Stabile, la redazione è stata beccata a omettere dettagli importanti. In una puntata della seguitissima trasmissione infatti si è alluso che la scomparsa della donna fosse responsabilità del marito, Piero Bono, subito massacrato sul web e sui social. La croce su cui inchiodare l’uomo era già pronta, in testa ad essa era già stato affisso il cartello “femminicida”, con annessa santificazione della “ennesima vittima”. Claudia Stabile però si fa viva con una lettera inviata al suo avvocato. Nel programma di Federica Sciarelli il resoconto della missiva suggerisce l’immagine di una donna straziata da una vita matrimoniale che, a causa ovviamente del marito, le andava stretta.

Piero Bono un patriarca oppressivo, dopo essere stato un “femminicida” per una settimana? Questa è stata l’immediata sentenza dei “pari” su tutti i canali social e web. Se non che nella trasmissione successiva Piero Bono viene interpellato e messo a confronto con l’ex moglie. L’uomo svela che “Chi l’ha visto?” ha omesso (ossia censurato) parte del contenuto della lettera della donna. Proprio quella che svelava i veri termini della questione. Claudia Stabile era stata una donna sleale verso figli e marito, nonostante gli sforzi di quest’ultimo di far andare le cose per il verso giusto, ed è sotto processo per sottrazione di minore. Perché ovviamente ha anche allontanato la prole dal legittimo padre. Che in trasmissione racconta la verità e sbotta: “come si può affidare una famiglia a una donna del genere?”. Già, non si può. Ma non si può nemmeno dire. Per questo Sciarelli & Co. avevano raccontato la mezza messa, nascondendosi dietro l’alibi della protezione dei figli della coppia. Penoso. E parte dell’audience se n’è resa conto, rovesciando sulla trasmissione accuse di parzialità. Accuse che però, pur rappresentando una macchia, lasceranno la giornalista al proprio posto e non intaccheranno l’audience di “Chi l’ha visto?”, mentre la shitstorm subita Piero Bono a suon di “mostro” e “orco” rimarranno in rete ancora molto a lungo.


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Al di là di queste conseguenze, strettamente connesse al pregiudizio per cui non importa se la vittima (della censura e della calunnia in questo caso) è un uomo, tuttavia l’effetto boomerang c’è stato. Uno dei tanti quando si falsifica la realtà per alimentare la grande bolla del vittimismo femminile. Che è andata incontro a un altro scivolone, stavolta a livello locale, qui dalle mie parti, a Genova. In vista del 25 novembre la città è stata tappezzata di manifesti relativi alla manifestazione “Il corpo delle donne”, nell’ambito del “Festival dell’eccellenza al femminile” (sic). Una sbrodolata cultural-teatrale funestata, giustizia divina, da Giove pluvio, che nella settimana della kermesse ha rovesciato su Genova la stessa quantità di pioggia che in un anno cade in Olanda. Anche per questo, oltre che per la scarsa attrattività dell’evento (“get woke, go broke”), la manifestazione è stato un flop clamoroso, che in parte verrà ripreso all’interno di alcuni centri commerciali (perché è noto che “woman empowerment” e shopping vanno a braccetto). Come sempre accade quando si tratta di faccende femministe, a fronte dell’insuccesso non c’è spazio per l’autocritica e bisogna trovare qualcuno a cui dare la colpa. E chi meglio della Giunta comunale di centro-destra?

In Consiglio comunale e sui media locali infatti molti della maggioranza, Lega e Fratelli d’Italia in primis, si sono mostrati critici verso la manifestazione, sia per i suoi temi sia per le modalità della comunicazione. Critiche sacrosante visto che era prevista nientemeno che la consegna di un premio a Monica Cirinnà… In ogni caso si è trattato di una libera espressione di libere opinioni critiche, politiche e non, cose che fanno parte delle regole democratiche, robe indigeribili per le “sorelle” e le loro amiche e amici come una peperonata a mezzanotte. Intuendo il flop imminente, l’astuta regista di uno degli spettacoli, dove si prevedeva la presenza in scena di un uomo nudo (oggettificare il corpo maschile si può, N.d.A.), decide di tagliare la scena stessa. Il taglio viene accompagnato dal piagnisteo d’ordinanza: il clima patriarcale, oppressivo, maschilista e fascista della città ci costringe all’autocensura. Non riflette la signora che c’è arte e arte. Pochi anni fa al Carlo Felice di Genova passò una rappresentazione della “Carmen” di Bizet dove un attore si mostrava in proscenio pisello al vento per venire poi vestito da toreador. Nessuno fiatò, a parte qualche nota di costume. Forse perché si trattava della “Carmen” di Bizet e non di un’irrilevante manifestazione femminista?


Ahi, la censura fascista a Genova! Ahi, orrore, scandalo e indignazione!


marco preve
Marco Preve

Domande scomode che non vengono fatte. Anzi, a dare manforte al piagnisteo giunge il prode e qui ben noto Marco Preve, che su Repubblica fa uscire una tiritera a metà tra la denuncia dell’oppressione e il frigno di un bimbo capriccioso. Ahi, la censura fascista a Genova! Ahi, orrore, scandalo e indignazione! Eppure proprio lui, notiziando la mobilitazione contro di me e il mio evento “Aperitivo con lo stalker”, contribuì attivamente a ottenere che mi venisse messo il bavaglio, sebbene proponessi solo una civile e pacata conversazione pubblica (che poi ho tenuto sul web), senza mostrare nudità, senza la ricerca ossessiva dello scandalo, della provocazione, della trasgressione fine a se stessa, tipica di chi non ha nulla (o tanto di sciocco) da dire. Nel mio caso è stata una censura esplicita e potente, espressa nei modi descritti ieri. Nel caso dei saltimbanchi e teatranti del “Festival dell’eccellenza al femminile” nessuno ha impedito niente. Semplicemente qualcuno ha esercitato il proprio legittimo e sacrosanto diritto di critica. Di fronte al quale qualcun altro ha montato un caso per giustificare il totale disinteresse del pubblico verso tematiche e atteggiamenti che, come già rilevato, sono distanti ere geologiche dai reali interessi delle persone, donne in primis.

Chi di censura ferisce, di censura perisce, quindi? Pare che sia così quando al centro della questione c’è la fuffa femminista in una qualunque delle sue manifestazioni, siano esse televisive o teatral-culturali. E quando si cerca furbescamente, come capitato a Genova, di utilizzare il boomerang arrivato sulla nuca per fare un po’ di vittimismo e avere una visibilità di ritorno, l’effetto è ancora più grottesco. Specie se scendono in campo guitti dell’informazione, o presunta tale, a tenere bordone, un po’ per interesse (articoli “militanti” attirano sempre click), ma soprattutto per contiguità ideologica, a uno stream che non ha problemi a censurare o indurre la censura verso chi propone tematiche contrapposte, ma che grida allo scandalo e al vilipendio se qualcuno si azzarda ad avanzare qualche critica. E che perde la bicocca quando si accorge che delle sue kermesse, festival e retrospettive non frega una cippa a nessuno.


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