La propaganda femminista si prepara alla kermesse

violenzaE’ cominciata la lunga marcia della propaganda femminista in preparazione del 25 novembre, data divenuta ormai da anni un clone dell’8 marzo, con entrambe le circostanze stuprate dall’ideologia femminazista. Non più giorni di celebrazione, ma cupi e lividi giorni di rabbia, rivendicazioni e provocazioni volgari. La grande macchina da guerra della mobilitazione femminista si è già messa in moto e se ne possono trovare riscontri ovunque: si moltiplicano articoli con dati fasulli sul “femminicidio” o interventi che non riportano alcuna notizia vera, ma sono concepiti solo per veicolare i dogmi del pensiero unico in rosa.

ANSA è in prima linea e il 10 ottobre scorso pubblica un pezzo intitolato “Violenza sulle donne è violazione dei diritti umani”. Non c’è nessuna notizia in realtà: si tratta di una lunga sbrodolata dove si raccattano i concetti chiave della Convenzione di Istanbul, anche in questo caso stuprandola. La si fa passare infatti come un insieme di norme esclusivamente dedicate alla violenza maschile sulle donne, quando in realtà buona parte di essa si occupa anche di violenza domestica, ivi includendo quella femminile sugli uomini. Senza contare il cortocircuito logico: se la violenza sulle donne è violazione dei diritti umani, quella sugli uomini cos’è, disciplina sportiva? Hobby da dopolavoro ferroviario? Ma non è l’unica falsificazione, ovviamente. Anzi le mistificazioni pullulano.


La lunga marcia della propaganda femminista.


dati falsiSi parla di 3.100 casi di “femminicidio” in Italia negli ultimi 18 anni, declinando poi la statistica in vari sotto-gruppi. Come sempre accade all’approssimarsi del 25 novembre, la definizione di “femminicidio”, di fatto inesistente, viene ampliata a dismisura per contenere quanti più casi possibile. Quello “propriamente detto” sarebbe un omicidio commesso da un uomo per senso di possesso, per frustrazione nel non poter esercitare il proprio potere sulla donna in quanto donna, per gelosia. Insomma sarebbe un ampliamento su termini evanescenti del “delitto passionale”, termine oggi vietato dal politicamente corretto femminista. L’articolista dell’ANSA, che ha il buon gusto di firmarsi solo con le iniziali, però fa finta di non saperlo.

Dice, parlando di “femminicidi”, che questi sono causati: “Il 25% per liti o dissapori, il 22,2% per disturbi psichici, il 12% per disabilità della vittima, il 30,6% per possesso/motivi passionali (fonte Eures 2018)”. Ecco, allora a ben guardare i “femminicidi” propriamente detti sono il 30,6% del totale, quindi non 3.100 ma 949 che, suddivisi nei 18 anni considerati, fanno una media di 53 casi circa all’anno. L’influenza stagionale fa più vittime. E le altre donne uccise? Sono state uccise per motivi che con la femminilità non hanno nulla a che fare, che valgono anche per gli uomini, non hanno una specificità concentrata sul femminile. Metterli tutti dentro è una falsificazione per impressionare il lettore. E’, appunto, bieca propaganda.


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3.100 casi di “femminicidio” in Italia negli ultimi 18 anni.


A buon peso, l’articolo propala ancora un po’ la menzogna della “crisi del maschile”: generazioni di uomini disorientati dall’improvviso “women empowerment”. Una sciocchezza con cui si sovverte la realtà dei fatti. La crisi infatti è quella femminile che, non sapendo più che cosa rivendicare, da un certo momento in poi si è messa a cercare il potere per il potere, innescando una guerra contro il maschile, mentre quest’ultimo da tempo si era impostato a condividere con l’altra metà del cielo ruoli di mantenimento e di cura in un’ottica familiare. La verità non è che il maschile è andato in crisi. Il maschile è lì che aspetta di costruire qualcosa di significativo. E’ il femminile che è uscito di testa e scappa dalle responsabilità.

Ma questo, alle porte del 25 novembre, non si può certo dire. E allora si sciorinano, come se fossero cose serie, ricerche e statistiche elaborate da soggetti equidistantioggettiviprivi di conflitto di interesse come “Differenza Donna” o Linda Laura Sabbadini, che in convegni appositi se la suonano e se la cantano, diffondendo, con la complicità di ANSA (e di tanti tanti altri), una versione della realtà del tutto ribaltata. Di aprirsi al dibattito pubblico ovviamente se ne guardano bene. Sanno quanto è profonda la tana del Bianconiglio che hanno scavato. E sanno anche che più di uno ormai è arrivato in fondo alla buca, svelando tutto l’inganno, per cui la loro opzione è in genere quella della soppressione o del bavaglio delle controparti. Come se le bugie non avessero comunque le gambe corte.


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