Mina Chang: esemplare di “donna potenziata”

mina changMina Chang è una formidabilmente bella donna americana di origini asiatiche. Ma la bellezza è niente, “oltre le gambe c’è di più”, non facciamo i maschilisti! Ebbene Mina è anche un pezzo grosso, una sorella che ce l’ha fatta, una donna in carriera a contatto diretto con il potere. Dopo un percorso costruito passo passo, con fatica e superando tutti gli innumerevoli ostacoli che una donna incontra sul suo cammino in un mondo dominato da uomini porci, maschilisti e sciovinisti, è approdata nientemeno che al Dipartimento di Stato americano. Sa solo il cielo, bella e sexy com’è, quante stramaledette molestie ha dovuto sopportare e respingere, per far sì che a emergere non fossero le sue labbra al fulmicotone o il suo decolleté da capogiro. Però Mina ce l’ha fatta.

Sì, ce l’ha fatta ed è l’esempio lampante di cosa sia una “empowered woman”, una donna potenziata, come si dice oggi. Una di quelle che piacerebbero un sacco a Lilli Gruber e compagnia. Di certo Mina si tiene lontana anni luce dalle tanto odiate “tre V” tipicamente maschili: volgarità, violenza e visibilità. Ciò che antepone sono competenza, serietà, onestà, professionalità. Come avrebbe mai raggiunto il Dipartimento di Stato, altrimenti? Attenzione, signori, parliamo di un’entità istituzionale più o meno corrispondente al nostro Ministero degli Esteri, riferito però a uno dei paesi più potenti del mondo. Avete idea di cosa serva per arrivare a lavorarci? Siamo alla proporzione di una persona su diversi milioni che può farcela. E Mina ce l’ha fatta. Giù il cappello, amici, di fronte a una donna potenziata.


Una donna, quando è potenziata, lo è in tutto.


mina changMina ritengo che meriti che si snoccioli il suo CV su queste pagine così tanto intrise di misoginia e discriminazione. Si è laureata alla Southern Methodist University in Texas, distinguendosi in un programma orientato alla gestione di attività no-profit (“Executive Nonprofit Leadership”), dopo aver seguito master specifici. Mina è anche un’ex allieva di Harvard, con una specializzazione in “Pratiche di sviluppo e assistenza” alla University of the Nations. Cotanto percorso di studi ha poi condotto Mina a nove anni di esperienza professionale come amministratore delegato della no-profit “Linking the world”, orientata a “spezzare il circuito della povertà” e a costruire “resilienza e autosufficienza”. Sul suo profilo Linkedin abbondano foto con bimbi di colore e lei sorridente e bella come il sole.

Attenzione però: una donna, quando è potenziata, lo è in tutto. Ed ecco dunque che Mina, oltre che una leader nel settore umanitario no-profit, è anche un’artista. In passato è stata anche musicista, ha inciso diversi dischi in inglese e in coreano, salvo abbandonare la strada delle sette note dopo il terribile terremoto ad Haiti nel 2010, che la indusse a dedicarsi interamente ai suoi impegni umanitari. “Là ad Haiti era il mio cuore”, disse dando l’addio alla sua etichetta discografica e annunciando al mondo che si sarebbe dedicata quanto più possibile all’aiuto dei bisognosi, operando per quanto possibile all’interno delle istituzioni. Una scelta che le valse anche la copertina della prestigiosissima rivista “Time”.


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mina chang timeCon questo popo’ di curriculum si è dunque presentata al Dipartimento di Stato, che giustamente non se l’è fatta sfuggire, attribuendole la gestione di un programma internazionale di sviluppo in Asia del valore di un miliardo di dollari. Chapeau dunque a Mina Chang e allo strepitoso percorso di successo di una donna, per di più di etnia non occidentale, per di più con il deficit di essere tremendamente bella. Senza compromessi o scorciatoie e superando sicure molestie e discriminazioni razziali, è arrivata al Dipartimento di Stato USA. Credo fosse a questo tipo di donne che Lilli Gruber si riferiva quando parlava della superiorità femminile rispetto agli uomini nelle posizioni di responsabilità.

Peccato che il CV di Mina Chang sia pressoché interamente falso. L’ha scoperto l’emittente televisiva MSNBC. I corsi universitari dichiarati da Mina erano in realtà seminari di sei giorni. Nelle facoltà da lei dichiarate non hanno idea di chi sia e parte di esse non è neppure accreditata. La copertina del “Time” che allega al suo CV è fotoscioppata. Interpellati dalla MSNBC quelli del Time hanno risposto: “Mina chi?”. Ora, come può capitare che un ente istituzionale governativo come il Dipartimento di Stato recluti una persona sulla base di un CV così sfacciatamente fasullo? I motivi possibili sono due: quello razionale è il costume americano a dar credito ancora alla “parola”. Da noi se metti nel CV che hai fatto un corso di cucina, prima di crederti devi cucinare davanti ai valutatori un pranzo di nozze per 57 persone. Là no, vale ancora la parola. Quello meno razionale e più malizioso è che Mina abbia avuto accesso al Dipartimento di Stato con modalità che le consentiranno probabilmente tra vent’anni di denunciare ai media di essere stata violentata da qualche boss del Dipartimento stesso. Il fatto che abbia una foto con Bill Clinton avvalorerebbe l’ipotesi. Chi vivrà vedrà. Di certo d’ora in poi Mina non farà una vita facile.


La folle audacia di Mina Chang.


Al di là di queste valutazioni, tuttavia, la domanda da farsi, e che davvero mi ossessiona, è: come può una persona pensare di “farcela” falsificando il proprio CV a quel livello? Stiamo parlando di una copertina del “Time” falsificata e percorsi di studio mai fatti. Per intenderci, è come da noi fotosciopparsi in copertina su “Micromega” o, più limitatamente, sull’Espresso o Panorama, e dire di avere una laurea alla Bocconi e di essere ex allievo della Normale di Pisa. Ebbene io penso che in parte serva una quota di irrazionalità straordinaria, tale da proiettare la persona in una specie di realtà parallela, alla cui esistenza si finisce per credere. Sono certo che, a domanda, Mina risponderebbe di essere davvero finita sulla copertina del “Time”. Con un certo margine di sicurezza credo di poter dire che un uomo non arriverebbe mai a un livello così profondo di irrazionalità.

Ma c’è anche altro. Credo che la folle audacia di Mina Chang sia da attribuirsi al clima generale. Sì, quello che registra il reclamo ossessivo femminile per più spazi e la lamentazione per una discriminazione sistematica, ma che intanto concede alle donne un credito e corsie preferenziali incredibilmente ampi. Questo clima può facilmente indurre a pensare di poterla fare franca con facilità, di poter percorrere scorciatoie senza essere beccate. Il “women empowerment” è questo: privilegi concessi senza motivi di merito, impunità quando serve, porte aperte sempre. Facile che in un contesto del genere salti fuori quella che prova (e riesce!) a far carriera mostrando una copertina fotoscioppata. Magari rubando il posto di lavoro a un uomo dal CV vero e infinitamente più competente di lei.


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