La vignetta del Carrefour scatena il delirio

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Si sta scatenando il finimondo sui social e nella politica a causa della vignetta stampata su una maglietta commercializzata dalla catena francese Carrefour, questa:

maglietta carrefour

Il messaggio è palesemente umoristico, prende spunto da uno dei tanti clichè sulla vita di coppia, dove lei è una rompiscatole galattica, perché no pure una che attua violenza psicologica urlando le peggiori umiliazioni all’orecchio del compagno. Un problema rappresentato in modo buffo in centinaia di migliaia di vignette, dalla Settimana Enigmistica in giù, e quella sulla maglietta di Carrefour è solo una di più. Il problema della rompiscatole viene poi risolto buttandola fuori dal riquadro della vignetta, stile omino Lagostina (per chi se lo ricorda). Sotto al tutto la scritta “problem solved” (problema risolto).


A lanciarsi nell’isterismo più ridicolo e pericoloso sono le solite.


Essendo capaci a ridere in generale e in particolare a ridere di se stessi, la vignetta apparirebbe del tutto innocua, come di fatto è. Non meno delle tante vignette che ironizzano su difetti e caratteristiche tipicamente maschili (vedasi le famose strisce di Andy Capp, a lungo pubblicate proprio sulla Settimana Enigmistica). Invece, in quest’Italia folle e prigioniera del fanatismo femminista, diventa un’occasione per impazzire a reti unificate, chiedendo la gogna, la vergogna e il ritiro del prodotto. E a lanciarsi nell’isterismo più ridicolo e pericoloso sono le solite.

Lo schema è quello rodato: parte l’associazionismo che prospera sulla vittimizzazione femminile e i dati falsati sulla violenza sulle donne, i media rilanciano e i politici si associano. A innescare la polemica è la “Rete delle Donne”, che ordina ai giornalisti da riporto di rilanciarla. Tutti obbediscono scodinzolando, senza azzardarsi a sollevare la minima critica. Si associano subito le politicanti del suprematismo femminile, spargendo i loro stereotipi, mantra e formule magiche.


Davvero è impossibile non ridere a crepapancia.


“È gravissimo che un’azienda produca magliette che incitano al femminicidio”, tuona Valeria Fedeli, senza fare nemmeno un errore di grammatica (dev’essere proprio arrabbiata allora…). Segue l’immarcescibile Valeria Valente: “In un Paese dove ogni 72 ore una donna viene uccisa, la mercificazione di una tragedia di queste dimensioni è un fatto intollerabile”. Che c’è da dire ancora sulla fuffa delle 72 ore? Onestamente: c’è davvero qualcuno che ci crede ancora? La più comica è però Monica Cirinnà: “Se una donna parla troppo, meglio liberarsene? L’azienda sposa questo messaggio?”. Se sì, dice, straccerà la tessera del Carrefour, e davvero è impossibile non ridere a crepapancia per la minaccia.

Nessuna di costoro è pervenuta con dichiarazioni ugualmente spettinate quando “La TV delle ragazze” rappresentò gli uomini come cani perennemente in calore o quando li definì “pezzi di merda“, specie se padri. Dissero che si trattava di satira e che eravamo tutti privi di senso dell’umorismo, che dunque è una delle tante altre cose di cui il femminismo interessato si è appropriata. Dunque vale solo se è contro l’uomo, se è contro la donna no, è incitazione al “femminicidio”. Ma d’altra parte questi soggetti fanno il loro mestiere, coccolano le lobby che dovrebbero garantire loro voti e poltrone comode.


Il vero elemento critico sta nei media.


Il vero elemento critico sta nei media. Qualcuno di loro, diverso da questo umile blog, avrebbe il dovere di alzare il ditino e far notare che si tratta di ironia, che nella vignetta appaiono figure stilizzate, a conferma che si vogliono usare dei clichè, non fare apologia di reato. Invece no, ci sono testate che descrivono il fumetto come “un uomo che butta una donna da una finestra”. Dove abbiano visto la finestra lo sanno solo loro o i loro pusher. O meglio le tante cape, capette e kapò del nazifemminismo organizzato nostrano, che prima di lanciare una polemica o un’iniziativa compulsano freneticamente l’agenda dei loro fedeli cani da compagnia nelle redazioni, per poterli sguinzagliare in sincronizzata e cieca obbedienza.

Che fare di fronte a questo delirio di stupidità, pericolosissimo per la tenuta dei diritti di libertà, della democrazia e della giustizia? Mobilitarsi, che altro? Far pervenire a Carrefour ogni possibile messaggio di sostegno. Non si pieghi la catena francese a proteste prive di fondamento o fondate su dati falsi. Non si pieghi al manganello rosa. Per farglielo capire, io farò il mio. Dalle mie parti il monopolio della grande distribuzione è della Coop. Prendo impegno a fare acquisti solo in Carrefour d’ora in poi e a obbligare anche i miei cari a farlo. Ma soprattutto, come prima cosa ora esco a cercare quella maglietta, e se la trovo ne compro cinque o sei paia. Fatelo anche voi.

Edit 1: mi informano che esiste anche, prodotta dalla stessa società, una maglietta uguale ma a sessi invertiti, acquistabile online, quindi molto più facilmente e ampiamente che non in una catena di supermercati. Eccola qua:

Fedeli, Valente, Cirinnà, facciamo ritirare anche questa dal mercato o no? Protestiamo in modo vibrante anche per questa o no? Rischio la querela se dico che siete semplicemente penose e che la vostra malafede puzza schifosamente da chilometri di distanza?

Edit 2: terrorizzata dagli strilli fascisti del femminismo, la catena Carrefour annuncia il ritiro delle magliette dai loro negozi. Francesi cacasotto, senza palle, smidollati. Ma il problema non sussiste, le magliette sono disponibili online, basta cercarle. Se volete le trovate QUI. Proposta: compratele, fatevi un selfie mandatemi la foto. Al resto penso io. Che ne dite?


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