La tesi del potere sessuale femminile

evoluzioneUn mio recente articolo sull’insussistenza della tesi storico-sociale del “patriarcato”, specie se paragonata con la tradizionale lettura marxista, ha innescato un dibattito molto interessante nei commenti all’articolo stesso. Vorrei riprendere l’argomento per cercare di sviscerarlo e sottoporlo alla riflessione di tutti. Ciò che è emerso è che neppure la chiave di lettura marxista (banalizzando: la storia è un eterno confronto-scontro tra chi ha ricchezza e potere e chi non ce l’ha, a prescindere dal sesso) è del tutto efficace a rendere intelligibile in modo trasversale l’intera vicenda umana. Esiste una chiave di lettura alternativa, capace di porsi “a monte” di tutto.

Essa ribalta totalmente, in un certo senso, la visione farlocca del “patriarcato” di cui blatera il femminismo, sostenendo che tutto il percorso umano, sociale e storico derivi dalla più genuina differenza tra individui: quella sessuale. In quest’ottica, è sostanzialmente sempre stata la donna a dominare, grazie a un maggior “potere contrattuale” conferitogli dalla desiderabilità del suo sesso, per conquistare il quale gli uomini si sono adoperati fin dagli albori, in un certo senso rendendosene succubi e servi. L’uomo si costituisce così come un soggetto naturalmente portatore di una tendenza a proteggere ed elevare le donne proprio perché portatrici di un valore sessuale intrinseco mediamente molto maggiore di quello maschile. Le differenze economiche della lettura marxista, dunque, deriverebbero dalla differenza sessuale, poiché per un uomo la ricchezza garantisce status e possibilità maggiori di accoppiamento.


Esiste una chiave di lettura alternativa.


Trovo che sia un punto di vista interessantissimo, perché inserisce nel discorso due discipline importanti, di cui la lettura marxista non tiene conto: l’antropologia e, più a distanza, l’etologia. Quest’ultima va presa in considerazione perché la tesi in questione si riferisce ad aspetti autenticamente naturali. Accettando la teoria dell’evoluzione, che ci apparenta al mondo animale, se di natura dobbiamo parlare, alla natura dobbiamo dunque guardare per forza di cose. In quell’ambito a tutti gli effetti si registrano due tendenze: nella stragrande maggioranza dei casi l’accoppiamento è forzato, piacevole per il maschio, doloroso o semi-doloroso per la femmina. Oltre a ciò, in molti casi l’accoppiamento viene garantito in cambio di una contropartita: in molte specie il maschio convince la femmina ad accoppiarsi portandole doni (sovente sotto forma di cibo).

L’evoluzione ha fatto sì che, per fortuna, gli esseri umani superassero la pratica del coito forzato (fatta eccezione per alcuni criminali che ancora sono rimasti indietro su questo versante) e si preoccupassero anche del piacere femminile durante l’accoppiamento. Di contro, la pratica del dono in cambio di sesso, o per estensione la ricchezza che facilita l’attrazione femminile, pare sia rimasta in un amplissimo numero di casi. La tradizionale ricerca del “buon partito” da sposare o il fenomeno oggi detto delle “gold digger” ne sono la prova. Sotto questo profilo, la teoria del potere sessuale femminile sembrerebbe confermata.


In molte specie il maschio convince la femmina ad accoppiarsi portandole doni.


Ma se cascami di questa istintualità rimangono nella nostra personalità evoluta, va detto che essa, sotto diversi aspetti, sembra non attagliarsi del tutto alla storia umana. L’uomo preistorico ne è la prova, nel momento in cui la sua evoluzione ha operato un salto che gli antropologi considerano cruciale: l’inversione del lato del coito. Fin tanto che erano gli istinti primordiali a dominare, l’accoppiamento avveniva da tergo, esattamente come capita per tutti gli animali. In quella fase, al di là dei frequenti coiti forzati, l’impulso alla perpetuazione della specie conferiva alla femmina un “potere contrattuale” maggiore rispetto al maschio. Come nelle specie animali, i nostri antichissimi progenitori è probabile che facessero tutto il possibile per ottenere un accoppiamento, anche se non da una femmina specifica ma da qualunque femmina disponibile. Sono di quel periodo, non a caso, le note statuette votive della “Dea Madre”.

Per qualche motivo, legato probabilmente all’evoluzione comportamentale e al connesso sviluppo neurologico, i nostri progenitori a un certo punto hanno cominciato ad accoppiarsi stando di fronte. Per molti antropologi la formazione del seno femminile ha proprio la funzione di “ricordare” al maschio le natiche a cui da millenni era abituato. Erroneamente si pensa che il seno grande fornisca più latte materno, ma non è così. A produrlo è una piccola ghiandola che ha dimensioni di poco variabili da donna a donna, mentre tutto quello che sta intorno alla ghiandola è adipe, di fatto senza alcuna funzione fisiologica particolare. Se non quella, appunto, di ricordare le terga a quei sapiens che decisero di accoppiarsi guardando in volto la loro compagna, in una forma di riconoscimento reciproco e di embrione di sentimento che, davvero, ha rappresentato un salto quantico nelle relazioni sessuali, umane e nell’evoluzione.


L’uomo preistorico ne è la prova.


In quello stesso periodo il nomadismo diventava l’eccezione, soppiantato dalla sedentarizzazione. E soprattutto dall’alleanza finalizzata alla sicurezza e alla sopravvivenza. Maschi e femmine sapiens si orientarono gradualmente verso la monogamia perché più sicura, e a una divisione dei ruoli (altro salto quantico nell’evoluzione) vantaggiosa per entrambi. Vero, l’uomo usciva tra i pericoli per cacciare e conquistare cibo sapendo che più ne portava, più la femmina probabilmente gli avrebbe concesso il coito, ma già in quella fase c’era molto di più dell’istinto primordiale e animale del “dono-contro-sesso”. C’era un’alleanza. La femmina infatti non attendeva il ritorno del maschio per farsi possedere, ma contribuiva attivamente, secondo le proprie potenzialità, alla cura e al mantenimento delle condizioni che garantivano la sopravvivenza del nucleo, prole compresa.

A questa fase seguì la nascita dei villaggi, la strutturazione in clan e la diversificazione tra dominanti e dominati, con tutto quello che ne è seguito successivamente. Il tutto segnato senz’altro dall’impulso all’affermazione sociale come strumento per ottenere il maggior numero di accoppiamenti possibile, ma non solo. Ridurre la lettura storica a questo è una minimizzazione che esclude l’innegabile impulso umano (femminile e maschile) al possesso del potere per il potere o, in rari casi, per operare nell’interesse comune. La tesi della supremazia sessuale femminile scricchiola pericolosamente di fronte a figure come Giulio Cesare o Napoleone. La loro leadership sicuramente gli sarà valsa un gran numero di accoppiamenti e di piacere, maggiore di qualunque altro plebeo o citoyen, ma rimane difficile pensare che quella fosse la molla che spingeva loro e tutti i più o meno potenti e ricchi della storia a mantenere il proprio status e magari a espanderlo.


Maschi e femmine sapiens si orientarono gradualmente verso la monogamia.


Ecco dunque che sopra a tutto mi pare si stagli di nuovo il barbone di Marx e della sua chiave di lettura della storia umana. Sicuramente più efficace nel cogliere la complessità della storia, ma non alternativa a quella della potenza contrattuale femminile esercitata tramite l’attrazione sessuale. Che c’è, esiste indubbiamente, ma come un di cui di una teoria più generale dove a fare la differenza è sempre invariabilmente il possesso o non possesso del potere, specialmente se economico. Se questa teoria dà una lettura convincente delle grandi dinamiche storiche, quella della preminenza sessuale femminile è utilmente applicabile, se mai, nella lettura delle dinamiche intrasociali, in quel braccio di ferro che, dal sapiens sapiens in poi, spesso si innesca nelle relazioni uomo-donna. E che si è aggiunto alla battaglia quotidiana per sopravvivere e non farsi schiacciare dai più potenti, cercando magari di arrivare al loro status. Diciamo allora che tale teoria individua un problema in più a carico degli esseri umani, un’ulteriore complicazione di cui, esattamente come per i rapporti di forza economici, si è ancora lontani dal venire a capo.


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