Femminicidi di fine gennaio: un po’ di verità

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LA FIONDA

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di Fabio Nestola – Il 31 gennaio l’agenzia ANSA titolava “quattro femminicidi in poche ore”. Non è vero, e si può dimostrare. Il titolo serve comunque ad alimentare (come fanno tutti i media, o quasi) un allarme costruito a tavolino. Tale allarme viene utilizzato come prova per sostenere che l’Italia sarebbe un Paese viziato dalla toxic masculinity, quindi patriarcale, intriso di oppressione maschilista, gelosia morbosa e sovrastrutture culturali misogine, tali da portare gli uomini italiani a considerare la donna un essere inferiore e una proprietà esclusiva, della quale disporre a piacimento anche togliendole la vita.

Uccisa inquantodonna è lo slogan all’origine della corrente di pensiero che ha lanciato il termine femminicidio, inesistente come fattispecie autonoma di reato ma entrato a far parte del lessico comune, soprattutto mediatico, solo grazie alla martellante campagna di vittimizzazione. Da anni è in corso questa disinformazione a tappeto, divulgando per il cosiddetto femminicidio numeri allarmanti ma falsi, che non trovano riscontro nelle statistiche ufficiali di Polizia e Carabinieri. Ben oltre 100 ogni anno dicono le fonti ufficiose della narrazione femminista, 40 dicono le fonti ufficiali distinguendo il totale delle donne uccise dal femminicidio propriamente detto (testuale).


Nei titoli del 2019 ogni femminicidio era l’ennesimo.


femminicidioI numeri devono essere gonfiati, proprio allo scopo di costruire un allarme che non è certo finalizzato a se stesso, ma serve a creare una presunta emergenza (emergenza femminicidio, un topos) per poi chiedere leggi liberticide, fondi per contrastare il fenomeno e liberare le donne dalla paura di denunciare, fondi per creare occupazione femminile così da liberare la donna dalla dipendenza economica e dall’oppressione del maschio violento, fondi per case protette dove accogliere donne e i “loro” figli, fondi per creare nuovi centri antiviolenza e rifinanziare quelli già esistenti, indottrinamento delle forze dell’ordine (formazione, la chiamano) ma soprattutto la bonifica della società maschilista attraverso la rieducazione degli uomini italiani. Di tutti gli uomini italiani, non dei criminali che ammazzano la moglie. È un aspetto rilevante, come vedremo.

Gli slogan coniati negli anni spaziano da un femminicidio ogni due giorni (n.d.a., sarebbero oltre 180 l’anno) a uno ogni tre (oltre 120 l’anno), la moda del 2019 era un femminicidio ogni 72 ore. Senza però che mai nessuno si prendesse il disturbo di documentare quali fossero le donne uccise inquantodonna a causa della toxic masculinity, patriarcato, oppressione maschilista e tutto il resto. Nei titoli del 2019 ogni femminicidio era l’ennesimo, ma nessuno ha mai saputo dire, né tantomeno documentare, quale fosse il femminicidio di 3 giorni prima, di 6 giorni prima, di 9 giorni prima e così via.


L’oppressione di genere non può essere il movente.


dati falsiNemmeno i più autorevoli istituti di ricerca (Istat, Censis, Eures, Eurispes) pubblicano gli elenchi di fatti di cronaca dai quali risulterebbero oltre 120 femminicidi l’anno. Ci prova qualche fonte meno autorevole (femminicidioitalia.info, inquantodonna.org) stilando un elenco con meno di 80 casi dei quali la metà non ha nulla a che vedere col femminicidio: rapine finite nel sangue, faide patrimoniali, addirittura donne uccise da altre donne. Insomma nel grande calderone del presunto femminicidio finisce di tutto. Cosa non si farebbe per gonfiare i dati… In questo gioco perverso entra a gamba tesa anche l’ANSA, col titolo “quattro femminicidi in poche ore”.

Non è vero, quindi vediamo quali sarebbero questi quattro femminicidi di fine gennaio: Sicilia, Mussumeli – 3 vittime, madre, figlia ed assassino suicida; Alghero –  scoperto il cadavere di una donna scomparsa nel 2019; Alto Adige – 2 vittime, moglie e marito pakistani, lui suicida. La strage di Mussumeli registra tre decessi: una madre, la figlia e l’ex compagno della madre che dopo aver ucciso le due donne si toglie la vita. Il movente passionale è sicuramente verosimile per l’uccisione della madre, assassinata dall’ex compagno che non accettava la separazione. Una morbosa sensazione di possesso, ipotizzano gli inquirenti, può avere armato la mano del tizio nell’ottica del più classico “o mia o di nessuno”. Nulla di tutto questo è invece valido per la figlia, il movente non è passionale e non può essere ricondotto né alla mancata accettazione della separazione, né alla gelosia morbosa, né al possesso maschilista, al patriarcato, ecc. Semplicemente la ragazza si è trovata nel posto sbagliato e nel momento sbagliato, il raptus dell’omicida ha fatto strage di chiunque fosse in casa compreso se stesso, nessuno può escludere che la figlia sarebbe stata uccisa anche se fosse stata un figlio, un nipote, uno zio. Quindi, nonostante la seconda vittima sia una ragazza, l’oppressione di genere non può essere il movente. È importante analizzare questi aspetti, in quanto ciò che identifica un femminicidio e lo rende diverso dall’uccisione di una donna per qualsiasi altra ragione, è proprio il movente. Esclusivamente il movente.


Paese patriarcale, maschilista e misogino.


Il delitto di Alghero – inserirlo tra i 4 femminicidi in poche ore è una menzogna. Non è dato di sapere se si tratti di un errore in buonafede, o una consapevole forzatura per catalogarlo a fine gennaio 2020, così sale l’allarme. La vittima è deceduta il 6 dicembre 2019, a detta del compagno si è suicidata (ovviamente gli inquirenti non gli credono) e solo dopo due mesi è stato ritrovato il corpo, o ciò che ne rimane. Le indagini sono in corso ma quasi sicuramente è stata uccisa, aveva recentemente “aumentato considerevolmente la propria disponibilità di denaro” dicono i media e il compagno (un ergastolano in semilibertà) dopo aver nascosto il corpo ha sottratto e continuato a usare il bancomat. Due elementi non possono far inserire questo caso fra i 4 femminicidi di fine gennaio: il movente potrebbe essere economico, ma anche se non lo fosse il femminicidio è dello scorso anno.

Da ultimo il delitto in Alto Adige, con vittima e carnefice pakistani. Diversi casi ogni anno riguardano donne uccise da pakistani, magrebini, senegalesi, tunisini, nigeriani ecc., e tutti gli episodi vengono utilizzati per sostenere quanto detto in precedenza, cioè che l’Italia sarebbe un  Paese patriarcale, maschilista e saturo di sovrastrutture culturali misogine, quindi gli uomini italiani andrebbero rieducati. Ergo: il pakistano uccide la moglie, ma vanno rieducati il carabiniere casertano che lo arresta, il PM fiorentino che lo incrimina e il giudice trevigiano che lo condanna.


Giovanni Salvi parla di “emergenza nazionale”.


Dei quattro “femminicidi in poche ore” lamentati dall’ANSA uno solo è commesso da un uomo italiano (quello che se fosse stato rieducato non avrebbe ucciso) con la gelosia quale movente passionale, maschilista, oppressivo, patriarcale. Si aggiunge un altro episodio di cronaca nera, non ancora riportato dall’ANSA al momento in cui scrivo. Genova, omicidio-suicidio, una colf albanese viene uccisa nell’appartamento dove lavora, l’assassino è il marito anch’egli albanese, che poi si toglie la vita. Episodio drammatico ma, come già detto per il caso precedente e per decine di altri casi negli anni scorsi, l’assassino dell’est europeo, asiatico, nordafricano etc., comunque appartenente a realtà socioculturali estremamente diverse da quella italiana, viene utilizzato per stigmatizzare la cultura patriarcale del nostro Paese.

Riassumendo, concentrate a fine gennaio, su 5 donne uccise abbiamo: 1 femminicidio propriamente detto, 1 episodio del dicembre 2019, 1 vittima casuale, occasionalmente presente sulla scena del crimine ma non destinataria della gelosia morbosa dell’assassino, 2 vittime straniere (e altrettanti autori stranieri). A dimostrazione degli effetti che una disinformazione ininterrotta ha prodotto in tutti i settori della nostra società, osserviamo le dichiarazioni per l’inaugurazione dell’anno giudiziario. La concomitanza dei titoloni sulla mattanza di fine gennaio spinge il Procuratore Generale della Cassazione Giovanni Salvi a parlare dei femminicidi come “emergenza nazionale”.


Eppure non è la casalinga di Voghera.


Giovanni Salvi

Eppure non è la casalinga di Voghera che parla, è un fior di magistrato, quindi dovrebbe conoscere la differenza tra una donna uccisa volontariamente e la figlia uccisa solo perché occasionalmente si trovava sulla crime scene. Notare la sottigliezza utilizzata dal PG Salvi nel suo intervento: “è drammatico il fatto che permangono pressoché stabili, pur in diminuzione, i cosiddetti femminicidi. Le donne uccise sono state 131 nel 2017, 135 nel 2018 e 103 nel 2019“. Il totale delle donne uccise per un’ampia rosa di motivi, sempre abbondantemente sopra le 100 unità, viene accostato ai femminicidi, lasciando intendere che le due cose coincidano.

Eppure Salvi, da  magistrato di rango, dovrebbe conoscere la differenza tra movente passionale e movente economico, dovrebbe sapere che la donna uccisa dal marito geloso, l’anziana uccisa dal nipote tossicodipendente, la malata terminale uccisa dal marito per non farla più soffrire, la donna morta per omicidio stradale, quella uccisa da un’altra donna e quella uccisa nel corso di una rapina finita male non possono essere catalogate allo stesso modo. Eppure lo fa, le sue dichiarazioni lasciano intendere che tutte le donne decedute di morte violenta siano vittime di femminicidio.


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