Trump e Pelosi: archetipi di padre e madre

Donald Trump

di Giorgio Russo – L’altro ieri è stata una grande giornata per il patriarcal-nazi-fascio-misogin-maschilista-razzista-omofobo-sovranista Donald Trump, Presidente degli Stati Uniti d’America. La messa sotto accusa fortemente voluta dai democratici e istericamente sostenuta da Nancy Pelosi, Presidente della Camera dei Rappresentanti USA, è finita come previsto, ossia esplodendo direttamente nel didietro di chi l’aveva promossa. Chiamato a giudicare il Presidente, il Senato l’ha prosciolto dalle accuse di abuso di potere e ostruzione al Congresso.

In aggiunta, lo stesso Trump si è presentato alla Camera per il periodico “Discorso sullo stato dell’Unione”, una sorta di rendiconto presidenziale al Parlamento sugli obiettivi ottenuti e sulle strategie future. In quella sede il Presidente ha snocciolato le cifre di un successo clamoroso. Stando a quanto dichiarato, la sua amministrazione ha polverizzato una lunga serie di record nel campo economico, nella lotta alla disoccupazione e alle diseguaglianze sociali ed economiche, nell’integrazione delle minoranze e in tutta una lunga serie di questioni che Trump snocciola con evidente soddisfazione, interrotto continuamente dalle standing ovation di prassi.


Progressismo mezzo mengeliano e mezzo manthusiano.


Pete Buttigieg

Occorre fare attenzione perché le elezioni per il rinnovo della Casa Bianca si avvicinano a grandi passi (novembre prossimo). Trump conta sulla rielezione, dunque ha sicuramente la necessità di esibire risultati. Quand’anche però fosse vero un mero 10% di quello che ha detto, si tratterebbe di una rimonta straordinaria, che disegna la rinascita di un paese grande e controverso, tornato ad essere prospero e potente. Ma soprattutto, e questo emerge fortissimamente dal discorso di Trump, un paese orgoglioso. Orgoglioso di ciò che è, della sua storia, del suo presente, delle sue peculiarità, del suo popolo. Questo soprattutto è il significato del rising tratteggiato dal Presidente nel suo discorso di ieri.

Più di ogni altra cosa, infatti, l’amministrazione Trump sembra essere riuscita a tirar fuori gli Stati Uniti da quel plumbeo, pesante e pessimista senso di colpevolezza e inadeguatezza morale in cui una prolungata governance “liberal” e politicamente corretta li aveva costretti. Il Presidente, con tutta la sua arroganza e con quel piglio che è agli antipodi della melliflua e artata “bontà a prescindere” ad esempio del suo predecessore Obama, rappresenta così la spina nel fianco di quel Partito Democratico scivolato nel tempo su posizioni di progressismo mezzo mengeliano e mezzo manthusiano. Un degrado ben rappresentato dall’outsider Pete Buttigieg, personaggio emerso nelle pasticciate primarie democratiche in Iowa dall’alto della sua posizione di gay convivente, strenuo sostenitore degli LGBT e della legalità dell’aborto fino all’ultimo giorno di gestazione.


Pelosi non applaude mai.


Nancy Pelosi

In USA si manifestano insomma due mondi a confronto e in conflitto, a rappresentare i quali, nella politica americana di oggi, stanno Trump da una parte, con il suo successo straordinario, e la nemica giurata, la democratica Nancy Pelosi dall’altra. Quest’ultima ha dimostrato ieri al mondo la caratura istituzionale di chi coniuga la cultura “liberal” (progressista) a una leadership femminile. Per capire il tutto occorre guardarsi il video del discorso di Trump sullo stato dell’Unione (qui, in inglese). Sbaglia lui per primo, rifiutando di stringere la mano tesa di Pelosi prima di iniziare a parlare. Molti commentatori USA dicono che proprio non l’ha vista. Può essere, ma se così non è allora si è trattato di un gesto scortese di scarsa valenza politica, essendo soprattutto personale, individuale, diretto proprio alla persona Nancy Pelosi. Ossia colei che con goffa determinazione ha cercato di incastrarlo in un impeachment privo di senso e di fondamento (false accuse, una specialità femminile, anche ai massimi livelli…).

Trump commette un errore, dettato dal suo modo un po’ gigione un po’ trombone di fare, ma è un peccato veniale proprio perché si tratta di una sgarberia alla persona Nancy Pelosi, non alla funzione istituzionale che riveste. Ciò che fa poi Pelosi è invece molto molto grave. E la sua condotta è la perfetta e più plastica rappresentazione di ciò che significa una donna liberal al potere. Durante il discorso del Presidente, infatti, Pelosi non applaude mai non tanto il suo Presidente, quanto i dati (straordinari) dei risultati che riguardano il suo stesso paese. Per tutta la durata dello speech fa faccette sprezzanti e infastidite, con il suo volto grottesco deturpato dai lifting. Parlotta e borbotta un po’ tra sé un po’ all’indirizzo dell’ala democratica della Camera. Più che la massima carica dell’assemblea è una macchietta livorosa e indispettita alle spalle di un Presidente che giganteggia, sotto lo sguardo di una First Lady mozzafiato per bellezza, eleganza e standing istituzionale (tre caratteristiche di cui spesso le donne progressiste deficitano drammaticamente).


Un atteggiamento violento e volgare.


Poi l’apoteosi: quando Trump termina il discorso e raccoglie l’ennesima standing ovation, Pelosi prende la copia cartacea dello speech, la straccia platealmente, mordendosi le labbra con stizza e gettando poi i fogli sul tavolo con disprezzo. Un gesto privo di ogni dignità istituzionale, un atto da bambina frignante che distrugge per capriccio la bambola che le è stata regalata, perché diversa da quella che desiderava. Il significato di quell’azione è molto più profondo di quanto appare però. Non è uno sgarbo personale al Presidente, ma alla nazione tutta. Quei fogli contenevano parole che simboleggiavano vite, posti di lavoro, redditi ritrovati, felicità potenziali di altri americani. Cose che lei ha mostrato di disprezzare per una e una sola ragione: non può attribuirle né a se stessa né al cumulo di sciocchezze ideali di cui è portatrice, quale appartenente al Partito Democratico. Anzi sono risultati ottenuti facendo esattamente l’opposto di quanto asserito da lei e da quelli come lei. E i progressisti sono così ovunque: sono felici solo se ci sono grossi problemi, solo se tutto va male.

Il successo di Trump è troppo, davvero troppo per uno spirito femminile che alla fine ha il sopravvento e si concretizza in un atteggiamento violento e volgare, capace di prevaricare anche il doveroso contegno istituzionale che un uomo, questo è certo, avrebbe rigidamente osservato. Il dispetto di Pelosi è comprensibile, intendiamoci: nello stesso giorno naufraga il “suo” impeachment e il suo bersaglio politico e personale raccoglie dati formidabili per sé e per tutta la comunità. Ma la capacità di incarnare un’istituzione sta proprio lì, nel saper superare gli impulsi, anzi le repulsioni, e le aspirazioni personali per qualcosa di più grande e di più alto. Per quanto comprensibile, dunque, si tratta di un gesto orribile e ingiustificato.


Una rappresentazione quasi mitologica, con tutti i suoi archetipi.


Non saper accettare serenamente l’evidenza della sconfitta propria e delle proprie idee e ambizioni, non avere contezza dell’altezza del proprio ruolo rispetto alla ferita personale, è tipicamente femminile. Così come il conseguente rovesciamento del tavolo e la distruzione della realtà, come il famoso piccione sulla scacchiera: reazioni parossistiche e paradossali perché rivolte a un contesto di cui lei stessa fa parte. Questo è uno dei rischi connessi al femminile, ancor più se progressista, dotato di potere: la replica nelle responsabilità pubbliche di atteggiamenti e scelte tipicamente privati. Non potendo vincere per l’improponibilità delle proprie idee, Pelosi “strappa” il proprio paese e la sua comunità, non diversamente da come talune donne, fallendo l’obiettivo di vivere pienamente un contesto condiviso, mettono davanti la propria individualità e strappano con rabbia disinvolta la propria famiglia e i propri figli. Ieri si è insomma assistito a un “Discorso sullo stato dell’Unione” che è stata anche una rappresentazione archetipica: Trump l’uomo-padre, attivo e mobilitato nella ricerca e nell’ottenimento di risultati migliorativi per tutti; Pelosi una donna-madre, egocentrata e distruttiva, livorosa e irrisolta, illimitata nella sua incapacità di contenere i gesti e di rispettare valori più alti; i fogli con i risultati per vita della comunità nazionale americana, la micro-comunità della famiglia e dei figli. Stanti questi archetipi, dal lato dell’immagine il successo di Trump e il disastro di Pelosi, dei Democratici e delle loro malsane pulsioni ideali, sono a tutti gli effetti motivo di sollievo e speranza per il futuro.


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