#MeToo: ci sono una svedese e un senegalese…

Harvey Weinstein
Harvey Weinstein

Dice: chi è il simbolo del #MeToo? C’è l’imbarazzo della scelta, in linea teorica. A livello internazionale come nelle varie declinazioni locali i nomi illustri e meno illustri non mancano. Eppure, a ben guardare, non una di loro è rimasta in piedi. Dalla docente universitaria poi a sua volta accusata di molestie verso studenti, passando per le presunte vittime del produttore hollywoodiano, che probabilmente cureranno il proprio trauma a scoppio ritardato intascandosi qualche milionata di dollari fornita dal buon vecchio zio Harvey, fino alla nostrana Asia Argento che… vabbè, lasciamo stare.

Dall’altro lato della barricata, si sa, non si contano le carriere devastate, le aziende che hanno chiuso i battenti, i posti di lavoro andati in fumo, non di rado i suicidi. Con la frequentissima coda di processi mai avviati, per mancanza di prove, o finiti in un nulla di fatto (qui da noi si ricordano il regista Fausto Brizzi e il giurista Francesco Bellomo). Insomma che sembra un casino trovare una portabandiera del #MeToo, tanto quanto tirare le somme complessive di quel movimento di donne molestate, stuprate, abusate che ha segnato un’epoca.


La notizia fece il giro del mondo.


Martina Brostrom
Martina Brostrom

Il problema però si risolve gettando uno sguardo alle istituzioni internazionali, a New York, all’ONU. Ne ha parlato soltanto “Il Giornale”, ed è un peccato perché la notizia è talmente emblematica che avrebbe meritato le prime pagine di ogni mezzo di comunicazione. La funzionaria delle Nazioni Unite Martina Brostrom, svedese, era diventata infatti un importante simbolo del #MeToo dopo aver denunciato il clima di molestie sessuali, che lei stessa asseriva di aver subito, all’interno dell’organizzazione internazionale, in particolare nel settore in cui lei lavorava (UNAIDS). Come sempre accade quando una donna denuncia queste cose, era partita subito un’indagine serrata e l’ONU era diventata in breve come l’URSS ai tempi delle purghe di Stalin.

La denuncia di Brostrom aveva avuto come effetto immediato la rimozione del Direttore Generale di UNAIDS, il maliano Michel Sidibè, accusato di essere poco attento rispetto alla tutela delle donne sul lavoro, e un’indagine sul brasiliano Luiz Loures, il Vicedirettore di UNAIDS, accusato di aver aggredito Brostrom in ascensore. Tipico del #MeToo: mai un inserviente, un usciere o un impiegato qualunque tra gli accusati… Di fatto la notizia fece il giro del mondo: il tumore maligno delle molestie contro le donne aveva attecchito anche all’ONU, orrore!

Badara Samb
Badara Samb

Proprio Sidibè, otto mesi prima che scoppiasse lo scandalo, aveva fatto però partire un’indagine su Brostrom e la sua condotta professionale. Perché sulla fanciulla giravano voci. Specie rispetto alla sua amicizia con il medico senegalese Badara Samb, capo delle iniziative speciali di UNAIDS. Risultato? L’indagine innescata da Brostrom è ancora in corso e nessuno riesce a trovare mezzo riscontro su nulla. Probabile che la donna avesse saputo di essere nel mirino e avesse tentato una rappresaglia difensiva. Quella avviata da Sidibè, invece, qualche riscontro sulla funzionaria svedese l’ha trovato. Ah, se l’ha trovato…

Cito direttamente da “Il Giornale” perché è troppo godibile: “nel luglio 2018 i due [Martina Brostrom e Badara Samb] vengono accusati in un rapporto di frodi, viaggi a spese dei fornitori, incontri per fare sesso in alberghi pagati dall’ente, di scambiarsi sulla mail interna le foto dei genitali”. Tutto provato oltre ogni ragionevole dubbio. Saranno stereotipi, per carità, ma insomma che qui abbiamo la svedesona bionda e maiala che gioca con il caro vecchio e amato big black bamboo, scambiando messaggi hard con la posta elettronica del lavoro, manco fossero in un pornaccio di quart’ordine. Ma si può essere più imbecilli? Oltre a questo, già che c’erano, i due frodavano il proprio datore di lavoro dal lato economico.


Ci sono i bersagli usuali.


Dopo essersi presi due anni di malattia, dunque continuando a percepire i loro mega-stipendi e viaggiando per il mondo, ora i due piccioncini sono stati licenziati in tronco, e pare sacrosanto. Ma è su un piano più ampio che va vista la questione, se la si vuole inquadrare nell’ottica #MeToo connessa al pensiero unico dominante. Tirando le somme, dunque cosa abbiamo? Ipocrisia anzitutto: l’utilizzo di una denuncia in malafede per comunicare al mondo un’emergenza, quella delle molestie, che in realtà non esisteva. A conti fatti tutto il #MeToo pare sia servito a creare il contesto emergenziale necessario a consentire e rendere accettabili frodi e ricatti di ogni tipo. Ma c’è dell’altro.

Ci sono i bersagli usuali: gli uomini di vertice, da un lato, un gran giro di soldi dall’altro. Obiettivo: togliere di mezzo i primi e appropriarsi del secondo (o trarne comunque il massimo vantaggio possibile). Il tutto utilizzando il doppio potere sessuale femminile: quello che rende (ancor prima di aver accertato i fatti) la donna vittima se si dichiara abusata o molestata e quello che la rende dominatrice se fa un uso strumentale del proprio appeal. Un quadro che mostra “il patriarcato” per quello che è: un’invenzione, una fantasia, un mito. Il potere, almeno fin tanto che non è stata scoperta, qui è stato nelle mani di una (bella) donna che ha fatto e disfatto a proprio piacimento, probabilmente nella presunzione che tutto le sarebbe stato concesso o perdonato “in quanto donna”.


Un nuovo pretesto per fare le vittime.


global gender gap reportMa c’è anche una prospettiva sociale: la faccenda ha coinvolto una donna proveniente dalla Svezia, il paese-caposaldo del femminismo suprematista, della gender equality e di quelle sciocchezze lì, e un uomo proveniente da uno dei paesi di maggiore immigrazione in Europa, il Senegal. Il connubio tra Brostromb e Samb non è solo una storiaccia boccaccesca e truffaldina maturata dentro un’agenzia ONU: è l’applicazione pratica di un progetto di società in cui si riconoscono il pensiero unico e il femminismo suprematista che ne è parte, e di cui il #MeToo è stata solo una delle tante espressioni deteriori. A cosa quelle ideologie e i connubi conseguenti siano improntati è piuttosto evidente, quali siano i loro esiti pure, e in questo senso la vicenda privata dei due è ampiamente emblematica di cosa si vorrebbe che fosse il futuro collettivo.

Leggendola bene e a fissandosela in mente si ottiene poi anche la corretta chiave di lettura di un altro evento che sta facendo orgasmare il femminismo, in questo caso italiano: la pubblicazione dell’annuale Global Gender Gap Report, quella statistica già ampiamente dimostrata come truffaldina e manipolata, atta a misurare quanto ogni paese sia lontano o vicino a realizzare la “parità” tra uomo e donna. Qualcuno ha provato a invertire le cifre delle statistiche, ma anche attribuendo alle donne i “vantaggi” degli uomini si è visto che le donne risultano sempre discriminate. Insomma un report con algoritmi concepiti per ottenere sempre lo stesso risultato. Ed ecco che tutto il femminismo d’assalto italiano ha gridato allo scandalo, in realtà godendo in cuor suo del nuovo pretesto per fare le vittime, per il posizionamento del nostro paese al 76esimo posto, tra Thailandia e Suriname.


Lei a tutti gli effetti è il #MeToo.


#metooIn cima alla classifica ci sono, guarda caso, proprio i paesi scandinavi, con in più il boom della Spagna, la patria del femminazismo mediterraneo. Ed è a quei modelli che le kapò nostrane mirano nel lamentarsi per il posizionamento italiano. Un modello che ha un impianto chiaramente delineato dalla vicenda di Martina Brostromb: via i maschi autoctoni dai posti di potere, da sostituirsi con femmine autoctone particolarmente voraci e avide, e dentro i più docili e performanti maschioni non autoctoni, con cui condividere un po’ di privilegi ma soprattutto da utilizzare come utili toyboy poco impegnativi. Fatto questo, il piagnisteo potrà continuare, perché il Global Gender Gap Report continuerà a dire che la discriminazione delle donne dilaga ovunque, ma vuoi mettere come ci si godrà la vita, intanto, in attesa di frodare ancora un po’ di privilegi?

Quelli che ancora ne cercassero una, dunque, ora hanno in Martina Brostromb l’incarnazione più perfetta e completa del metodo e del fenomeno #MeToo tutto intero. Lei a tutti gli effetti è il #MeToo. Anzi lei è il tempo presente e buona parte di quello futuro. Attendiamoci tra una ventina d’anni di vedere a codesta eroina intestate piazze e vie delle città e lo scambio di email zozze con il collega-amante rappresentato come atto rivoluzionario e avanguardistico.

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