Sanna Marin: il nulla che esalta i conformisti

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Sanna Marin
Sanna Marin

Lunedì ho avuto, come credo chiunque altro, le pagine principali dei miei social letteralmente invase dall’immagine del bel viso di Sanna Marin, la nuova premier Finlandese. È stata la notizia del giorno per tutto il giorno e anche per l’indomani. Il suo sorriso, per quanto piacevole a vedersi, mi ha stalkerato su Twitter, Facebook e Instagram, sostituendosi per più di 24 ore al faccione di Salvini mentre fa merenda. Questo diluvio di notizie su di lei doveva essere giustificato da qualche atto straordinario e memorabile, mi sono detto. Poi ho constatato che la comunicazione era tutta omologata su alcuni punti specifici.

“La premier più giovane al mondo e figlia di due mamme”, questi sono stati titoli, sottotitoli e occhielli, ripetuti ossessivamente, tutti uguali gli uni agli altri. Tutti contenenti una furbesca bugia. Sanna Marin infatti non è figlia di due mamme: è stata cresciuta da due donne lesbiche, ma è figlia, piaccia o no, di un uomo e una donna. Naturalmente la scelta della formula da parte dei media è tutt’altro che casuale. E’ una prima, immediata trovata propagandistica atta a coprire l’assenza del benché minimo accenno alle posizioni politiche o alla carriera della nuova premier.


Marin non sta dove sta per suoi meriti politici particolari.


Eppure sul versante politico alcune cose interessanti ci sarebbero state. Ad esempio il fatto che Marin non è stata eletta direttamente dal popolo, non rivestirà il suo ruolo perché il suo messaggio politico ha conquistato la maggioranza dei finlandesi. Semplicemente lei, ex Ministro ai Trasporti del governo precedente, sfiduciato di recente dal Parlamento di Helsinki, è stata messa lì da una maggioranza risicata di partiti che dai sondaggi pare che non godano di grande consenso. Un po’ come in Italia, insomma. Ha senso dire che Marin non sta dove sta per suoi meriti politici particolari, ma perché la maggioranza dei partiti finlandesi vuole evitare elezioni da cui uscirebbe sicuramente sconfitta.

Che Sanna Marin sia dunque una tappabuchi per non far perdere la poltrona ai parlamentari finlandesi non l’ha detto (quasi) nessuno. Tutti sono stati troppo concentrati a enfatizzare la sua vita privata e sue caratteristiche naturali che, in quanto tali, non ha alcun merito ad avere. Ma che tuttavia sono fantasticamente conformi alla visione politicamente corretta della realtà, incardinata su stereotipi specifici: giovane è meglio che maturo (o “vecchio”), donna è meglio che uomo, non eterosessuale è meglio che eterosessuale (in questo caso riferito al contesto genitoriale della nuova premier). A ulteriore conferma di questa visione, ogni articolo era corredato di molte foto di Marin a questo o quel gaypride.

Credo non valga nemmeno la pena di sottolineare la profonda assurdità concettuale sottesa al tipo di comunicazione (propaganda) che si è fatta sul cambio al vertice del governo finlandese. Se essere giovani, donne e provenienti da un contesto omosessuale fosse garanzia di competenza e buon governo, allora si potrebbe consegnare l’intero globo a Desmond Napoles, il noto bambino drag-queen americano. Quel collegamento in realtà non esiste, se non nel racconto che se ne fa sui media. Sono loro a rendere eccentriche e straordinarie le normali caratteristiche personali della persona, per poter poi innescare la notizia. Raccontare che Marin è donna, giovane e cresciuta da una coppia lesbica come fosse un miracolo è, alla fine, un modo di imporre stereotipi che altrimenti non ci sarebbero.

Sanna Marin infatti è la prova, a ben vedere, che nulla è precluso a nessuno. Ovvero che non esistono discriminazioni atte a impedire l’accesso a posizioni di rilievo a persone specifiche. Le caratteristiche personali e la storia di Sanna Marin non le hanno impedito di raggiungere la guida del suo governo, e allo stesso modo non esistono impedimenti per chiunque ovunque, per lo meno in Occidente a scalare posizioni di rilievo. E questo è specialmente vero in politica: in Finlandia, esattamente come in Italia, metterebbero a capo del governo anche il cavallo di Caligola se questo servisse a tanti a non perdere la poltrona. Il punto è questo, dunque che c’è da esaltarsi per le caratteristiche personali di una neo-premier?


La frantumazione della piramide gerarchica.


Nulla, in verità. Tuttavia fare tutto il baccano che c’è stato è utile a confermare un’impostazione generale di tipo culturale e sociale che ormai la fa da padrone. Conta sempre meno, anzi ormai non conta quasi più, cosa sai fare, quali competenze hai, e nemmeno cosa hai in termini di ricchezza e patrimonio. Ora conta cosa sei. E in particolare se il tuo essere rientra in schemi preordinati dove la linea di demarcazione tra i buoni e i cattivi è netta e invalicabile. Si tratta di schemi concepiti per attribuire rilevanza a caratteristiche fuori dal controllo della persona. Non da essa dipende il sesso a cui appartiene, la famiglia da cui proviene, il suo colore della pelle, la sua età e così via. Diversamente il merito dipende da quanto una persona abbia investito su se stessa, sulle proprie competenze, abilità, talenti, su quanto abbia lavorato duramente per raggiungere posizioni di apice.

Il modo con cui la nomina di Marin è stata raccontata è insomma la cronaca della frantumazione della piramide gerarchica che vige in società competitive come la nostra (e come è in natura) e dello smantellamento dell’ascensore sociale. Elementi che vengono sostituiti da una forma di “razzismo schizofrenico” i cui parametri sono mutevoli e decisi non si sa bene da chi, anche se ieri si ipotizzava che gran voce in capitolo lo abbia il mercato globalizzato. Il tripudio per la nomina di Sanna Marin vuol dire che non importa quanto sai, quanto hai studiato, quanta esperienza di vita e lavoro hai accumulato, quanto sei talentuoso/a o geniale. Importa, deve importare, se hai una forma esterna che si inserisca perfettamente in un incastro deciso da altri.


The (Pink) Family non gradisce.


Mara Cartabia
Mara Cartabia

Questa sovversione, che non potrà durare per sempre, a meno di non voler trasformare il mondo in una sorta di setta come la “The Family” di Charles Manson, si camuffa da inclusione, uguaglianza, parità, giustizia. Così, mentre Sanna Marin veniva portata sugli scudi dai media di tutta Europa, in Italia si esultava per la presidenza della Corte Costituzionale conferita a Marta Cartabia. Ma non in quanto competente, bensì in quanto donna. Sulle prime ho sperato che almeno per i vertici della Consulta valesse la competenza, ma Cartabia mi ha subito smentito con le sue primissime dichiarazioni: “spero di fare da apripista per le donne” e, incredibile a sentirsi, “i femminicidi sono aumentati“. Contemporaneamente in Finanziaria si è aumentata dal 30 al 40% la percentuale di donne da includere obbligatoriamente nei Consigli d’Amministrazione di società quotate in borsa. Non importa che siano manager oculate, preparate, oneste, professionali. Il concetto è che in quanto donne lo sono “di default” mentre, sottinteso, gli uomini non lo sono affatto. Anzi.

Dunque: dentro chi detiene un utero, proprio perché lo detiene, e fuori tutti gli altri. Nel vecchio modo patriarcale di pensare, alle posizioni di rilievo chiunque arriverebbe (come già altre donne prima di oggi) per semplice merito e non per un obbligo di legge scaturito da requisiti discriminatori. In quel contesto, Marin sarebbe arrivata a capo del governo finlandese ottenendo i voti della maggioranza popolare grazie alle sue proposte politiche moderne e convincenti, non per un gioco conservativo di palazzo, sapientemente nascosto dietro la retorica del politicamente corretto. Ma quel vecchio modo patriarcale, si sa, è superato e pure un po’ oppressivo. The (Pink) Family, è noto, non gradisce.

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