Cara Barbara, no: il maschicidio non esiste

benedettelliLa coraggiosa giornalista e, mi azzardo a usare questo termine sperando che non lo smentisca, amica Barbara Benedettelli pubblica sul suo sito un articolo intitolato: “Il maschicidio esiste?“. Seguendo una logica paritaria, di per sé tutt’altro che errata, Benedettelli ritiene che, se si accetta il termine opposto, ovvero il ben noto “femminicidio”, allora anche quello che colpisce gli uomini necessita di una definizione appropriata. Questo perché, dice la giornalista, nei fatti il maschicidio esiste. A riprova cita alcuni efferati delitti, commessi a danno di uomini per opera sia di donne che di uomini. Fattispecie che, dice Barbara, meritano la dignità riservata alle vittime di sesso femminile, oltre che un trattamento mediatico corretto ed equilibrato.

Per arrivare a una definizione accettabile di “maschicidio”, allora, Benedettelli fa un esperimento interessante. Prende alcune delle più autorevoli definizioni di “femminicidio” e le gira al maschile. La cosa sorprendente, ma non troppo per chi già da tempo si occupa di queste vicende, è che esse suonano legittime e appropriate come quando sono dedicate alle sole donne. Cambiando l’ordine dei fattori il prodotto non cambia, insomma. Questo dimostrerebbe, e di fatto dimostra, l’assunto di base da cui Benedettelli è sempre partita in tutta la sua elaborazione sull’argomento: la violenza è connessa all’essere umano a prescindere dal sesso di chi la compie, e come tale va combattuta.


Il “maschicidio” esiste?


Più che un assunto quest’ultimo è un assioma e direi che è l’unico concetto che mi trova pienamente concorde. Perché per il resto io e Benedettelli partiamo proprio da posizioni radicalmente opposte. Se lei infatti vuole affermare la necessità di definire il “maschicidio”, dato che esiste il “femminicidio”, io nego che quella necessità ci sia per l’uno e l’altro caso. Semplicemente non ci sono margini né ragioni per dare ad essi una definizione. Sono convinto di questo per alcuni motivi ben precisi, molti dei quali già emergono dalle riflessioni del suo articolo.

Un fenomeno, per essere onorato dall’elaborazione di una definizione dedicata, deve poter essere descritto con precisione, senza contraddizioni o sbavature o varianti. Basti prendere il nome e la definizione di una qualunque patologia, per rendersene conto. Lo stesso vale per i fenomeni sociali, economici o culturali. Per il “femminicidio” non è così. Già nel suo articolo Benedettelli menziona due definizioni differenti. Due infinite supercazzole da mirror-climber, in realtà, ma comunque già due. Spulciando tra documenti ufficiali e testi liturgici del femminismo militante se ne trovano altre, ognuna con i propri distinguo. Raggruppandole in macro-gruppi, al momento ho contato sette tipologie definitorie diverse di “femminicidio”. Direi dunque che siamo piuttosto lontani dalla codifica certa di un fenomeno, e questo anzitutto mi induce a non accettare il termine in sé, così come il suo opposto maschile.


Già nel suo articolo Benedettelli menziona due definizioni differenti.


C’è poi un altro aspetto cruciale. La definizione di “femminicidio”, quand’anche ce ne fosse una univoca, cosa individua? Un fenomeno socio-culturale o una categoria giuridica? Il femminismo suprematista darebbe l’anima perché passasse come termine nelle leggi e nella giurisprudenza, ma vivaddio, almeno finché regge il già rantolante Stato di Diritto, ciò non avverrà mai. Le fattispecie omicidiarie nel Codice Penale sono definite e classificate sulla base della pulsione che ha portato al delitto. Così si individuano l’omicidio colposo, quello doloso, volontario, preterintenzionale, premeditato e così via. La gravità è data dal tipo di spinta che ha portato alla morte di qualcuno, sia essa legata come minimo al caso o all’incuria (colposo) o come massimo a qualcosa di freddamente calcolato (premeditato). Introdurre una fattispecie giuridica dipendente dal sesso di chi compie il delitto e di chi lo subisce sarebbe anticostituzionale, discriminatorio e, in una parola, fasciobolscevico e mostruoso. Se oggi accettiamo di distinguere i delitti per il sesso di chi li commette o subisce, domani si potrà fare lo stesso distinguo per le convinzioni politiche, religiose o altro. Appunto una roba fasciobolscevica.

Sarà allora il “femminicidio”, una volta chiaramente definito, il nome di un fenomeno socio-culturale? Volendo sì, ma anche no. Dice Benedettelli, parlando del “maschicidio”, che è “un fenomeno di dimensioni certamente ridotte rispetto al femminicidio”. Questo non è affatto vero. La Polizia di Stato l’anno scorso, acquisendo non so quale delle definizioni di “femminicidio” a disposizione, ha contato 32 casi. Se quest’anno le femministe glielo lasceranno fare di nuovo, la cifra si aggirerà attorno ai 20 casi (ma mi auguro di cuore che il dato resti fermo agli attuali 17). Come nota Benedettelli, solo in agosto si contano tre casi di uomini uccisi in quanto uomini da donne ed è quindi probabile che il fenomeno maschile abbia cifre comparabili a quello femminile, sebbene molto meno notiziato dai media.


Un fenomeno socio-culturale o una categoria giuridica?


Nell’uno e nell’altro caso, è bene sottolinearlo, si tratta di numeri piccolissimi, al di sotto del fisiologico, se comparati con il totale della popolazione adulta maschile e femminile. Venti milioni di uomini adulti che incontrano venti milioni di donne adulte e l’esito sono venti omicidi, chiamiamoli così, “di genere” all’anno. L’ideale sarebbe stare a zero, è ovvio, ma realisticamente possiamo essere fieri di questa cifra. Nella ricca Danimarca il numero è quasi di dieci volte superiore, con un 10% della popolazione italiana, giusto per fare un paragone. E così anche in Svezia, Norvegia, Finlandia e Germania.

Solitamente di fronte a questi fatti che negano la necessità socio-culturale di parlare di “femminicidio” o “maschicidio”, limitandosi al solo ragionevole uso di omicidio, si oppone il seguente concetto: quand’anche fosse, sono sempre di più gli uomini che uccidono le donne che viceversa. Un’affermazione che già così esula dal concetto di “femminicidio” e smentisce la necessità di utilizzare quel termine, dato che include tutti gli omicidi, qualunque sia il movente, purché commessi da uomini. Ed è vero, purtroppo: ci sono più uomini che uccidono donne, che viceversa. Ma la domanda è, allora: stiamo forse facendo una gara a chi ammazza o si fa ammazzare di più tra uomini e donne? Che criterio di valutazione del fenomeno è? Un uomo ucciso da una donna, esattamente come una donna uccisa da un uomo, sono già troppi. Una persona uccisa è già troppo.


Una persona uccisa è già troppo.


La predominanza di uomini omicidi è probabilmente da attribuire alla maggiore forza fisica, allo stato di prostrazione cui gli uomini vengono condotti da una società che li sacrifica in modo sistematico, e chissà da quanti altri fattori. Su questi aspetti si può (anzi si dovrebbe) ragionare in modo razionale e condiviso. Ma fare una gara dell’orrore no. Gli omicidi sono omicidi: c’è una persona viva che poi risulta morta e la sua morte viene causata da un’altra persona. Andare oltre al dato socio-culturale dell’uso della violenza in sé, ugualmente connaturato in uomini e donne, non impegnarsi a combattere sul piano culturale l’uso della violenza ma cercare di declinare il tutto in base al sesso è sbagliato, discriminatorio e prelude, come di fatto sta accadendo con il velenoso termine “femminicidio” (sempre accompagnato dall’aggettivo “ennesimo”), a privilegi e primazie che, di fronte ai morti violente, non possono e non devono essere reclamate.

Per cui no, cara Barbara, il “maschicidio” non esiste, come non esiste il “femminicidio”. Esistono situazioni e circostanze che innescano quella violenza e quella morte che noi esseri umani tutti siamo così bravi talvolta a distribuire. Si lascino da parte le definizioni, le competizioni di indegnità o la ricerca di una parità meramente definitoria. Si lavori piuttosto insieme affinché quelle situazioni si ingenerino sempre meno, fino a sparire del tutto. E io so che tu, esattamente come me, da molto tempo sei in campo proprio per quello scopo.

NOTA BENE! La diretta di stasera del monologo “APERITIVO CON LO STALKER” si terrà

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Da questo blog: https://stalkersaraitu.com/project/aperitivo-con-lo-stalker/


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