L’isteria femminista ormai al lumicino

Isteria, parossismo, esagerazione, aggressività psicotica, reazioni pavloviane, censura maniacale, innesco ossessivo. Questo è da sempre il femminismo odierno nella sua versione permanentemente mobilitata. Aspetti anomali e pericolosissimi, che però sono sempre rimasti molto ben celati dietro una retorica “positiva”, quella dei diritti delle donne, della parità, della lotta alla violenza e al “femminicidio”. Parimenti lo stalinismo si dichiarava schierato rocciosamente per i diritti di operai, contadini e proletari in genere, salvo sterminarli come mosche secondo un piano folle e criminale.

Esattamente come il regime staliniano ha rappresentato la degenerazione dell’ideologia comunista, così il femminismo militante a lungo andare, sentendosi sicuro del proprio strapotere, ha finito per farla fuori dal secchio. Così tanto da incrinare la maschera positiva che si era appiccicata a forza sul proprio volto orrendo e sfigurato. Nell’opinione pubblica comincia infatti a serpeggiare sempre di più il sospetto e lo scetticismo verso le tematiche di copertura tipicamente usate, perché al di sotto è sempre più visibile il marciume di interessi ed esercizio del potere per il potere. Si è giunti, insomma, all’atteso e inevitabile effetto saturazione.


Si è creato un caso nazionale gigantesco.


Questo è accaduto di recente in due frangenti in particolare. Il primo quello delle famose magliette messe in vendita da Carrefour, di cui ho parlato sabato. La vicenda non si è fermata là dove l’ho lasciata in quell’articolo, in realtà. Carrefour, nella sua fuga in buon ordine davanti ai cani sbavanti del femminismo italiano, ha tenuto a specificare che si trattava di due magliette, messe in vendita in un punto vendita di Roma. Ripeto: due esemplari messi in vendita in un negozio a Roma. Il tutto mentre magliette identiche si possono comprare da anni sul web, dove si trova anche la versione a parti invertite, con la donna che calcia fuori l’uomo.

Tutti si sono accorti dell’anomalia, a questo punto, sebbene i media mainstream abbiano martellato a lungo sulla vicenda, dando massimo risalto ai mastini idrofobi della politica rosa (Fedeli, Valente, Cirinnà). Si è creato un caso nazionale gigantesco, l’indignazione e la retorica piagnona e vittimistica è dilagata a fiumi fino a tracimare i limiti del buon senso, i toni usati sono stati iper-drammatici e parossistici, il tutto per DUE magliette captate in UN negozio. Con l’isteria della reazione, le trinariciute del femmistalinismo hanno mostrato chi sono. Un’organizzazione che, dalla segnalazione sui social di una singola fanatica capitata per caso al Carrefour di Roma, ha montato un casino gigantesco, secondo l’usuale reazione a catena. Uno schema consolidato e sempre uguale per innescare le “purghe” rosa:



L’esito della purga, nella vicenda Carrefour, è stata sì la resa della catena commerciale, ma anche un evidentissimo gran rumore per nulla. Un rumore però assordante, isterico, eccessivo, che induce sempre più persone allo scetticismo verso i temi del bolscevismo rosa, mentre l’evidenza del doppio standard che ne consegue risalta in modo sempre più evidente. Tuttavia il casino suscitato dalle megere dell’isterismo femminista ha coperto un’altra notizia degna di particolare attenzione, perché anch’essa mostra tutta la cattiva fede e l’affarismo sotteso a quel tipo di narrazione. La notizia riguarda la Regione Piemonte e l’Università di Torino. Quest’ultima, ci informa il Fatto Quotidiano, ha installato uno sportello antiviolenza nell’atrio dell’ateneo, perché “non c’è un luogo immune alla violenza di genere”.

Lo sportello, aperto in collaborazione con la solita ONLUS (seh…), ha esordito chiedendo alle studentesse se un loro familiare o il loro compagno le controlli, se cerchi di isolarle, se le minacci o le offenda: “Se hai risposto sì a una di queste domande, vieni a trovarci allo sportello del Campus”, dice il volantino. E non sfugge a nessuno la forzatura della situazione, dovuta a una causa specifica: le “clienti” dei centri antiviolenza scarseggiano di brutto. Quelle poche sono contese dai moltissimi centri antiviolenza cui non basta più falsificare i dati sugli accessi reali, perché alla fine il troppo stroppia e si rischia di finire nell’assurdità rivelatrice come capitato nella reazione alle magliette di Carrefour.


Qualcuna particolarmente fragile o condizionabile si trova sempre.


Dunque che fare? Le leggi basilari del marketing dicono: se il tuo servizio intercetta un bisogno che non esiste sul mercato, crea quel bisogno. L’allarmismo sulla violenza contro le donne a questo serve. Un’altra legge dice: se i clienti non comprano dalla tua azienda, vai tu a pescarli dove vivono, lavorano o studiano. Questo fa “lo sportello antiviolenza” presso l’ateneo torinese. Va a sollecitare il riconoscimento di atti che nella realtà non avvengono, suggerendo che anche il più piccolo gesto sia violenza. E lo va a fare direttamente in loco, là dove si trova un pezzo di potenziale clientela. Nella massa di studentesse, qualcuna particolarmente fragile o condizionabile si trova sempre, così il gioco è fatto.

Operazioni, sia il parapiglia sulle DUE magliette, sia lo sportello antiviolenza all’università, bieche, ciniche, ingiustificate, eccessive. Su una misura che non sfugge ormai all’opinione pubblica più diffusa. Certo non manca chi ancora blatera di violenza dilagante contro le donne e di una donna uccisa ogni due giorni, ma sono sacche di idiozia in graduale erosione, vivaddio. Un po’, in piccola parte, per la costante attività di controinformazione (cioè di informazione corretta) che taluni fanno. In gran parte per le esagerazioni delle portatrici di interesse, che ormai sono a un passo dal diventare una macchietta di se stesse, caricature orrende in una realtà fittizia, che nell’atteggiarsi da “empowered women” finiscono per ridicolizzarsi, saturare l’opinione pubblica e soprattutto rivelare tutte le loro mistificazioni. Vedere per credere: le dichiarazioni e le foto promozionali di Lilli Gruber in posa per il suo nuovo libro anti-maschio… Non è chiaro se faccia più tenerezza o pena, per quanto evidentemente posticcio e costruito suona il suo atteggiamento. Qualcuna, minata dagli stessi problemi interiori di Gruber, grida estasiata “vai Lilli, falli neri!”. Ma basta farsi un giro sui social e parlare con le persone per registrare che la reazione più diffusa, specie tra le donne, è: poveraccia! Se il loro “empowerment” è questo, bene, le si lasci fare. A noi il compito di procurare i pop-corn per ammirarle mentre si scavano la fossa.


ACQUISTA “LA PARABOLA DEL CRICETO”
CARTACEO o E-BOOK
Anche su: Amazon, IBS, Mondadori, Feltrinelli

lpdc banner

ACQUISTA “LA PARABOLA DEL CRICETO”
CARTACEO o E-BOOK
Anche su: Amazon, IBS, Mondadori, Feltrinelli


Iscriviti per ricevere la newsletter settimanale di “Stalker sarai tu”:

Fondo di Protezione Legale

Contribuisci a sostenere le spese legali di questo blog

Il tuo contributo verrà usato per combattere i tentativi di censura attraverso querele e denunce.

Modifica liberamente la cifra che vuoi donare

Seleziona il metodo di pagamento
Informazioni Personali

Per fare una donazione tramite bonifico fai riferimento a questi dati:

    1. IBAN: IT67X0617501401000002421780
    2. SWIFT (per bonifici dall'estero): CRGEITGG
    3. Intestato a: Davide Stasi
    4. Causale: donazione Fondo Dotazione Legale

GRAZIE!

STALKER SARAI TU

Totale Donazione: €20,00


Iscriviti per ricevere la newsletter settimanale di “Stalker sarai tu”:


 

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: