Centri antiviolenza con le mani nella marmellata

Clarissa Matrella

Due mariuoli nel giro di pochi mesi non è cosa da poco. Correva il 12 settembre quando a Riccione veniva arrestata tale Clarissa Matrella, tenutaria di un centro antiviolenza, per truffa, estorsione, minaccia e falso. Faceva ciò che fa gran parte delle associazioni omologhe: pagare stipendi (a se stessa), grattare denaro pubblico, estorcere procedimenti alle presunte vittime (che tali non sono quasi mai davvero), falsificare dati e quant’altro.

Un modus operandi comune nella maggior parte dei centri antiviolenza di tutta Italia, solo ben celato da scatole cinesi di associazioni e consorzi di associazioni, a loro volta ben protetti da connessioni politiche e amministrative. Che per garantire una copertura efficace non mi meraviglierei se ottenessero di tenere un po’ di soldini attaccati alle dita giuste. La ragione per cui centri antiviolenza e dintorni riescono ad avere tanta voce in capitolo, nonostante l’attività di avvelenamento del clima e dei processi, sta tutta lì.


Tra il marcio e la muffa…


Lorenzo Norcia

Lì nelle contiguità, nelle protezioni e nei padrinaggi più o meno trasversali. Convintissimi se si tratta della sinistra, più prudenti ma comunque effettivi se si tratta della destra. Tra il marcio e la muffa… Insomma che il caso di Riccione poteva essere l’eccezione, la mela marcia, la “compagna che sbaglia”, e invece no. A distanza di poche settimane: tombola! Ecco che nel casertano spunta un altro caso, stavolta più grave.

In ballo c’è un bando pubblico da 30 mila euro per un centro antiviolenza, pilotato verso un’associazione specifica. Coinvolti l’ex vice-sindaco di Cassino, l’ex segretario comunale, un assistente sociale e due imprenditori. Non avete visto la notizia in giro? Sfido io: una cosa del genere va tenuta sotto silenzio, o quasi. Eppure è accaduto. Soggetti viciniori alle istituzioni di un piccolo centro maneggiavano in combutta con un aspirante centro antiviolenza.


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Cosa serve ancora per dimostrare il teorema? Enunciamolo ancora. Ipotesi: là dove lo Stato mette un bel po’ di soldi, si coagulano interessi orientati solo ad acchiappare i soldi, fingendo di perseguire gli scopi di interesse pubblico. Tesi: i centri antiviolenza arraffano quei soldi pubblici, ne fanno man bassa, sebbene di loro quasi non ci sia necessità e non assolvano ad alcuna funzione concreta, se non quella suggerita dalla propaganda.

La dimostrazione del teorema sta già nelle due vicende, quella di Riccione e di Caserta. Sherlock Holmes era solito dire che una coincidenza è una coincidenza, due coincidenze sono un indizio, tre coincidenze sono una prova. Serve allora un terzo caso perché qualcuno, ad esempio la Polizia di Stato, si muova per indagare su cosa fanno i centri antiviolenza, invece di scrivere report ruffiani e servili (o forse dobbiamo contare su Carabinieri e Guardia di Finanza?).


La dimostrazione sta nei milioni di euro drenati da quelle associazioni.


Ma soprattutto la dimostrazione sta nei milioni di euro drenati da quelle associazioni prive di ogni obbligo o responsabilità, e nelle migliaia di persone innocenti messe in grossi guai dalle pressioni e dalle manovre di uno dei maggiori cancri che la società italiana abbia mai annoverato nella sua storia. “Così fan tutte”, musicava Mozart. Stessa cosa musico io, se parlo dei centri antiviolenza. Si tratta solo di guardare in faccia la realtà e avere il coraggio di prenderne atto e agire.


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