Linda Laura Sabbadini all’ISTAT: a volte ritornano

“A volte ritornano” è il titolo di un libro (e film) dell’orrore di Stephen King. E a tutti gli effetti di orrore si tratta visto che Linda Laura Sabbadini è stata reintegrata in ISTAT. E’ orrore perché a essere perseguitati non saranno, come nei romanzi di King, pacifici cittadini del Maine o ragazzini inseguiti dalle proprie paure. Con Sabbadini nuovamente all’ISTAT si avrà una strage splatter del rigore metodologico statistico e della correttezza nell’interpretazione dei dati. Vittima di quella strage sarà il mondo maschile, mentre a giovarsi dello spargimento di numeri, sommatorie e medie sarà come sempre non il mondo femminile, come si potrebbe credere, ma tutta l’ampia organizzazione che su queste pagine va sotto il nome di Ro$a No$tra. Ovvero tutto quel movimentismo che sulla lotta per i diritti delle donne e contro le presunte violenze che esse subiscono, campa riccamente di risorse pubbliche e acquisisce sempre più potere nelle istituzioni e nei media.

I motivi per cui considero una iattura assoluta il fatto che Sabbadini rimetta piede in ISTAT sono noti ai lettori di questo blog: li ho esposti in diversi articoli e in ultimo nel noto “Aperitivo con lo stalker” (anche se lì per errore la chiamo Maria Laura invece che Linda Laura, ma sempre lei è). In sintesi: si deve a Sabbadini la famosa indagine del 2014 sulla violenza contro le donne. Quella che da allora ha dettato la linea a tutta la comunicazione sul tema. Quella dei “mille milioni di donne vittime di violenza” e del “una donna su tre ha subito violenza”, per intenderci. Sulla base di quell’indagine si sono fatti e si fanno periodicamente articoli di giornale, rielaborazioni statistiche (cioè una ribollita dell’indagine stessa), manifesti, réclame, convegni e soprattutto leggi (ad esempio il “Codice Rosso”) con un obiettivo unico e specifico: criminalizzare il mondo maschile e reprimerlo ferocemente in ogni circostanza, in particolare quando assume i caratteri paterni.

Un pasticcio statistico piegato a necessità ideologiche.

Tutto questo sebbene quella del 2014 fosse una mera indagine campionaria, basata su un set di domande proposte al telefono a 22 mila donne. Un set dove predominava il tema dell’impalpabile “violenza psicologica”, resa nei quesiti con domande tipo “lui ha mai maltrattato il tuo animale domestico (se ne hai uno)?”, oppure “lui ti ha mai criticato per come ti vesti?”. La batteria di domande venne fornita da un consesso di centri antiviolenza e alle rilevazioni così raccolte venne applicata una metodologia statistica proiettiva controversa che moltiplicò gli esiti del campione in milioni di donne. A completare il tutto venne la lettura dei dati, spacciata come qualcosa di reale, quando in realtà, come si fa con le indagini campionarie, avrebbe dovuto essere comunicata per quella che è: una mera ipotesi da verificare incrociandola con dati veri. Quando lo si fa, ad esempio paragonando i milioni con le scarse migliaia di condanne di uomini per violenza, emerge tutta l’infondatezza dell’operazione. Che non a caso, se adattata e applicata al mondo maschile (come è stato fatto due volte, qui e qui), dà gli stessi risultati: milioni di uomini vittime di violenza femminile. Non solo: l’indagine del 2014 risulta talmente mal fatta, settaria, metodologicamente inaccettabile che nemmeno l’ONU se l’è sentita di citarla mai tra le sue fonti, pur acquisendo di norma qualunque porcheria femminista da qualunque paese del mondo.

Il pasticcio statistico, così vergognosamente piegato a necessità ideologiche, valse dopo poco l’allontanamento di Sabbadini dall’ISTAT, dove rivestiva il ruolo nientemeno che di dirigente centrale e direttrice del dipartimento di statistiche sociali e ambientali. Si dice che dietro ci fossero anche motivi politici, il che può essere: di certo un pateracchio come quello del 2014 non giovò all’autorevolezza dell’ISTAT. Così Sabbadini dovette fare le valigie. Le “sorelle” si mossero subito, con una petizione online che ne chiedeva il reintegro, sostenuta da qualche migliaio di persone. Nel frattempo Sabbadini trovava lavoro come opinionista su La Stampa, dove finalmente poteva sfogare tutto il settarismo femminista di cui è impregnata senza necessità di tenerlo nascosto, come nel suo lavoro precedente all’ISTAT. Dalle colonne del quotidiano torinese ha tuonato su ogni piagnisteo e pretesa femminista, schierandosi ferocemente contro qualunque ipotesi di riforma di separazioni e affidi, DDL 735 in primis, che mettesse in discussione la maternal preference e l’ampio flusso di denaro che dagli uomini separati finisce nelle tasche delle ex e di tutto l’indotto collegato. Una posizione suffragata, manco a dirlo, dalla “dilagante” violenza maschile contro le donne.


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sabbadini pennywiseSabbadini diventa così una specie di mostro sacro del femminismo italiano. I suoi dieci anni con ruolo dirigenziale all’ISTAT hanno segnato un’epoca, istituzionalizzando meccanismi ingannevoli come il sovradimensionamento dei fenomeni e la falsificazione ideologica dei fatti oggettivi. In questo senso la sua rimozione dev’essere stata un colpo duro per Ro$a No$tra, che ora gioisce per il reintegro. Sabbadini pure gioisce, coinvolgendo nei suoi festeggiamenti gruppi come “No DDL PIllon”, il che la dice lunga su quale impianto ideologico intende riportare in ISTAT. Se non bastasse, si ricordi che fu lei a dire: “c’è l’urgenza di istituire e attuare meccanismi di limitazione della presenza maschile al potere”. Che statistiche può elaborare una che ha questo tipo di convinzioni? E’ importante chiederselo anche perché dal 2014, nonostante i vari annunci, l’Istituto non ha più replicato l’indagine-porcata e i dati cominciano a essere vecchiotti. Vecchiotti e smentiti dallo stesso ISTAT che nella sua “Banca Dati sulla Violenza di Genere” ha poi pubblicato i numeri veri e ufficiali, forniti dal Ministero dell’Interno e da quello della Giustizia, di denunce e condanne maschili per violenza. Dando così all’utenza lo strumento di misura più preciso e chiaro del fenomeno, con risultanze che rendono palese, quand’anche ce ne fosse stato bisogno, tutta la mistificazione che sta alle spalle dell’indagine di cinque anni fa.

Il reintegro di Sabbadini dunque, frutto probabilmente di un ricorso, capita a fagiolo. Un Pennywise torna ora a infestare i tombini dell’Istituto Nazionale di Statistica e possiamo attenderci in breve tempo, direi orientativamente entro l’estate del 2020, una duplice azione: anzitutto la rimozione della Banca Dati oggi presente sul sito ISTAT. Troppo scomoda. Come scomodi erano i file Excel che tre anni fa si potevano scaricare dal sito dell’Istituto relativamente proprio alla famosa indagine del 2014: una serie di fogli di calcolo contenenti indicazioni sfuggite agli uffici e passaggi particolarmente oscuri. Naturalmente sono stati fatti sparire in breve. Per fortuna li ho e li conservo gelosamente. Il secondo passaggio sarà un aggiornamento della stessa indagine, che verrà fatto in fretta e furia per poter ancora una volta negare i fatti, ossia che siamo il paese con meno “femminicidi” e violenze sulle donne d’Europa, e in cui anzi le violenze delle donne sugli uomini sono frequentissime, mentre la prassi delle false accuse-denunce dilaga. Sabbadini come prima cosa indurrà l’ISTAT a partorire un altro monstrum dei suoi, che media e politica rilanceranno ossessivamente, secondo uno schema ormai consolidato.


Non è una buona notizia il reintegro di Sabbadini all’ISTAT.


persone_blangiardo.jpgNon è una buona notizia, insomma, il reintegro di Sabbadini all’ISTAT. Non lo è per gli uomini ma nemmeno per le donne, e sono la schiacciante maggioranza, che sanno quanto la narrazione femminista della realtà non abbia nulla a che fare con il loro benessere, l’equità o la parità. Già ora quella delle fake news è diventata la linea editoriale di molti media (vedasi il caso della Commissione Segre): avendo a disposizione nuove statistiche insulse e false, si raggiungerà l’apoteosi della distanza tra la realtà e il mondo illusorio gonfio di interessi e potere che viene alimentato da anni. L’unica via d’uscita è che il Presidente Blangiardo, uomo di posizioni politiche sicuramente non affini a Sabbadini, sappia e voglia intervenire per collocare la pasionaria in una posizione dove non possa nuocere. Al momento della sua nomina al vertice ISTAT mi ero permesso di segnalargli alcune storture e di esortarlo alla massima vigilanza. Ora che le storture rischiano di moltiplicarsi, quelle mie parole risultano ancora più urgenti.

Dubito però che Blangiardo abbia mai letto il mio appello. Dubito anche che abbia il potere e la volontà di fare qualcosa in merito. Probabilmente la sua posizione è solo onorifica e simbolica, visto che già nel recente passato Ro$a No$tra, per mezzo dei sindacati interni all’ISTAT, è riuscita a impedirgli di tenere un intervento tecnico (cioè di fare il suo mestiere) in occasione del Congresso Mondiale delle Famiglie a Verona, un’assise libera e democratica ben più dei presidi di Non Una di Meno o Se Non Ora Quando, dove gente come Sabbadini presenzia invece sistematicamente, come se fosse cosa normale. In quell’occasione il Presidente Blangiardo cedette di fronte a proteste e pressioni, e fu chiaro quanto le maestranze ISTAT siano ideologicamente schierate, con ciò gettando più di un’ombra sull’oggettività di molte rilevazioni dell’Istituto e delle loro interpretazioni. Che sia la mai chiarita ambiguità leghista (Blangiardo è in quota Lega) verso il femminismo suprematista Bongiorno-style, o sia un’effettiva debolezza della Presidenza, di fatto non si può contare granché sul Presidente, purtroppo. Resta quindi il fatto che il reintegro di Sabbadini, se rimarrà privo di controllo e interdizione, significherà almeno altri cinque anni di falsificazioni e criminalizzazioni per gli uomini e altrettanti di vacche grasse per le autonominatesi rappresentanti dei diritti delle donne.


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