Questa non è la Polizia di Stato

polizia di statoIl report della Polizia di Stato intitolato “Questo non è amore” ha cominciato a circolare venerdì 22 novembre, giusto in tempo per tirare la volata alle manifestazioni di sabato 23 e a tutto il circo delirante costruito attorno alla “Giornata contro la violenza sulle donne”. Tutti i media di massa, nessuno escluso, ne ha recuperato i contenuti, rilanciandoli ossessivamente, in una strategia di battage propagandistico a mia memoria senza precedenti. Una misura necessaria a rinverdire i luoghi comuni e gli slogan che da adesso in poi si useranno per il resto dell’anno.

Quello senza dubbio di maggior successo, utilizzato in tutti i titoli degli articoli, è “una donna vittima di violenza ogni 15 minuti”, che si aggiungerà al già riaffermato “una donna uccisa ogni due-tre giorni”, ma non è l’unico. Le frasi evocative si sprecano nel report della PS (un altro che tira molto è: “nell’82% dei casi chi fa violenza a una donna non bussa ma ha le chiavi di casa”), quest’anno molto più dell’anno scorso curatissimo anche dal punto di vista letterario. I dati statistici sono infatti inframezzati da narrazioni che si presumono vere, tutte rese in modo emotivamente lezioso e impattante per lettori poco strutturati (la maggioranza), dove la donna è sempre una vittima che cerca e trova il riscatto grazie agli agenti di Polizia.


Numeri tutti espressi in percentuale.


femminicidioDal lato propagandistico è tutto ben costruito, insomma. Ma il report dovrebbe avere valore soprattutto per i dati che riporta. Concentrandosi su di essi, e facendo un confronto con la versione del 2018, si possono però individuare diverse anomalie, tutte sufficientemente gravi da rendere il report stesso una mistificazione tra le più vergognose, e perciò più emblematiche, degli ultimi tempi. La prima anomalia, la più lampante, riguarda il dato sui “femminicidi”. Anticipato dai dati Eures, già ampiamente dimostrati come privi di fondamento nella loro classificazione del fenomeno, sull’argomento il report della PS raccoglie l’assist e va in rete, sostenendo che i casi sono aumentati.

Prima però, con correttezza, la Polizia di Stato torna ad affermarne, come già nel 2018, una definizione molto precisa (pagine 17 e 19): “alla base dei femminicidi ci sono, nella maggior parte dei casi, motivi legati a un’idea malata di possesso, mancanza di accettazione di una separazione, gelosia incontrollabile anche successivamente al divorzio, non accettazione di una nuova storia d’amore dell’ex partner”. Con ciò il bislacco conteggio dell’Eures di 146 casi, che includono ogni omicidio di donna, verrebbe subito smentito, e per evitare la contraddizione la Polizia di Stato sciorina i suoi numeri, che confermano il trend incrementale. Numeri però tutti espressi in percentuale.


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In realtà i “femminicidi” sono calati del 34%.


dati falsiL’uso della percentuale non permette di sapere quanti né tanto meno quali casi reali siano stati conteggiati come “femminicidio”. Nel 2018 il report restituiva invece almeno anche il valore assoluto di “32 femminicidi propriamente detti” (pagina 12). Una frase che per un anno è stata poi una spina nel fianco per gli amplificatori ideologici della violenza sulle donne, perché è palese che un fenomeno che si manifesta 32 volte all’anno, per quanto grave e tragico, non può rappresentare un’emergenza sociale, culturale o politica. Ecco dunque che nell’aggiornamento del 2019 l’indicazione del numero assoluto scompare, come avevo previsto l’anno scorso, e si dichiara un aumento dal 37% del 2018 al 49% di quest’anno, fino ad agosto.

La prima percentuale sarebbe il risultato di 32 “femminicidi” su 94 omicidi generici di donne (più cinque punti di gonfiaggio extra, tanto nessuno controlla…), come dichiarato nel report dell’anno scorso. E il 49% di quest’anno da cosa deriva? Non è dato sapere. Di fatto usando la percentuale si potrebbe nascondere astutamente un calo verticale dei casi in termini assoluti. Che in verità c’è stato. Raccogliendo i fatti di cronaca (e ogni “femminicidio” va sempre in cronaca) e classificandoli secondo la definizione della Polizia di Stato, io e Fabio Nestola contavamo poco più di una ventina di eventi, dunque un calo del 34% rispetto al 2018. Ho scritto all’Ufficio Stampa della Polizia di Stato per avere i valori assoluti e i casi singoli da cui sono state tratte quelle misteriose percentuali. Naturalmente non ho ricevuto risposta.


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Per ottenere qualche dato assoluto è occorso attendere l’intervento dei Carabinieri: domenica infatti l’Arma ha rovinato la festa a tutti diramando un suo report dove conteggia i “femminicidi”, come già avevamo fatto io e Fabio Nestola, nel numero di 25. Evidentemente le varie lobby, troppo impegnate a occupare militarmente il Ministero dell’Interno perché non si esponesse più come nel 2018, si sono fatte sfuggire quello della Difesa, a cui i Carabinieri fanno capo. Provvederanno per il prossimo anno, probabilmente, e allora aspettiamoci che la verità venga fuori dalla Guardia di Finanza, poi dalla Guardia Costiera, poi chissà da chi.

I media naturalmente hanno dato conto con grande stitichezza di questo cortocircuito totale tra due soggetti, Polizia e Carabinieri, che attingono alla stessa fonte, ma espongono i dati con un diverso grado di oggettività e sincerità. Ma a noi la questione non è sfuggita, e va detto un grande grazie all’Arma, quest’anno. Ma quella sui “femminicidi” non è l’unica falsificazione del report della Polizia e dei media. Ce ne sono altre due molto gravi.


L’ultimo strumento di falsificazione è il più grave di tutti.


La prima riguarda la suddivisione tra autori stranieri e autori italiani di violenze sulle donne, rispettivamente dati al 26% e al 74%. Numeri in linea con la narrazione che vuole come necessaria una “rieducazione” degli italiani sul tema della violenza di genere, quasi fosse una prerogativa autoctona. Ma non è un dato veritiero. I maschi adulti italiani (dai 20 agli 89 anni) sono più di 23,5 milioni; gli stranieri (regolari più una stima di irregolari, nello stesso range d’età) sono circa 4 milioni. Questo significa che l’incidenza dei reati e, se si vuole, la propensione al crimine contro le donne, è molto più alta, duole dirlo, tra la popolazione immigrata che tra gli italiani. Dove stia veramente il problema, insomma, è piuttosto chiaro, ma il report della PS non dice, ovvero nasconde, questa verità.

L’ultimo strumento di falsificazione è il più grave di tutti, perché permea tutto intero il report della Polizia di Stato, e riguarda i dati stessi, quelli da cui si traggono gli slogan come “una donna vittima di violenza ogni 15 minuti” o ogni altra conclusione di tipo numerico. Ogni rilevazione riportata dal rapporto e ogni conclusione che se ne trae deriva non da casi accertati di violenza, ma da denunce ossia da ipotesi di reato. Che diventano certezze soltanto dopo il pronunciamento di un giudice. Ogni cittadino può presentare ogni giorno dieci denunce diverse contro altrettante persone: è suo diritto farlo ed è dovere della Polizia, statuito in Costituzione (art.112), accettarle. Sarà poi un giudice a decidere se sono fondate o meno. Sono i principi di fondanti quella povera cosa che è diventata ormai lo Stato di Diritto.


Il report della Polizia di Stato si basa dunque su ipotesi di reato.


Principi che vengono gestiti da due amministrazioni diverse: la Polizia, ovvero il Ministero dell’Interno, riceve e registra le denunce. La magistratura, ovvero il Ministero della Giustizia, decide quali sono fondate o meno, e nel primo caso emette delle sanzioni. Il denunciato e anche l’arrestato sono innocenti, e lo restano finché un tribunale non li dichiara colpevoli. Tutta la narrazione del report della Polizia di Stato si basa dunque su ipotesi di reato avanzate da donne a carico di uomini. Eppure vengono spacciate come certezze: “nel mese di marzo 2019 in media ogni 15 minuti è stata registrata una vittima di violenza”. Una formulazione ambigua e furbesca per dire che ogni 15 minuti è stata depositata una denuncia, una ipotesi di reato. Nessuno sa quante di esse sono poi state provate come certe. Ma da come il report le racconta pare che lo siano tutte.

Questo modo astuto di trasmettere l’informazione è stato amplificato e moltiplicato dai media, in un’orgia di terrorismo di genere che va ben inquadrato. Perché il dato reale parla chiaro: ogni anno si hanno in media (dato Ministero della Giustizia) 5.000 condanne di uomini per violenze sulle donne o omicidi, contro a una media di 55.000 denunce (dato Ministero dell’Interno) che nel 91% dei casi finiscono archiviate o in assoluzione. Una verità capace da sola di far crollare il castello propagandistico che nei giorni scorsi ha dilagato, diffondendo paura, terrore, diffidenza in una cittadinanza ora convinta che ogni 15 minuti qualche donna venga maltrattata, perseguitata, stuprata o altro. Un castello di falsità che supporta un apparato di potere e denaro di dimensioni divenute ormai gigantesche, come si sostiene in queste pagine da ormai più di tre anni.


C’è da suonare l’allarme regime.


Ma stavolta c’è di più. Stavolta, più che in altri casi precedenti, c’è da suonare l’allarme regime. Fin tanto che la Polizia accettava di piegarsi a una narrazione falsata, infilando però tra le bugie una verità oggettiva (32 “femminicidi propriamente detti”), come accaduto l’anno scorso, i cittadini avevano la possibilità di captare un messaggio sottinteso ma chiaro: la Polizia di Stato sta al gioco del potere, ma non c’è da temere, sa anche bene in realtà come stanno le cose. Una consolazione e, in buona misura, anche una rassicurazione. Quest’anno quel tipo di messaggio è stato cancellato, non esiste più. Quest’anno abbiamo una Polizia di Stato totalmente asservita all’ideologia. Sono dovuti intervenire i Carabinieri per tranquillizzare chi, tra le persone davvero attente ai dati, teme derive totalitarie.

Non c’è comunque da essere troppo rassicurati. Un corpo importante come la Polizia, oggi guidata da un Gabrielli che già aveva manifestato inclinazioni pericolose in questo senso, anche suscitando non poche critiche all’interno della Polizia per i suoi impulsi censori, ora è a tutti gli effetti strumento totalmente in mano alla potentissima lobby antiviolenza nazionale e internazionale. Che il prossimo anno per certo darà l’assalto ai Carabinieri, affinché anche loro non sgarrino più. Una campana suoni per tutti i cittadini, dunque, in specie quelli di sesso maschile, perché quando la Polizia si piega totalmente al potere, una sola parola diventa obbligatoria per descrivere l’allarme: regime, appunto. Da osservatore a analista, ritengo il report di cui si è parlato quanto di più vergognoso dal lato propagandistico sia mai stato prodotto. Da cittadino, nel leggerlo provo un sentimento misto di paura, schifo e vergogna.


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