Valeria Valente censura me e la RAI

rai storie italianeVenerdì mattina scorso sarei dovuto essere ospite in diretta su RAI 1, nella trasmissione mattutina “Storie italiane”. Conscio delle esperienze precedenti, mi sono guardato bene dall’annunciare pubblicamente l’invito. Il riserbo però non è stato sufficiente. Chi si oppone alle mie tesi imbavagliandomi ha ovviamente le sue propaggini dappertutto, RAI inclusa, senza contare che la redazione del programma deve aver annunciato da qualche parte la mia presenza. Insomma che il gentilissimo funzionario RAI dal delizioso accento romanesco che mi aveva invitato, mi chiama il giorno dopo per dirmi che l’invito saltava perché c’erano notizie di cronaca più fresche e urgenti da trattare in trasmissione. Un’ora dopo amici mi segnalano questo post dell’On. Valeria Valente, pubblicato sul profilo Facebook “Senatori PD“:

 

Lo leggo distrattamente. Mi basta associare il nome della senatrice a “RAI” per capire di cosa si tratta. La solita censura. La stessa di Rai Radio 1 e di Genova. Comincio a essere un esperto di “invitus-interruptus”. Ma non c’è da scherzarci: bavaglio, mordacchia, fascismo in salsa rosa, il solito armamentario, insomma, per chiudere la via a un punto di vista argomentato capace di infrangere il coperchio della cassa da morto che questa gente ha inchiodato sul libero pensiero e sulla democrazia. Uno sbarramento che non c’è però per chi, sempre in RAI, dice che gli uomini sono tutti pezzi di merda, specie se padri: quello è consentito, per di più in “prime time”. Sto per archiviare mentalmente l’accaduto come cosa ormai usuale, quando mi arriva la telefonata di un amico: “oh, ma hai letto bene cosa dice Valente?”.


Comincio a essere un esperto di “invitus-interruptus”.


No, non avevo letto bene. Valente mi accusa esplicitamente di aver ironizzato (e questa è la diffamazione innescata dall’articolo di Marco Preve pubblicato domenica scorsa su Repubblica) ma aggiunge dopo aver sfregiato una ragazza con l’acido. La grammatica non è fluida come taluni generi, è precisa. Per la senatrice Valente io sono un criminale che attua attacchi con l’acido. Ed esprime pubblicamente e ufficialmente questa accusa su un organo di comunicazione del proprio partito. Non solo si vanta di aver stracciato l’articolo 21 della Costituzione: a buon peso aggiunge falsità e diffamazione alla fake news di partenza. Vero, poi fa una specie di smentita, annegata tra decine di altri commenti. Per posizionamento e tono non posso considerarla una vera smentita e glielo dico chiaramente. La domanda è: perché lo fa? Le risposte possibili a mio avviso sono due.

La prima è che si tratti del classico effetto da “telefono senza fili”. Ho già riscontrato che, salvo rari casi, nessuno nella compagnia di giro del potere, media e politici, si documenta mai su nulla. Si va di passaparola e di copia-incolla. Nella staffetta che ha riguardato la campagna diffamatoria nei miei confronti, qualcosa deve aver subito una mutazione, facendo arrivare alla senatrice Valente una versione distorta della bugia di partenza. Si è guardata bene, lei o la sua ghost writer, di verificare e ha buttato giù quello che le è capitato tra le mani. Non che ciò la giustifichi, ben intesi: l’infamia di ciò che ha dichiarato resta immutata. E’ solo una possibile spiegazione, che mi convince ma non al cento per cento.


Per la senatrice Valente io sono un criminale.


Mi convince molto di più che si tratti di un atto premeditato. L’organizzazione complessiva che ha dato l’innesco all’articolo diffamatorio di Marco Preve non aveva calcolato né la mia resilienza alla shitstorm, né l’effetto Streisand. Nel tentativo di criminalizzare me e soffocare l’emergere dei punti di vista che espongo in piena legittimità, hanno finito per eccedere. Hanno usato una bomba atomica per uccidere un grillo (parlante), come ho scritto domenica sul Secolo XIX di Genova. Il botto l’hanno sentito tutti e a moltissimi la cosa non è tornata. Questo ha prodotto sorprendentemente più espressioni di sostegno alle mie tesi e indignazione verso i censori, che insulti o critiche. Non a caso il funzionario che mi ha inizialmente invitato in RAI mi ha detto che in trasmissione avrei anche dovuto dare una spiegazione dell’ampio seguito che hanno il mio blog e le mie argomentazioni.

In risposta a questo effetto indesiderato, la cupola rosa ha usato due strategie parallele. Da un lato ha imposto il “silenzio-Stasi” a tutti. A parte qualche sgradevolissimo strascico puramente politico a livello locale su Genova, non appena ho annunciato che terrò la mia presentazione in diretta Facebook (ricordate: sul profilo Stalker Sarai Tu o su quello della Lega degli Uomini d’Italia!), tutti hanno smesso di parlare di me. Troppo alto il rischio che io prendessi l’onda, dunque: “contrordine sorelle”. Contemporaneamente qualcuno, capeggiato dalla senatrice Valente, ha pensato di alzare il tiro. Se Stasi non viene soppresso dalla falsa accusa di essere uno che deride le donne sfregiate dall’acido, diciamo che lui stesso ne ha sfregiata una, anche se non è vero. Basta che la cosa circoli associata al suo nome. In entrambi i casi le strategie sono risultate fallimentari: i lettori del blog sono praticamente raddoppiati, i follower dei profili collegati su Facebook, Twitter e Instagram aumentano costantemente e ho avuto il piacere di ascoltare giornalisti che (seppure solo in privato) si scusano con me: “riterrei doveroso averla in trasmissione, ma davvero al momento non posso…”.


Il botto l’hanno sentito tutti e a moltissimi la cosa non è tornata.


Il problema, ammesso tempo fa da alcuni politici della Prima Repubblica, è che tutta la politica italiana è fondata sul ricatto. Ognuno sa qualcosa di inconfessabile dell’altro, ne detiene i debiti o possiede documenti compromettenti, ed è sulla base di questo essenzialmente che si determinano equilibri e alleanze. Gente che gioca a un girotondo dove non ci si tiene per mano ma per le palle. Essendo questo l’unico modo che conoscono per interagire con chi si oppone ai loro interessi, stanno facendo il diavolo a quattro per riuscire a trovare l’appiglio sui miei testicoli. Sono certo che da tempo la mia vita è stata passata allo scanner e non mi stupirei se, scava scava, alla fine non lo troveranno. Al momento, non trovandolo, lo inventano.

Querelerò la senatrice Valeria Valente? Non ce ne sarebbe bisogno. Una che critica la RAI accusandola di voler usare la violenza sulle donne per fare share, lei che su quell’argomento ha costruito una carriera politica, in pratica si sta auto-denunciando. Però la querelerò ugualmente. E’ doveroso. Certo la senatrice si giova dell’immunità parlamentare. Non è perseguibile per opinioni espresse nell’esercizio del proprio mandato. Sosterrò che accusare un innocente di un atto ripugnante e gravissimo non è esprimere la propria opinione. Ma soprattutto chiedo ora, e chiederò a gran forza ancora alla senatrice Valente di rinunciare, in caso di rinvio a giudizio, alla sua immunità.



Gente che gioca a un girotondo dove non ci si tiene per mano ma per le palle.


Senatrice, se davvero è convinta della bontà dei suoi valori e dell’indegnità mia e delle idee che diffondo e argomento, si assuma la responsabilità di venirlo ad affermare in tribunale, senza farsi scudo del suo privilegio. Se non rinuncerà alla sua immunità, le posso assicurare che spenderò buona parte delle mie energie a informare quanti più elettori possibile che a rappresentarci nelle istituzioni c’è una persona indisponibile ad assumersi le proprie responsabilità. E non sarà esattamente il massimo, né per lei, né per la sua carriera, né per l’ideologia di cui si fa portavoce, e tanto meno per la credibilità degli esiti a cui giungerà la Commissione d’inchiesta parlamentare sul “femminicidio” che attualmente lei presiede.


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