Non tutte sono Laura Massaro

massarodi Anna Poli – Laura Massaro dovrà rinunciare al suo bambino. Il Tribunale dei minori di Roma ha formulato una sentenza in cui colloca il piccolo presso il padre e permette alla madre incontri ogni quindici giorni in regime di supervisione. Laura dovrà rinunciare alla convivenza con suo figlio, al vederlo ogni giorno, dovrà rinunciare dunque di fatto al suo ruolo genitoriale e diventare altresì una frequentazione saltuaria, un visitatore scadenzato. Di per sé una sentenza che fa gelare il sangue. Alle mamme. Per i papà è diverso: il loro sangue è congelato da tempo, sanno bene cosa significhi perdere un figlio, per loro l’essere estromessi è una costante. Eppure, prima di piangere, berciare e darsi dei pugni nel capo, prima insomma di menare accuse sconnesse come solo le associazioni di femministe sanno fare, prendiamoci un attimo per osservare la situazione nel suo complesso e interrogare non i soliti fatti, ma gli altri.

Il figlio di Laura Massaro non vede il suo papà da sei anni. Per quale motivo? Sei folli e assurdi anni nei quali, in via del tutto arbitraria una madre ha scientemente deciso di allontanare il suo stesso bambino dalla principale figura di riferimento maschile che avrà nella vita, al solo scopo di “tutelare” se stessa. Da cosa? D.i.Re (che non tace mai ma neanche pensa) dice che l’uomo aveva querele (plurale) per stalking e maltrattamenti. D.i.Re non dice, però, che i padri separati collezionano denunce come fossero macchinine e che, quindi, diventa decisamente grottesco e finanche stupido, basarsi su queste ultime per attribuire un valore di merito o di demerito all’individuo. Se consideriamo, infatti, le condanne, ecco che come per magia i plotoni di cattivi si riducono a un pugno di mosche.


Il sangue dei papà è congelato da tempo.


Dunque il papà del bambino di Laura Massaro era un pluri-querelato, un uomo come tanti insomma. Eppure non vede il suo bambino da sei anni e il bambino ha paura di lui. Le associazioni schiamazzanti affaticano già abbastanza la loro tiroide per azzardarsi ad avviare contemporaneamente anche il motore del cervello (sempre che quest’ultimo esista), così la domanda più semplice, quella più immediata, la cui risposta (guarda un po’ il caso) spiega inequivocabilmente anche il senso profondo della sentenza, è rimasta inespressa. E la domanda è: perché mai un bambino di nove anni dovrebbe aver paura di un uomo che non vede da sei? Potrebbe sentirsi a disagio nei suoi confronti (è uno sconosciuto, d’altronde), potrebbe essere un po’ guardingo, al limite sospettoso. Ma perché ne ha paura?

Purtroppo, è semplice. Perché ha ricordi fervidi di qualcosa che è accaduto sei anni prima. All’epoca lui aveva sì e no tre anni e ad oggi ha ricordi limpidi e nitidi di qualcosa che certamente non era in grado di elaborare a quell’età. Che siano ricordi indotti in modo volontario o meno, ha poca importanza. Quello che invece conta è che il bambino ha un’immagine ben chiara e strutturata di qualcuno che non ha praticamente mai visto. Lo teme perché sa cose brutte di lui, ne ha paura perché qualcun altro ne ha paura, lo conosce (e lo riconosce) in virtù di vissuti non suoi, vissuti interiorizzati come negativi ma non suoi. E giustamente ne è spaventato.


Vissuti interiorizzati come negativi ma non suoi.


Le ugole delle mie amate femministe fermentano come il mosto: “nella sentenza non parlano di PAS, gli hanno cambiato il nome, gli hanno dato altre forme!”. Nella sentenza non parlano di PAS, care sciacalle, perché non è una sindrome quella che hanno riscontrato. Bensì una condotta criminale folle e becera di una madre ai danni del figlio (e solo dopo del padre!), condotta che ancora una volta resta impunita. Perché qui l’unico ad essere stato castigato senza remore praticamente dalla nascita è un bambino del tutto innocente, che oltre a dover fare i conti in eterno con una figura paterna ai suoi occhi contraddittoria e che lo spaventa, dovrà ora fare i conti anche con la dipartita per lui inspiegabile della madre e con un paventato collocamento temporaneo in casa famiglia, qualora il ricongiungimento con il padre risultasse difficoltoso.

L’aspetto più agghiacciante dell’intera faccenda di Laura Massaro è che il tutto si sarebbe facilmente potuto evitare, se solo l’interesse centrale di questa madre fosse stato quello nei confronti di suo figlio e non la pura recriminazione dei propri egoismi percepiti e assunti come prioritari. E a conferma di questa amara constatazione, ahimè, ecco che sono giunte al galoppo le donniste riunite le quali, nella fretta di sputare un hashtag per cavalcare come amazzoni i teleschermi, non si sono accorte che stamburare un assolutista e antidemocratico “Siamo tutte Laura” equivale a dire “Me ne frego del suo bambino”.


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