La Svezia dimostra che le quote rosa danneggiano tutti

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LA FIONDA

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di Giorgio Russo – Chiunque abbia interesse per questioni come l’equità di genere e affini sa che, tra gli altri paesi, la Svezia è un laboratorio di riferimento. Si tratta di un paese che ha reso le “discriminazioni positive” e la lotta ai privilegi maschili vere e proprie politiche di governo, cogenti e impegnative ad ogni livello. Sui risultati di queste politiche si discute molto, con un occhio attento soprattutto ai percorsi di studio e, conseguentemente, lavorativi, per capire se le misure da quelle parti siano davvero eque, cioè se ottengano trattamenti e risultati paritari per uomini e donne. La discussione di merito finora è stata alimentata appoggiandosi a dati diversificati dal lato dell’affidabilità scientifica e un recente studio sembrerebbe in grado di sgombrare il campo e dare una risposta ben fondata alla domanda: il modello svedese funziona o no?

Lo studio si intitola “Differenze di sesso nel numero di pubblicazioni scientifiche e citazioni per il raggiungimento del ruolo di professore in Svezia“, autori gli studiosi Guy Madison e Pontus Fahlman, ed è stato pubblicato dalla rivista scientifica “Studies in Higher Education”, edita da Taylor & Francis. Insomma ha tutti i crismi della ricerca accademica seria e circostanziata. Con metodo rigoroso, infatti, i due autori individuano precisi criteri di analisi: il numero di pubblicazioni accademico-scientifiche, le citazioni ottenute e la rilevanza delle riviste che le hanno pubblicate. Applicano poi quei criteri a un contesto ben preciso: l’accesso che, tramite quelle pubblicazioni, uomini e donne hanno avuto al ruolo di professore universitario in Svezia, negli anni compresi tra il 2009 e il 2014.


Avranno pubblicato molti più studi e molti più citati e importanti…


Le premesse dello studio sono tre. La prima, generale, è che la qualità della ricerca accademica ha una ricaduta diretta sul progresso generale dei paesi e, infine, del mondo. Una cattiva ricerca ferma progresso ed evoluzione, danneggia tutti. Il metodo per selezionare la buona ricerca è, da sempre, quella di elaborare studi che la comunità analizza e discute promuovendone (e sviluppandone) o bocciandone gli esiti. La seconda, più connessa allo studio, è che in Svezia il numero di studentesse è molto più alto del numero di studenti. La terza è che le donne che fanno ricerca sono penalizzate da un contesto patriarcale interiorizzato (assunto inverificabile, ma comunque accettato), dunque devono lavorare più e meglio degli uomini per raggiungere posizioni d’apice, mentre gli uomini stessi sono favoriti di default, appunto “in quanto uomini”. Obiettivo dello studio è vedere se i dati confermano o smentiscono quest’ultimo teorema.

Se si accetta che la pubblicazione di più studi è segno di una capacità di contribuire alla conoscenza generale e di una volontà di sforzarsi a condividere le proprie elaborazioni, e che le citazioni ottenute sono la prova che la comunità scientifica ritiene quelle elaborazioni meritevoli di attenzione, ci si attenderà che le donne diventate professoresse nel periodo considerato abbiano pubblicato tanto quando i colleghi uomini che hanno raggiunto la stessa posizione. Anzi, essendo svantaggiate dal contesto maschilista, avranno pubblicato molti più studi e molto più citati e importanti. Numeri e grafici alla mano, invece no: in Svezia le professoresse hanno ottenuto il loro ruolo avendo alle spalle risultati inferiori rispetto ai colleghi uomini in termini quantitativi e qualitativi.


Un disastro per tutti.


Ma allora perché costoro hanno raggiunto l’ambita cattedra accademica? Perché il patriarcato e il maschilismo universitario non esiste nella realtà. Esiste solo nella “self-reported perception”, nella percezione testimoniata dalle stesse ricercatrici, che probabilmente scambiano l’alto livello competitivo degli studi accademici come una forma di discriminazione. E la loro autopercezione viene fatta pesare così tanto da condizionare la valutazione del loro lavoro di ricerca, per lo meno in alcuni ambiti. Nelle scienze sociali, ad esempio, in Svezia il 23-24% delle professoresse ha ottenuto la cattedra pur avendo pubblicazioni inferiori rispetto ai concorrenti uomini, e il 13% delle candidate ottiene voti maggiori dei candidati se gli esaminatori conoscono il sesso dei partecipanti al concorso. Un’informazione che in molti casi viene omessa, proprio per evitare discriminazioni, ma che ha l’effetto immediato di lasciare indietro un gran numero di candidate donne, guarda caso.

Ciò che appare, dunque, è che l’assunto di partenza viene smentito. Non solo non c’è alcuna discriminazione contro le donne, ma la convinzione che ci sia fa scattare una discriminazione nei confronti degli uomini. A margine, ma non troppo, con un conseguente decadimento della qualità della ricerca, con effetti che ricadono su tutti. Le cause di ciò? I due studiosi non hanno dubbi: il bias c’è, ed è antimaschile. Ad esso si risponde con discriminazioni talvolta istintive, talvolta addirittura stabilite per legge (il governo svedese ha imposto per legge un minimo del 40% di donne professoresse nelle università), con storture di cui si è parlato in passato anche su queste pagine. Questa ricerca non fa che confermare quanto nel recente passato affermato dal nostro Prof. Alessandro Strumia, che ha pagato di persona l’affermazione di una verità che ora lo studio di Madison e Fahlman certifica ulteriormente, con metodo scientifico e numeri alla mano. E la verità è che quote e parità forzata sono una discriminazione in risposta a una non-discriminazione. Un’ingiustizia che ricade subito su alcuni (uomini), quando si tratta di accademia, e che diventa alla lunga un disastro per tutti, per il conseguente decadimento della qualità della ricerca.


NO AI LOCALI GRATUITI ALLA CASA DELLA DONNA DI MILANO

(firma la petizione su change.org)

 


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