Debora Sciacquatori: il patricidio viene archiviato

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Debora e Lorenzo Sciacquatori
Debora e Lorenzo Sciacquatori

di Fabio Nestola. Questo è un articolo da leggere: “ha ucciso il padre per legittima difesa, colpendolo involontariamente”. Le versioni che si sono succedute: 1) Deborah Sciacquatori ha preso il padre a pugni, uno dei quali FORSE è stato fatale. 2) i pugni non sono stati fatali, FORSE il padre è morto sbattendo la testa mentre cadeva a terra a causa delle botte ricevute. 3) salta fuori il coltello, FORSE il padre è morto per la coltellata alla nuca. 4) caso archiviato per legittima difesa, Deborah ha colpito il padre involontariamente. A cazzotti e coltellate, ma involontariamente. Aspettiamo la quinta versione, quella secondo la quale è stato il padre ad aggredire la figlia sferrando capocciate all’indietro, proprio sulla mano che impugnava il coltello. Tanto ormai è morto. Si può dire qualunque cosa, il cadavere non può più smentire.

Da notare come l’articolo, e tanti altri che lo hanno preceduto a partire dal giorno dopo il delitto, si accanisce a scavare nel passato del morto. Il metamessaggio: se l’è cercata. Come se per una donna vittima di stupro si andasse a scavare nel passato per vedere se fosse di facili costumi, se cambiasse partner con disinvoltura, se frequentasse siti di incontri, se consumasse rapporti anche al primo appuntamento e poi ci si chiedesse perché era vestita in modo provocante, perché era truccata in modo vistoso, perché girava da sola a quell’ora. Nulla, ma proprio nulla può costituire un’attenuante per uno stupro, nemmeno se la vittima se ne va in giro sventolando le mutande.
Chiaro? Uno stupro non è mai giustificabile, mai, nemmeno se la vittima per mestiere fa sesso a pagamento. Non si deve questionare sul comportamento di una vittima con l’effetto di affievolire in qualche modo la colpa del criminale. Solo però quando la vittima è una donna. Quando invece è un uomo si può, anzi, si deve.


Nulla di nulla, nemmeno una segnalazione da parte dei vicini.


Debora Sciacquatori
Debora Sciacquatori

Mi illudevo che un omicidio non fosse mai giustificabile, invece pare che tutto sia giustificabile in base a chi ammazza chi. Credevo che togliere la vita ad una persona non potesse essere legittimato da nessuna violenza, reale o presunta, subita negli anni precedenti o temuta per gli anni futuri. In uno Stato di Diritto per difendersi dalla violenza esistono le forze dell’ordine, non la vendetta fai-da-te. Negozianti ed imprenditori taglieggiati da mafia e camorra, sarebbero legittimati se ammazzassero a coltellate i picciotti che vanno a riscuotere il pizzo? Potrebbe essere invocata la legittima difesa dalla violenza soverchiante della malavita organizzata? È gente che ragiona a lupara e dinamite, brucia negozi e cantieri, minaccia tutti i parenti senza esclusione per bambine e bambini. Non stiamo parlando di maltrattamenti in famiglia, quella è violenza atroce e spietata che riempie i cimiteri; quando i cadaveri si trovano e non vengono gettati in pasto ai maiali, sciolti nell’acido o sepolti in una colata di cemento.

Però l’appello istituzionale è sempre “denunciate, denunciate, denunciate”, non può essere “armatevi e difendetevi da soli, colpite prima di essere colpiti”. Nella vicenda di Monterotondo, gli inquirenti si sono precipitati a cercare precedenti violenze, l’intento di assolvere Deborah è stato apertamente dichiarato prima ancora di avviare l’inchiesta.
Comunicato ufficiale della Procura di Tivoli “Per delineare la personalità dello Sciacquatori è necessario rappresentare che lo stesso era stato denunciato dalla compagna convivente per maltrattamenti nel maggio 2014. Successivamente i due avevano ripreso la convivenza e non risultano denunce per violenza ai danni della donna (da parte di questa, dei familiari o dei vicini) né richieste di intervento ai Carabinieri”. Scavando nel passato della famiglia Sciacquatori emerge quindi una denuncia del 2014, poi più nulla fino all’omicidio del 2019. Cinque anni senza una denuncia, un referto di pronto soccorso, una richiesta d’aiuto ad un centro antiviolenza, una telefonata al numero anti-stalking, nulla di nulla, nemmeno una segnalazione da parte dei vicini.

Poi l’omicidio narrato come conseguenza di una serie ininterrotta di violenze quotidiane su tutte le donne di famiglia, madre, moglie e figlia. Ma, se fosse vero, perché non denunciare mai nulla? A cosa servono i fondi per finanziare le case-rifugio, la rete dei centri antiviolenza, il 1522, i commissariati di PS, le caserme dei CC, il codice rosa in ospedale e il codice rosso in Procura? Farsi giustizia da sé scavalcando la magistratura, a mio parere, non è giustificabile. Potrebbero essere valutate tutte le attenuanti per arrivare ad una pena mite, anche al di sotto del limite per la detenzione in carcere così Deborah non avrebbe fatto neanche un giorno in cella, ma l’archiviazione con conseguente impunità è inconcepibile. Così si crea un precedente pericoloso, il messaggio che passa è “ammazzate pure, tanto non vi succederà niente”. O forse è proprio il precedente che si voleva creare? Questo è il mio pensiero, ma a quanto pare giornalisti, parlamentari, opinionisti e soprattutto magistrati sono di diverso avviso. C’è un’indulgenza particolare in alcuni casi, in altri no. Alla faccia della certezza del Diritto. La colpa è del morto, non di chi l’ha ammazzato. Per fortuna, mia e di altri, non faccio il magistrato.


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