Legge “Codice Rosso”: una mannaia per i CAV

bonafede bongiorno huntziker codice rossodi Giuseppe Augello – Per trarre alcune utili considerazioni sulla legge più maschicida mai varata nella Repubblica, dovrò necessariamente citare le parti politiche che ne hanno permesso la genesi e il varo. La legge cosiddetta del “codice rosso” non è stata approvata all’unanimità dal Parlamento. Sui media infatti è stata strombazzata la notizia che l’approvazione in Senato sia avvenuta senza alcun “no”; ma ciò non significa affatto “con la totalità dei sì”. Il PD e LEU infatti si sono astenuti. Incredibile ma vero. Una delle leggi più liberticide nei confronti del genere maschile, che sembra caschi a fagiolo per perseguire i presunti (tantissimi) violenti, non ha goduto dell’approvazione di quella sinistra ove più albergano le istanze del nazifemminismo più giustizialista. Be’, si dirà, è ovvio che non si voleva sostenere politicamente un avversario come la Lega, che ha partorito il provvedimento, e che con una efficienza che avremmo voluto vedere in atto anche su altre problematiche delle relazioni di genere (in particolare quando esse portano le famiglie a darsi appuntamento nei tribunali, come nel caso delle separazioni e dei divorzi), ne ha ottenuto in tempi rapidi la trasformazione in legge.

Ma è altrettanto ovvio che l’astensione andava giustificata in qualche modo al proprio elettorato, sopratutto a quello sensibile alle istanze suprematiste a difesa della donna senza se e senza ma. E allora si scopre qualcosa in più di una avversione ideologica. Ecco come ha giustificato l’astensione la senatrice PD munita di diploma triennale di scuola magistrale, Valeria Fedeli: in sintesi, la violenza sulle donne non deve essere trattata come un fenomeno emergenziale, ma strutturale. Ovvio. Senza fine. In soldoni lamenta che non vengono stanziati i denari per l’attuazione, tramite corsi di preparazione professionale a tutti gli operatori, della prassi denunciante e del loro trattamento. Ovvero non sono stati stabiliti i congrui finanziamenti per le maggiori esperte del paese nello stilare denunce standard, le note assistenti legali e psicologiche dei centri antiviolenza: operatrici, direttrici, “counselor”. Utili testimoni al processo.


Una delle leggi più liberticide nei confronti del genere maschile.


valeria fedeliLa legge infatti non comporta aggravi di spesa statale. Niente trippa per gatti. Cominciamo a vederci chiaro? Bè, in tema di strumentalizzazione delle violenze sulle donne la sinistra ovviamente sarebbe stata la parte politica più esperiente, quella che avrebbe saputo bene come tramutare l’emergenza “femminicidio” costruita e gonfiata sui media in potere economico e ritorno clientelare. Per la verità su tale ritorno elettorale il governo, che aveva prima relegato il PD e LEU all’opposizione, e la stessa Lega con  la sua avvocata Giulia Bongiorno, sembra non siano stati accorti, o non abbiano voluto fino in fondo sposare il metodo premiante nazifemminocentrico così caro alla sinistra, come riportato in forma critica anche dal Fatto Quotidiano. C’è dunque da attendersi una correzione sul tema dal nuovo governo. Ma non è solo il boom di denunce il punto debole della legge, quello che determinando il sovraffollamento delle procure, ampiamente atteso, porterà sicuramente quantomeno ad una applicazione a macchia di leopardo sul terriorio nazionale.

C’è n’è un altro importante. Che si rivelerà un boomerang per la filiazione a suon di quattrini pubblici di denuncianti da parte delle professioniste dell’antiviolenza di genere (sui generis). In parte ce lo rivela la stessa Fedeli: “Per le donne innanzitutto, che di fronte alla prospettiva di dover in tempi brevissimi riferire del proprio dramma, di dover ripercorrere ancora troppo a caldo l’orrore della violenza subita, possono rinunciare a portare avanti la loro denuncia. Ma anche per il processo stesso. Come si sostengono queste donne nella delicatissima fase della denuncia e del processo? (n.b.: troppo intempestivo l’inizio dell’iter). Obbligandole a dire tutto e in fretta? Sottoponendole a un ennesimo stress emotivo? (!!!). Con il rischio, peraltro, di non essere nemmeno credute? (risata). Alle donne vittime di violenza non interessa la vendetta. (Neanche un po’). Interessa innanzitutto essere credute, sostenute, tutelate dal rischio del ripetersi della violenza contro di loro e contro i loro figli. Il “codice rosso” garantisce questo? No!!! Ecco perché allora, coerentemente, abbiamo deciso di astenerci”.


C’è dunque da attendersi una correzione sul tema dal nuovo governo.


legge codice rossoInfatti è proprio qui il punto. Dover vuotare il sacco a un PM ad appena tre giorni dalla denuncia di tutto quanto sia successo è un colpo di mannaia al sostegno paziente, meticoloso, psicologico e di convincimento, da parte delle professioniste citate, e mina il possibile supporto preventivo e legale, che si tramuta nella preparazione di una querela pazientemente costruita, con i migliori clichè di tutto l’arsenale delle accuse di violenze di ogni tipo, verso il presunto reo, più spesso malcapitato ex marito/compagno/padre. Malcapitato uomo, in quanto nella grande maggioranza dei casi, finendo tutto con assoluzione o archiviazione, ciò che rimarrà sarà la distruzione psichica di un essere umano e l’onere comunque spesso distruttivo per le finanze di un medio salariato. Il tutto per una difesa in un processo nato per vendetta della ex e finito comunque in un disastro per l’intero prosieguo della vita di una famiglia, che se non fosse stata in dissoluzione irrecuperabile, sicuramente lo è diventata dopo la denuncia. Quando il tutto non sfocia in tragedia. E non è un modo di dire, in quanto tra gli stiletti vendicativi conficcati spesso dalle ex nel cuore del partner, sta proprio la consapevolezza di poterlo quantomeno, pur con una falsa denuncia, torgliergli la forza economica di affrontare ad esempio altri spesso interminabili processi per la custodia dei figli o similari. “Oltre a toglierti i figli, ti farò spendere una fortuna” è spesso la minaccia che molti uomini odono dalle labbra dell’ex consorte, cui essi cercano di resistere opponendo dignità prima e pretesa di genitorialità successivamente. Ne sono piene i siti dei padri defenestrati… pardon…separati.

Se fossi nella posizione di dare un giusto consiglio all’intero corpo giudicante e a tutti i PM della penisola, nell’interesse delle vere vittime di violenza, direi esattamente ciò: trattate come realmente urgenti i casi dove la denuncia arrivi entro poche ore o pochissimi giorni dai fatti di violenza denunciati, e direttamente alle forze dell’ordine. Con reali ricorsi a posti di pronto soccorso con reali cure mediche, ove nei certificati relativi non sia solo esposto il rituale “riferisce di aggressione da parte del marito”, ma dove siano evidenti i segni dei maltrattamenti più o meno continuati. Ponete in coda alla fila quelle che denunciano fatti avvenuti mesi o anni prima, e seguiti da tardivi ricoveri ai Centri Antiviolenza, perché evidentemente sono state preparate con cura da legali esperti professionisti nell’antiviolenza di genere. Spesso per fatti retrodatati che non hanno mai interrotto non solo la convivenza, ma vacanze congiunte, partecipazione ad eventi mondani, vita conviviale e affettiva della coppia. Tali denunce con molta probabilità hanno ben altri scopi e una sicura grande attenzione alla richiesta di risarcimenti civili. Ma non è finita.


“Oltre a toglierti i figli, ti farò spendere una fortuna”.


esparazioneEsiste infatti un particolare riferimento, nella legge detta “codice rosso” approvata dal Parlamento, alle cause di divorzio, esattamente all’art. « Art. 64-bis. – (Trasmissione obbligatoria di provvedimenti al giudice civile) – che riporto perché merita grande attenzione: “Ai fini della decisione dei procedimenti di separazione personale dei coniugi o delle cause relative ai figli minori di età o all’esercizio della potestà genitoriale, copia delle ordinanze che applicano misure cautelari personali o ne dispongono la sostituzione o la revoca, dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari, del provvedimento con il quale è disposta l’archiviazione e della sentenza emessi nei confronti di una delle parti in relazione ai reati previsti dagli articoli (maltrattamenti, atti persecutori, lesioni, minacce, ecc. ecc.) del codice penale, è trasmessa al tribunale civile”.

In realtà ci pensavano già le efficienti legali della parte lesa. Ma, tant’è, a mio giudizio è una falla. E ovvio che trasmettere un avviso di conclusioni di indagini preliminari al giudice della separazione o del divorzio è un tiro mancino, un tentativo di influenzare i provvedimenti del giudice sulla prole e sull’assegno di mantenimento. Probabilmente l’articolo è il contributo di stellate sinistre antipilloniane. E a mio giudizio è un tentativo attaccabile sul piano dei diritti umani. La presunzione d’innocenza non è un “boutade”. E’ un principio stabilito ben più seriamente di quelli della farsesca “Convenzione di Instanbul”. Principio che si vuole far cadere nell’oblio, ma che va gridato a squarciagola. Questo principio, adottato dalla maggior parte dei paesi occidentali, è enunciato solennemente dall’art.11 della Dichiarazione dei Diritti Umani del 1948 e dall’articolo 48 della CEDU. La Corte europea dei diritti umani nella sentenza 10 ottobre 2000, Daktaras vs Lituania, ha statuito che “la presunzione di innocenza costituisce la base del giusto processo. Tale principio è violato addirittura se eventuali dichiarazioni, rilasciate a mezzo stampa, da parte di un pubblico ufficiale riguardo ad un indagato, possano lasciare intendere che egli sia colpevole prima della sentenza di condanna”.


Un tentativo attaccabile sul piano dei diritti umani.


manetteLa presunzione di innocenza è prevista nella costituzione della Repubblica Italiana. Non è l’imputato a dover dimostrare la sua innocenza, ma è compito degli accusatori dimostrarne la colpa: intendano bene le gentili virago del femminismo. E se ne facciano una ragione, ora e per sempre! L’onere della prova spetta alla pubblica accusa, rappresentata nel processo penale dal Pubblico Ministero. Il principio impedisce di trattare da colpevole, mediante un’anticipazione della pena o altre forme di sanzione, colui che è ancora in attesa della sentenza definitiva di condanna. Che si ottiene dopo il terzo grado di giudizio. O soltanto dopo il passaggio in giudicato della condanna. Sarebbe a mio giudizio quindi assolutamente nullo e suscettibile di ricorsi in ogni sede ogni atto del giudice civile della separazione che si fondasse su una presunzione di colpevolezza dell’uomo denunciato dalla ex, e facesse ricadere sulla parte economica o sulla frequentazione dei figli, tale presunzione ribaltata e illegale del principio costituzionale. Faccio questa riflessione a beneficio dei colpiti da “codice rosso”. E affinché, fatta la legge, si trovi la giusta strategia di difesa e di reazione.


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