Cara Filomena, no: non c’è nulla da ridere

lamberti acidoFilomena Lamberti prende spunto dalle notizie che sono circolate sul mio conto per mandare un videomessaggio alle Iene, che lo rilanciano sul web (beata lei che vanta questi canali). A lei direttamente vorrei rivolgermi per dirle che no, guardando il suo volto non rido né mi viene voglia di scherzare. Non lo farei mai e non l’ho mai fatto. Tu pensi di sì, cara Filomena, perché hai letto i giornali e hai accettato la loro versione, senza andare un po’ più a fondo. Niente di male, intendiamoci, lo fanno tutti. Ed è questo che dà ai media un potere spropositato e rende noi, cittadini ordinari, così incredibilmente deboli e manipolabili.

Hai letto ovunque che io ho deriso l’On. Annibali e il suo dramma. Tutto è partito da un articolo costruito in profonda malafede e pubblicato da Repubblica. Talmente in malafede che, mio malgrado, genererà una querela per diffamazione. In esso si riportava solo la parte superiore del mio post “incriminato” su Facebook. E non è un caso. Proprio la malafede ha dettato al giornalista l’opportunità di rimuovere la parte sottostante, dove riportavo uno scambio di tweet tra Marco Travaglio e Lucia Annibali. Come puoi vedere, Annibali si fa innescare dall’utilizzo di una metafora (elegante o meno che sia) del giornalista del Fatto per utilizzare la propria vicenda personale e dare una risposta fuori tema e fuori luogo.

Il sottotesto di un intervento del genere è: tu, Travaglio, avversario della mia parte politica, non puoi parlare usando certi termini, perché io personalmente me ne sento ferita. Accettare una logica del genere, cara Filomena, significa accettare che il discorso pubblico sia influenzato dal sentire individuale di chi vi partecipa. E questo, specie se si parla di politiche pubbliche, è improprio. Immagina quanti modi di dire diventerebbero vietati: “roba da spararsi” (vietato per chi ha avuto un suicida in famiglia), “tirare la corda” (vietato perché richiama l’impiccagione), “roba da chiodi” (vietato perché qualcuno si è schiacciato un dito appendendo un quadro), “morto di paura” (irrispettoso verso tutti coloro che sono passati a miglior vita). La lista potrebbe non finire più. E di questo passo non solo si può facilmente deviare un discorso scomodo, ma si limita la libertà di parola.

Quello che Annibali ha cercato di fare è proprio questo: deviare il discorso scomodo di Travaglio verso una questione che con il tema di Travaglio non aveva nulla a che fare. Negli USA non si contano i video che dileggiano questo modo di discutere, dove c’è sempre qualcuno che si innesca (triggered) e manda in vacca o pone limite alla libertà di confrontarsi (oltre che a determinare palesi ingiustizie). Da libero cittadino mi sono permesso di criticare questo atteggiamento da parte di una rappresentante del popolo italiano. L’ho fatto su Facebook come fanno in tantissimi. L’ho fatto usando l’ironia, è vero, ma a ben guardare non ironizzavo certo sul dramma dell’Onorevole, bensì sulla sua condotta, che prescinde dalle condizioni del suo viso. Non solo è mio diritto farlo, in quanto persona interessata alla cosa pubblica del mio Paese, è mio dovere farlo, prescindendo da ogni altra condizione. La mia, insomma, era un’ironia diretta contro l’imbarbarimento del dibattito pubblico non certo contro la persona Annibali o il suo dramma.

Sono stato sferzante nei modi? Può darsi. Non so che farci, capita spesso quando dici la verità. E la verità è che il vissuto personale non può e non deve entrare nei dibattiti che riguardano questioni pubbliche, tanto meno il vissuto emozionale di una persona. Questo mi rende derisorio e irrispettoso verso il dramma di Annibali? No. Ho la massima solidarietà per lei, come per te, come per tutti coloro, a prescindere dal sesso, che sono stati vittime di violenza e sopraffazione. Non mi permetterei mai di ridere del volto di Annibali o del tuo, come non mi sono mai permesso di deridere il volto di William Pezzulo.

Tuttavia non posso impedirmi di fare paragoni. Anche questo è ricerca della verità. E facendo paragoni noto un doppio standard insopportabile tra il trattamento che il sistema ha riservato proprio a William e ad altri uomini nella sua stessa condizione. La disparità è nota a molti (purtroppo non a tutti). Basti pensare che oggi William pietisce qualche centesimo su Facebook per potersi permettere le operazioni chirurgiche di cui ha bisogno, mentre la sua aguzzina è libera (esattamente come il tuo aguzzino, ed è cosa vergognosa in entrambi i casi). Paragonando la sua vicenda a quella dell’On. Annibali (e di altre), è evidente un doppio standard che grida vendetta. Naturalmente Annibali e le altre non hanno alcuna responsabilità in questo. La responsabilità, come detto, è del sistema e della cultura diffusa, che ritiene sempre e comunque sacrificabile e di poco conto l’esistenza di un uomo.

So di essere fastidioso con questi ragionamenti. Che nulla hanno a che fare con la negazione della violenza sulle donne. Basta fare come non fanno i giornalisti, ovvero leggere attentamente ciò che scrivo, per rendersene conto. Basterebbe chiedermi perché sostengo che l’emergenza violenza sulle donne non è grande come si dice e si innescherebbe un dibattito utile. Ma pare che tutti abbiano molta paura a farmi questa domanda. Ed è un peccato perché io e te, e tutte le persone di buon senso, abbiamo un forte punto in comune. Nel tuo intervento dici: “Noi donne non vogliamo mettere in cima alla lista dei problemi la violenza sulle donne. Che siano uomini o donne, il problema è la violenza”.

Sottoscrivo mille e mille volte questa tua frase e ti dico: bene, cominciamo a farlo, ma per davvero. Il mio lavoro degli ultimi tre anni, provocatorio, urticante, fastidioso finché vuoi (in qualche modo bisogna cercare di farsi sentire e notare, quando tutti ignorano le tue istanze…), a quello è finalizzato e attende di essere confrontato con chi, senza estremismi o conflitti d’interesse, vuole misurare con serietà questo tipo di fenomeni. E non c’è strumentalizzazione mediatica che possa cancellare questo dato di fatto. Io e tantissime altre persone (uomini e donne) che mi seguono siamo pronti da tempo ad affrontare questo lavoro comune. Vogliamo lavorarci assieme? Se sì, mi attendo un contatto da te, magari per girare insieme una video-conversazione, e non più solo un tuo monologo. Sperando che poi le Iene lo trasmettano (glielo dovresti chiedere tu, nel caso…). Un caro e sincero saluto.


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